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ANALISI 4 Maggio Mag 2016 1637 04 maggio 2016

Se l'Iraq è uno Stato finito lo deve a Barack Obama

Il presidente Usa ha scommesso sulla fine del settarismo sciita. Il risultato? Un disastro epocale.

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Barack Obama.

È stato sgretolato, come prevedibile, il baricentro essenziale, il pilastro su cui Barack Obama ha impiantato e costruito la coalizione anti-Isis: la fine della politica settaria del governo di Baghdad nei confronti dei sunniti.
Non solo, è saltato in aria anche il governo di Baghdad, travolto da una crisi violenta, eccitata da Moqtada al Sadr - che controlla anche le milizie sciite Hashd al Shaab, le uniche che combattono l’Isis, oltre ai peshmerga - in raccordo con i settori oltranzisti della dirigenza di Teheran.
LA SVOLTA MANCATA. Dunque, alle molteplici e concordi testimonianze, da parte del governo del Kurdistan iracheno come dalla autorevole al Hazar, alla violenza settaria contro i civili sunniti praticata dalle milizie sciite si somma ora il fallimento acclarato della “svolta” nel governo di Abadi.
Una “svolta” che era la precondizione per il recupero del consenso delle tribù sunnite dall’Anbar (tuttora e sempre più “obbligate” a sostenere l’Isis, che almeno le difende dagli sciiti). Recupero del consenso e fine del settarismo anti-sunnita che sono stati precondizione cogente per l’adesione, anche di parte italiana, alla coalizione militare contro l’Isis.
Due elementi drammatici, che dovrebbero suonare come un gravissimo allarme per il governo di Roma, che si accinge a inviare 400 militari a difesa della diga di Mosul (a una ventina di chilometri dal fronte) e che si trova, come denunciammo un anno fa, nella scomodissima posizione di appoggiare un governo di Baghdad indifendibile, che peraltro coordina le sua azioni militari con i generali russi.
UN CONTESTO DI OMERTÀ. Ma l’allarme non risuona, in un contesto di omertà sul disastro che matura a Baghdad, che ha una sola spiegazione: parlarne significa confermare il fallimento impietoso di tutta la politica di Obama, imperniata sulla certezza che l’Iran, grazie al suo accordo sul nucleare, sarebbe diventato un fattore di stabilizzazione dell’area.
Invece, l’Iran continua a essere il motore agente della destabilizzazione anche dell’Iraq (oltre che della Siria, del Libano, di Gaza e dello Yemen) e conduce una guerra settaria contro l’Isis (speculare alle sue efferate violenze), che radica, invece di contrastare, il consenso popolare delle tribù sunnite verso il Califfato.

La caccia al sunnita non trova spazio sui media internazionali

Il premier iracheno Haider al Abadi.

Incredibilmente, la cronaca dell’assalto al parlamento di Baghdad, ma ancor più della caccia dei militanti sciiti ai parlamentari sunniti e curdi, non si trova né sulla prima pagina (dove dovrebbe essere) né su quelle interne di nessun media internazionale. Men che meno italiano.
NE PARLA SOLO IL FOGLIO. Riproduciamo qui un breve passaggio della corrispondenza pubblicata da Adriano Sofri sul Foglio del 3 maggio. L’unica che abbiamo trovato sui media: «Sabato 30 aprile: una folla di seguaci sciiti di Muqtada al Sadr invade il parlamento di Baghdad, abbattendo i blocchi di cemento che proteggono l’accesso, e senza che le Forze armate a protezione della Zona Verde – ufficialmente 110 mila uomini! – muovano un dito. I parlamentari se la squagliano come possono. Il capo del governo, Haider al Abadi, che intendeva far votare il suo rimpasto, viene avvertito un’ora prima (si dirà credibilmente che fosse in combutta con al Sadr). I parlamentari si mettono in salvo attraverso porte secondarie, parecchi si imbarcano in battelli sul Tigri. La folla dà una caccia più accanita a deputati curdi e sunniti, che scappano travestiti da militari o da poveracci. Anche deputati sunniti chiedono e ottengono di rifugiarsi a Erbil sugli aerei inviati a recuperare i parlamentari curdi e lo stesso presidente curdo dell’Iraq».
LE COLPE DI OBAMA. Ma non basta, oggi miliziani sciiti hanno tentato di arrestare (meglio, rapire) il leader del partito monarchico iracheno Sharif Ali bin al Hussein, pronipote di Feisal al Hussein, primo re dell’Iraq e grande amico di Lawrence d’Arabia, figura di enorme prestigio (è discendente del Profeta) e di riferimento nel mondo sunnita, che avrebbe peraltro dovuto essere nominato ministro degli Esteri da al Abadi, proprio per recuperare il consenso dei sunniti.
Dunque, un’escalation della violenza politica anti-sunnita degli sciiti iracheni legati al blocco Pasdaran-clero combattente dell’Iran, dagli sviluppi sempre più violenti con un esito certo: il governo di Baghdad non governerà mai e, se lo farà, attuerà una politica ancora più settaria del passato.
Il sigillo a questa crisi verrà dato dalla proclamazione dell’indipendenza del Kurdistan iracheno, scelta obbligata per Massud Barzani (che l’ha già preannunciata) che segnerà la fine dell’Iraq come nazione.
Il prezzo della decisione di Obama nel 2009 di abbandonare completamente a sé stesso lo scenario iracheno è devastante. E siamo solo all’inizio del disastro.

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