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ANALISI 5 Maggio Mag 2016 1645 05 maggio 2016

Turchia, Davutoglu lascia Erdogan sempre più solo

Si dimette il premier Davutoglu. Per i contrasti con Erdogan. Da Arinc fino a Gül: così il leader turco s'è fatto terra bruciata attorno. Spaccando negli anni l'Akp.

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Colpo di scena. Il braccio destro di Recep Tayyip Erdogan, tre volte premier e poi presidente turco, Ahmet Davutoglu, ex ministro degli Esteri ed eminenza grigia, si è dimesso dall'incarico di capo dell'esecutivo, al termine di un faccia a faccia con Erdogan definito «drammatico».
Indiscrezioni, naturalmente. Le stesse che, da mesi, davano i due in crescente rotta di collisione.
ERDOGAN CONTRO TUTTI. Ma nessuno pensava a una rottura così eclatante.
Davutoglu ed Erdogan sono, con l'ex presidente Adbullah Gül e l'ex ministro dell'interno Bülent Arinc, i maggiori esponenti del partito islamista dell'Akp, quest'ultimi suoi cofondatori.
Lo zoccolo duro del progetto politico neo-ottomano che, dal 2002, avrebbe cambiato il corso della Turchia kemalista ma del quale adesso resta Erdogan e attorno a lui il vuoto.
CONGRESSO STRAORDINARIO. Con Davutoglu avrebbe potuto giocare al gatto e al topo, come la “buona” Angela Merkel e il mastino Wolfgang Schäuble in Germania. O come in Russia Vladimir Putin e il suo delfino Dmitrij Medvedev. Invece il premier turco ha sbattuto la porta, dichiarando il passo di lato, anche da presidente del partito, «non una scelta ma una necessità».
Il successore verrà nominato il 22 maggio al Congresso straordinario dell'Akp. Dai lunghi coltelli, come si preannuncia.

Gül, Arinc, infine Davutoglu: Erdogan decapita i vertici dell'Akp

Lo storico a lungo prestato alla politica ha detto che tornerà alla «vita accademica» senza «rimorsi e rimpianti».
Davutoglu non è d'altra parte la prima testa a cadere per il diktat del Sultano Erdogan, in seno al partito islamista, anche se la sua eliminazione lascerà la ferita più profonda.
Un altro ex ministro degli Esteri ed ex premier che per anni ha coperto le spalle a Erdogan, Gül, è stato il primo a manifestare insofferenza per le posizioni sempre più estremiste e liberticide del vecchio sodale e leader turco.
VIA I MODERATI. Contestato per l'inasprimento delle leggi sull'uso di alcol e di Internet, Gül si era dimostrato poi disposto a dialogare con i manifestanti di piazza Taksim e altre città turche, facendo sorgere il sospetto che, dietro la sua firma da presidente delle strette, ci fossero in realtà forti pressioni di Erdogan, al tempo premier.
In quegli anni, lo stesso copione si ripeteva anche con l'allora ministro dell'Interno Arinc: per placare le proteste di Gezi Park, pubblicamente pronto a cancellare il piano di distruzione del parco contestato dagli ambientalisti, e anche a far saltare i negoziati di pace con i curdi di Abdullah Öcalan.
PARTITO SPACCATO. Ma Erdogan voleva andasse diversamente e spinse un'ala dell'Akp a chiederne le dimissioni. Gül, un moderato incline al negoziato, mediò tra Erdogan e Arinc, riuscendo a scongiurarle, ma fino a un certo punto.
Con Erdogan non si discute: scaduto l'ultimo (per Costituzione) governo consecutivo del Sultano, dal 2014 tanto Gül, che ha ceduto la poltrona presidenziale a Erdogan, quanto Arinc sono caduti nel dimenticatoio. Isolati in un partito sempre più attraversato da spaccature.

Verso un sostituto sherpa di Erdogan, ma anche nuove divisioni in Turchia

Nemico giurato di Erdogan viene quasi sempre citato l'altrettanto poco limpido Fethullah Gülen, guru del suo originale movimento panislamico e manovratore di parte consistente del partito e dell'elettorato islamisti.
Ma da un po' i nemici di Erdogan sono molti. Chiunque osi frenare il suo assolutismo e i suoi affari di famiglia viene silurato. Il Sultano ha, nell'ordine, fatto fuori la lobby laica dei generali, controllato i vertici dei servizi segreti, infine estromesso tutti i suoi vice più stretti.
Come Gül e Arinc, Davutoglu passa per essere un politico dai modi sottili e dai toni moderati, quale in effetti è apparso nella recente mediazione con l'Ue sul piano anti-migranti che gli ha dato anche quel tocco di protagonismo indigesto al capo.
UN RUOLO AMBIGUO. Ma è anche il più ambiguo dei tre (ex) stretti alleati di Erdogan, l'ultimo a gettare la spugna.
Fino alla Primavera araba, è stato il consigliere strategico della mano tesa al mondo islamico: «Zero problemi con tutti» era il suo motto, il soft-power la pratica per ricostruire, tessendo relazioni con la Fratellanza musulmana, un'area di influenza turca tra Asia e Africa che sganciasse Ankara dalla ristretta alleanza con la Nato.
Dalle proteste del 2011, la politica estera della Turchia (accusata di finanziare anche l'Isis) si è fatta interventista e spregiudicata, e non è mai stato chiaro se per volontà ultima di Davutoglu, Erdogan o di registi esterni.
IL TEORICO DELLA DOTTRINA NEO-OTTOMANA. La cornice d'espansione turca attraverso i ribelli della Fratellanza musulmana è rimasta tuttavia invariata, come l'obiettivo da raggiungere del quale Davutoglu resta l'ideologo, il teorico della dottrina neo-ottomana.
Con Erdogan sarebbe arrivato all'irreparabile dopo i malumori montanti per essere stato privato di una serie di poteri di nomina. Fino alla recriminazione sprezzante fattagli dal Sultano: «Lo sai come sei arrivato a ricoprire quei ruoli».
Anche se l'Akp resta il primo partito della Turchia ma in calo di elettori, sostituti sherpa di Davutoglu se ne trovano: alcuni suoi vice e ministri sono già in fila per l'allettante promozione a premier da parte di Erdogan. Finché dura.

Twitter @BarbaraCiolli

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