Alessandro Giannì 160506181224
INTERVISTA 6 Maggio Mag 2016 1742 06 maggio 2016

Ttip, Greenpeace Italia: «Ecco cosa non torna»

Via libera ai prodotti pericolosi. Potere alle multinazionali. Disparità giuridiche. E trucco Ogm. Giannì di Greenpeace: «Il libero scambio Usa-Ue è un rischio. E nel nostro Paese non se ne parla».

  • ...

La pubblicazione di un documento segreto di 248 pagine sulle trattative in corso tra Unione europea e Stati Uniti sul Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership, Partenariato transatlantico su commercio e investimenti), finito nelle mani di Greenpeace grazie a un segnalatore anonimo - a quanto pare assalito da un’improvvisa crisi di coscienza - ha sollevato non poche polemiche.
Prevedibilmente, lo scandalo battezzato Ttip leaks ha visto subito lo schierarsi di due fronti contrapposti.
ESAGERAZIONE O PERICOLO? Da un lato quelli che hanno cercato di gettare acqua sul fuoco, come, Cecilia Malmström, commissaria al Commercio Ue, che ha definito l’affaire «una tempesta in un bicchier d’acqua».
Dall’altro la compagine degli anti-Ttip che hanno ipso facto trovato nel documento conferma dei loro peggiori sospetti, ossia che il trattato nasca dalle pressioni delle multinazionali e ignori quelli dei lavoratori e dei consumatori.
I fan dell'accordo affermano invece che può dare vita alla più vasta area di libero scambio, creando così nuovi posti di lavoro.
Alessandro Giannì, direttore delle campagne Greenpeace Italia e ricercatore in Scienze biologiche dell’evoluzione, ne parla con Lettera43.it.


Alessandro Giannì di Greenpeace.  

DOMANDA. Perché l’anonima ''gola profonda'' ha scelto proprio Greenpeace come destinatario del documento?
RISPOSTA. (sorridendo ironico) Forse si fidava? Non lo so, e ovviamente non ho alcuna idea di chi possa essere stato.
D. Da un po’ di tempo ormai Greenpeace è attivo su quel fronte.
R. Finora le organizzazioni più coinvolte sono state quelle presenti in Germania e in Austria, Paesi dove c’è anche la maggiore consapevolezza sul tema.
D. E in Italia?
R. Be', francamente in Italia di Ttip se ne parla meno che in altri Stati. Da un anno non ci sono iniziative.
D. I movimenti contrari, tra cui Greenpeace, sono stati criticati per aver voluto trovare in quelle carte più di quanto in realtà ci fosse, allo scopo di portare acqua al proprio mulino...
R. Premessa: è in corso un negoziato tra Ue e Usa su una serie di questioni e quindi si sta cercando di arrivare a un compromesso tra le due parti.
D. Quindi dove sta il vero problema?
R. Secondo noi uno dei problemi è che chi ha il mandato negoziale, ossia i rappresentanti della Ue, non stia applicando sufficientemente il principio di precauzione.
D. Può spiegare di cosa si tratta?
R. È un elemento fondamentale della legislazione comunitaria. Prevede che se esiste motivo fondato di ritenere pericoloso un certo prodotto chimico o alimentare, uno Stato ha il diritto di vietarne l’uso e la vendita anche in assenza di prove “conclusive”.
D. Dunque l’onere di dimostrare che un prodotto non è dannoso ricade sul produttore?
R. Esatto. Chiaramente il processo contrario, ossia dimostrare l’effettiva pericolosità di un prodotto, non è affatto facile. Ci sono tempi lunghi, da applicare a molti prodotti. Senza poi contare quelli nuovi sempre in arrivo.
D. E la posizione americana qual è?
R. È legittimo che gli Stati Uniti cerchino di farci accettare i loro criteri, basati sul principio della “gestione del rischio”, ma è altrettanto giusto, e doveroso, secondo il mandato negoziale, che anche noi europei cerchiamo di far prevalere i nostri.
D. Invece cos'è successo?
R. Al tavolo negoziale pensiamo che la posizione dell'Unione sia stata troppo annacquata.
D. Quindi, ipoteticamente, se Bruxelles s’imponesse di più gli Usa potrebbero applicare i nostri criteri di sicurezza?
R. Attenzione: il diavolo non sta mai solo da una parte. In certe normative gli americani sono migliori di noi.
D. Per esempio?
R. Basta chiedersi: il caso delle emissioni della Volkswagen chi l’ha tirato fuori? Gli Usa, no?
D. Altri casi?
R. Il contenuto del mercurio nel pesce. Il nostro pesce spada può arrivare sul mercato Usa solo se accompagnato da analisi chimiche che attestino la presenza di un livello accettabile di mercurio, più restrittivo che nell’Ue.
D. Insomma, su certi temi Washington è più avanti di noi?
R. Certo: nella lotta alla corruzione l'Ue è indietro.
D. Sta dicendo che non avete un atteggiamento pregiudiziale nei confronti degli Usa?
R. Assolutamente no: non tutto quello che viene dall'America è brutto e cattivo e nemmeno tutte le multinazionali lo sono a priori. Noi guardiamo i fatti.


D. Per tornare al cuore della questione, qual è il problema con l'accordo sul libero commercio?
R. L'Unione europea non sembra essere preparata ad alzare la soglia di sicurezza necessaria per un scambio equo. E al di là degli aspetti puramente ambientali, esiste anche una problematica di tipo economico.
D. Cioè?
R. Mi insospettisce questa idea secondo la quale il Ttip sarebbe una panacea per tutti i nostri mali, soprattutto in un Paese come l'Italia, dominato dalla piccola e media impresa e dove la grande è spesso nelle mani di interessi stranieri. Userei l’esempio del Nafta (North American Free Trade Agreement, l’accordo per il libero scambio nord-americano, ndr) come precedente inquietante.
D. Qual è la critica al Nafta?
R. Da un lato ha reso possibile a certe compagnie americane di ricattare i propri lavoratori con la minaccia della delocalizzazione, che comunque ha eliminato molti posti di lavoro, e poi ha di fatto impoverito una massa enorme di messicani.
D. Il Ttip presenta pericoli simili?
R. Sì, al di là della minaccia alle garanzie puramente ambientali e nel campo della salute, l’accordo potrebbe creare dei seri problemi nel nostro tessuto sociale, che non può difendersi dalla potenza soverchiante delle multinazionali.
D. Quali movimenti politici vede più favorevoli all'intesa nella sua forma attuale?
R. Per definizione l’ideologia liberista o neoliberista è quella che propugna questo tipo di accordi.
D. Si va verso un assetto sovranazionale che offre molte libertà alle multinazionali?
R. Sì, e questo lo possiamo già vedere nell’accordo siglato e operativo tra Canada e Ue.
D. Non se ne parla molto...
R. Non se ne parla affatto, e la cosa non mi sorprende. Tra l’altro è un po’ un cavallo di Troia per moltissime imprese americane registrate in Canada.
D. Un altro dei punti critici è l’aspetto giuridico.
R. È previsto un regime giuridico speciale per le grandi imprese che potrebbero cercare di aggirare le leggi dei singoli Paesi.
D. Un esempio pratico?
R. Se la birra Budweiser dovesse avere un problema legale con lo Stato italiano questo verrebbe analizzato da una corte speciale internazionale, se lo avesse la birra Moretti questo verrebbe portato davanti a una corte italiana. Due pesi e due misure.
D. Tornando al Ttip leaks, è l’opacità su questioni del genere che ha portato Greenpeace a pubblicare il documento che sta facendo scalpore?
R. Ci sono molte porcherie nascoste sulle quali l’opinione pubblica europea deve essere informata per poi poter indirizzare i suoi rappresentanti.
D. C’è anche il timore che grazie all'accordo gli Stati Uniti possano imporre più Ogm in Europa...
R. Bisogna specificare innanzitutto che gli Organismi geneticamente modificati tradizionali stanno diventando obsoleti. L’aspetto più inquietante è che esistono ora dei nuovi Ogm e che le compagnie Usa hanno fatto pressioni perché questi non vengano più considerati tali.
D. Un trucco?
R. Chiaramente. Sarebbe come cambiare le soglie dell’inquinamento accettabile, per cui l’inquinamento potrebbe continuare tranquillo, ma sulla carta non ci sarebbe più... Esiste poi un altro aspetto grave dell’affaire Ogm in Italia di cui non si parla molto.
D. Sarebbe?
R. Il ministro dell’Agricoltura italiano Maurizio Martina è andato in parlamento a dire che il Ttip non ha niente a che fare con la problematica degli Ogm. Adesso è stato smentito: o ha dichiarato il falso volontariamente o è stato ingannato.
D. Quindi la vostra critica è sulla sua mancanza di preparazione?
R. Come minimo, ma potrebbe esser peggio. Secondo noi dovrebbe tornare in Commissione e dire la verità, spiegando anche perché ha detto una cosa evidentemente falsa.
D. Qualche commento sulla reazione a ciò che ha detto la Malmström («Una tempesta in un bicchiere d’acqua»)?
R. Semplice: la signora Malmström è libera di dire quel che vuole. Ma se è davvero così, allora tirasse fuori tutti i documenti indispensabili a far chiarezza. Così staremo tutti più tranquilli.


Twitter @AttilioWhite

Articoli Correlati

Potresti esserti perso