Iraq Premier Haider 141030160849
DIPLOMATICAMENTE 5 Maggio Mag 2016 1009 05 maggio 2016

Abadi ha tradito l'Iraq: ora chi fermerà l'Isis?

Riforme mancate e settarismo dilagante. Il Paese è a pezzi. E il Califfato avanza.

  • ...

Il premier iracheno Haider al Abadi.

Mentre il negoziato sul futuro della Sira sta franando, ci si chiede se l’Iraq sia sull’orlo del collasso.
Sembra proprio di sì; sembra che tale sia la drammatica situazione in cui versa questo paese che dall’abbattimento di Saddam Hussein nel 2003, e quindi dalla fine della presenza militare e civile degli americani nel 2011, ha conosciuto una vera e propria spirale di degrado politico-settario, brodo di coltura per lo Stato islamico, che ha rotto nei fatti e simbolicamente il confine tracciato dalle potenze occidentali un centinaio di anni fa e sta minacciando la stessa Baghdad.
LE COLPE DI AL MALIKI. Ricordiamo tutti ciò che ha fatto il famigerato al Maliki, grande responsabile del degrado attraverso la miope quanto intransigente politica di rivalsa della componente sciita nei riguardi della componente sunnita – vendicando in qualche modo il giogo sotto il quale era stata costretta a vivere - e in parte anche di quella curda, portata avanti in una chiave di perniciosa esclusione e discriminazione settaria.
Ricordiamo come questa sventurata gestione, che l’amministrazione americana, già responsabile del disastroso post-Saddam, non ha voluto/potuto contrastare fino al sanguinoso trionfo dello Stato islamico, abbia favorito un tale clima di esasperazione sunnita da indurne una parte importante a vedere nell’irruzione dell'Isis un “male minore” potenzialmente liberatorio dal giogo della cattiva matrigna sciita di Baghdad. Tutto ciò in un contesto di dilagante corruzione e di deleterie rendite di posizione di carattere corporativo.
UNA SPERANZA CHIAMATA ABADI. Il passo indietro imposto ad al Maliki a favore di Abadi, sciita sì, ma considerato ben diversamente pragmatico e disposto alla riapertura di un dialogo costruttivo e a una condivisione del potere di governo con le altre due componenti e soprattutto con quella sunnita, aveva alimentato la speranza di un deciso cambio di stagione che del resto appariva ineludibile nella prospettiva di una strategia di contrasto dello Stato islamico; sia per arginarne la minaccia la cui ombra stava per lambire la stessa capitale, sia per organizzare una controffensiva capace di consentire la progressiva riconquista del vasto territorio già occupato.
Contrasto che a partire dalla minacciata e in parte realizzata strage degli yazidi (agosto del 2014) ha visto un’importante convergenza di forze internazionali nella ben nota coalizione a guida americana alla quale anche l’Italia si è concretamente associata.
UNA SFIDA TITANICA. Ma quella speranza è andata gradualmente affievolendosi per la sproporzione che si è manifestata tra la gigantesca sfida che attendeva Abadi, la sua dichiarata ambizione riformista, e la sua capacità di aggregazione di una piattaforma di forze politiche sufficiente a portarla avanti concretamente.
Con le inevitabili ricadute sul versante del contrasto della minaccia dell'Isis.
A livello regionale e internazionale ha cercato un difficile equilibrio tra la specialità dei rapporti con Teheran, la ricostituzione di un filo di dialogo con Riad, la collaborazione con gli Usa e la sua coalizione, il freno all’invadenza turca.

La minaccia dell'Isis rimane inalterata

Alcuni combattenti dell'Isis in Iraq.

Ne è emersa una dinamica che sul terreno del contrasto allo Stato islamico ha portato sì qualche positivo risultato, da accreditarsi in misura prevalente al merito delle forze curde, ma non ha sostanzialmente alterato la portata della sua minaccia e ha in ogni caso favorito una presenza sempre più incisiva e anti-sunnita delle milizie iraniane, pregiudicando almeno in parte il tentativo di recupero di credibilità dello stesso Abadi da parte di una percentuale non trascurabile di quella componente.
LA CONNIVENZA USA CON L'IRAN. La decisione di rafforzare la sua azione di consulenza, aut formazione, aut intelligence, venuta da parte dell’amministrazione americana che, sia detto per inciso, ma non troppo, ha coltivato una certa connivenza con Teheran in funzione anti-Isis, la dice lunga sul reale stato delle cose. Certo sono stati riconquistati centri come Ramadi, Tikrit e Sinjar. Ma il grosso del territorio controllato dal 2014 in poi resta nelle mani dello Stato islamico che riesce inoltre, malgrado le eccezionali misure di sicurezza adottate da tempo dal governo, a compiere attacchi stragisti di grande impatto nella stessa capitale come avvenuto in questi giorni. E la riconquista di Mosul, più volte annunciata come imminente, stenta a decollare.
Sul piano politico interno il bilancio è risultato a tutt’oggi ancora più magro, direi anzi decisamente critico.
IL FALLIMENTO DELLE RIFORME. Abadi ha fallito finora sui diversi versanti riformistici sui quali aveva promesso interventi decisivi: dalla corruzione alla costruzione di una capacità di governo effettivamente condiviso, dalla gestione economica e sociale del paese che gli si è frantumato in mano anche in conseguenza del crollo del prezzo del petrolio, al superamento della paralisi conseguente al gioco dei veti incrociati di un quadro politico tanto litigioso quanto frammentato per ragioni di ordine settario e ideologico sì, ma anche di banale controllo del potere a livello locale.
E il fatto più critico deriva dall’accentuarsi delle contrapposizioni anche all’interno al mondo sciita, dove non solo al Maliki continua nella sua opera di contrapposizione ad Abadi, ma soprattutto si è andata aprendo da qualche tempo e con inquietante progressione una divaricazione ben più seria tra l’ayatollah al Sistani, la grande guida spirituale e politica dell'Iraq, e l’ayatollah Khamenei, che guida l’Iran.
IL RITORNO DI AL SADRA. Divaricazione che riguarda questioni di grande rilevanza critica, che vanno dalle azioni “criminali” perpetrate dalle Forze di mobilitazione popolare ispirate invece da Teheran, al ruolo degli Stati Uniti, agli ostacoli continuamente frapposti – e da sponde sciite (comprese quelle guidate da Abadi) - all’attuazione del programma di riforme volute da Abadi.
Divaricazione sulla quale sta investendo da qualche tempo il radicale sciita Moqtada al-Sadra, ricomparso con clamore sulla scena politica irachena alla testa del suo cospicuo e animoso contingente di seguaci-elettori, per chiedere in maniera sempre più perentoria il superamento della logica intersettaria che sta portando alla rovina il paese a favore di un governo tecnocratico in grado di realizzare le riforme solo annunciate da Abadi.
L'INTERFERENZA AMERICANA. L’ultimo episodio della saga intrapresa da questo religioso ormai protagonista politico del paese, ripreso dai media di tutto il mondo, è stata la violazione della Zona verde con l’invasione del Parlamento. Se in termini verbali e di movimento di massa punta al sostegno di Abadi, ne sta mostrando in realtà la grande debolezza.
C’è da chiedersi se non si sia alla vigilia di una svolta che potrebbe rivelarsi di portata drammaticamente seria. Certo non era il momento più appropriato perché il vicepresidente degli Stati Uniti riproponesse ufficialmente l’idea di un Iraq diviso in tre separate regioni — curda, sciita e sunnita — con un governo centrale che ne assicuri l’unità complessiva.
Una sorta di confederazione. Il classico piede messo nel piatto, una sortita tanto più improvvida non solo perché esempio di grave interferenza, ma anche perché relativa a un’opzione prevista dall’attuale costituzione irachena avversata dalla componente sunnita che ne ha chiesto e ottenuto la revisione.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso