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ELEZIONI 4 Maggio Mag 2016 1100 04 maggio 2016

Stati Uniti 2016, Trump il rozzo può diventare realtà

Trump vince in Indiana. Cruz si ritira. Lasciandogli la nomination repubblicana. Come si fa a prendere sul serio il miliardario americano? L'analisi di Margiocco.

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Donald Trump.

Come si fa a prendere sul serio Donald Trump, The Donald, e a vedere sullo sfondo della Casa bianca la sua non più così folta capigliatura sostenuta da audaci “richiami”?
Per ora il più probabile nuovo presidente degli Stati Uniti si chiama Hillary Clinton.
Ma nessuno può escludere che dal gran cilindro elettorale del novembre 2016 esca invece il repubblicano Trump.
La sua vittoria martedì 3 maggio anche in uno stato quintessenziale come l’Indiana lo conferma.
Non è una minima probabilità matematica. È una concreta possibilità politica.
Per Trump si tratta di una strada in salita, dato il rifiuto che la sua stessa persona provoca - e comprensibilmente - in grossi strati dell’elettorato.
HILLARY, NON SARÀ FACILE. Ma nemmeno il percorso che attende la signora Clinton, per motivi personali e non, è in discesa.
La protesta di Bernie Sanders, che l’ha umiliata in Indiana, lo conferma.
Hillary avrà l’investitura, ma non la piena legittimità di capo del partito democratico.
Possibile avere un Trump dopo un presidente dottorato a Harvard e indubbiamente padrone dell’oratoria e della scena?
L'UOMO CHE SAPEVA TROPPO POCO. Un Trump, il cui ultimo nomignolo ispirato a due film di Alfred Hitchcok intitolati L’uomo che sapeva troppo (il primo del 1934 e il secondo, una replica, del ’56 con James Stewart e Doris Day), è «l’uomo che sapeva troppo poco»?
Barack Obama, che ha impersonato con grazia e stile il ruolo, resterà nel cuore degli americani, e un poco per quanto non di competenza anche nei nostri, perché è stato il primo capo dello Stato e del governo afro-americano in un Paese dove a memoria d’uomo era impossibile per uno della sua etnia essere capitano di una squadra di football americano.
Quando si passa alle sue politiche, scattano alcuni campanelli di allarme.


L'aplomb e lo stile di Obama ci mancano già

Barack Obama.

È almeno dal gennaio 2016 che Obama pensa alla sua eredità, in economia soprattutto, tema dominante come quasi sempre per avere un posto nella Storia.
In una lunga intervista pubblicata il primo maggio con un giornalista amico, sul New York Times Magazine, Obama si è detto soddisfatto per prima cosa dei risultati economici, il successo di cui maggiormente va fiero: il Paese salvato dal disastro finanziario del 2008, la disoccupazione dimezzata sul 2009, la riforma delle regole finanziarie, quella sanitaria.
SUCCESSI VENDUTI MALE? E si è rammaricato di non avere saputo spiegare meglio ciò che ha fatto, anche in altri campi, per cambiare il Paese, lasciando troppo spazio a una interpretazione negativa montata ad arte dai suoi avversari.
Insomma il successo c’è, dovevano vendercelo meglio.
L’imperturbabile Obama è comunque tranquillo, come dimostrano il grande aplomb e la calma con cui ha calcato la scena sabato 30 aprile alla serata annuale dei corrispondenti accreditati alla Casa bianca, uno show che molti americani hanno gradito considerandolo l’ultimo esempio di stile presidenziale prima della poco stimata Hillary e del ''Dio non voglia'' Trump.

Trump difende lo Stato sociale e il common man

Una protesta degli immigrati contro Donald Trump.

Obama ha anche dato ripetutamente voce tra gli altri all’ex presidente Bill Clinton, impegnato in un tentativo di allentare (ma non si può farlo troppo) il patto ereditario tra sua moglie e Barack, e riconoscendo che l’eredità dal presidente andrebbe accettata con beneficio d’inventario.
Così diceva Bill parlando a Raleigh, in North Carolina, il 7 marzo: «Perché abbiamo un’elezione così stramba? Perché milioni e milioni e milioni e milioni (ripetuto quattro volte, ndr) di persone guardano alla bella immagine di un’America che ha tratteggiato Obama e non riescono a vedervi un posto per sé stessi con cui salvare la propria situazione».
ASPERITÀ E ROZZEZZA. Trump, con tutte le asperità e la rozzezza tipiche del personaggio, sta facendo un’operazione che da tempo era stata giudicata promettente per un repubblicano, ma che non trovava protagonista, in un partito tutto allineato da almeno 20 anni, e rigidamente, sulla più stretta ortodossia dei principi (e miti, a volte) neoliberisti, sull’ostilità alla mano pubblica e per un’idea (tutta teorica, per lo più) di un governo minimale con tasse minimali.
Trump difende lo Stato sociale, e cerca di essere il difensore del common man.
Quanto credibilmente, per un miliardario newyorkese, andrà verificato nei fatti, in caso di vittoria.
BARACK NON HA MANTENUTO. Anche Obama lo aveva promesso, e con molta più credibilità personale.
E il malcontento oggi forte in America deriva dal fatto che, per una parte del Paese, non lo ha mantenuto. Per altri sì, ha prodotto risultati ed è stato un grande presidente.

Un presidente afro amato ma anche accusato di troppa fuffa

Barack Obama con i suoi supporter.

L’America è così divisa oggi che non riesce nemmeno a dare un primo giudizio di massima su una performance presidenziale la cui valutazione non è poi difficile.
Obama non è stato un fallimento: qualcosa ha fatto partendo da una situazione difficilissima, ha avuto una presidenza senza scandali e l’ha gestita con stile.
I risultati sui grandi temi, però, sono modesti (politica estera compresa).
RIFORME DEBOLI. E la distanza dalle solenni promesse di cambiamento (Hope and change) della campagna 2008 è grande.
La riforma finanziaria non ha cambiato molto, non certo il potere lobbistico di Wall Street.
La riforma sanitaria (Obamacare) è una semi-riforma, con passi giusti e risultati non sempre positivi, ma non cambia la realtà della sanità americana che ha pro capite costi doppi di quella canadese, di tipo europeo.
INCERTEZZA ECONOMICA. Quanto all’economia, un giudizio.
L’ha dato Narayana Kocherlakota, dell’etnia indiana dei Telugu per parte di padre, economista ed ex presidente della Fed di Minneapolis, che sta alla Fed (Federal reserve, la Banca centrale statunitense) come per esempio la Banca d’Italia o di Francia stanno alla Banca centrale europea (Bce).
I risultati sono controversi, dice. Rispetto alle previsioni fatte nel 2009 per il 2015 siamo fortemente al di sotto, salvo che per l’occupazione, a maggioranza però cresciuta con lavori a basso salario.
La politica monetaria riflette l’incertezza delle imprese e delle famiglie, incertezza che il denaro da lungo tempo a costi bassissimi non riesce a superare.
Un successo? «I strongly disagree», conclude Kocherlakota.
Il voto di novembre sarà anche un giudizio su Obama, presidente insieme amato e sospettato di troppo window dressing: di troppa fuffa.

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