ANNIVERSARIO 9 Maggio Mag 2016 1100 09 maggio 2016

Caso Moro, 38 anni dopo è un'infinita fiction di Stato

Il 9 maggio 1978 il Paese si fermava: Moro era stato ammazzato dalle Br (foto). Oggi l'Italia non conosce ancora la verità. Tra Gladio, servizi e carte sparite.

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Aldo Moro nella prigione di via Montalcini.

Tu puoi dire che tutto non passa, che resta la memoria e resta la fame di verità, ma non è vero.
Semplicemente il tempo corrode come una medusa immensa e il Paese che oggi si ricorda di Aldo Moro, del suo truce ritrovamento in una via Caetani allusiva (guarda le foto), a metà tra le sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista, quel Paese non esiste più, ha altri lineamenti, ha altro per la testa.
Morti i due partiti, morti tutti i partiti di quel 1978, scomparsi quasi tutti i protagonisti di quella stagione torva e misteriosa, il Paese levigato e urticato dal tempo sbriga le sue commemorazioni in modo distratto e formale, archivia in fretta via Caetani così come 55 giorni prima aveva liquidato via Fani, l'agguato, la strage più perfetta della Prima Repubblica in una stradella qualsiasi destinata a restare tempio di arcani.
BASTA COSÌ O SERVE ALTRO? Oggi, 38 anni fa, il Paese si fermava; moriva e migliaia e migliaia e migliaia di cittadini spaventati invadevano le piazze della loro paura, per gridare cosa neppure loro lo sapevano, forse. Ma gridare.
Oggi, 38 anni dopo, le parole sono veli logori di stanchezza, pretesti per formule sfinite che qualcuno recita con sempre minore convinzione.
Divisi ieri fra trattativa e fermezza, oggi tra chi dice basta così, andiamo avanti e chi insiste, no, non basta ancora, noi dobbiamo sapere.
UN ESERCITO DI FANTASMI. Noi dobbiamo sapere. Perché ancora s'affastellano fantasmi: i libici, i palestinesi, la P2, le dichiarazioni del boss camorrista Raffaele Cutolo secretate, chissà se troppo mitomani o troppo vere, il presidente della Commissione Moro, la sesta, Giuseppe Fioroni, che parla di «storia da riscrivere in più capitoli».
Perché lo stesso Moro resta fantasma profetico - «Il mio sangue ricadrà su di voi» - al crocevia fra quanti giurano che del suo calvario si sa abbastanza, se non tutto, e quelli che insistono: su Moro si sa poco e quel poco è inquinato.
I primi sono, tra gli altri, i brigatisti, e si può capire, ma hanno torto e invece hanno ragione quelli che non si accontentano, che mettono in fila le incongruenze; tra questi Sergio Flamigni, che il 9 maggio 2016 a Roma, nell'ambito della Giornata della Memoria delle vittime di stragi e terrorismo (presente anche Benedetta Tobagi col libro Una stella incoronata di buio), alle ore 17 propone la sua ultima implacabile fatica nella Sala della Regina di Montecitorio: Patto di omertà è l'ennesimo scavo nelle ferite purulente della memoria, come sempre per Kaos edizioni.
CONTRO LE VERITÀ DI STATO. Volume uscito da un anno, del quale poco si è parlato perché molto si è mormorato, come sempre per le opere di questo mite, gentile, spietato, irriducibile investigatore di misteri dolorosi che a 91 anni non vuole smettere di devastare certezze troppo frettolosamente raggrumate.
Flamigni, forlivese, a lungo senatore del Pci, è un dietrologo ma non costruisce fantapolitiche: lui va dietro le verità ufficiali, verità di Stato spartite con i nemici dello Stato (come riconosceva Renato Curcio), ne individua i punti di rottura e su quelli insiste, li forza fino a che lo scricchiolio, lo stridore, lo schianto non si può più ignorare.
«Quarto uomo sei solo un fantasma», lo irrideva l'Espresso ai tempi, alludendo ai carcerieri di Moro.
Fino a che il quarto uomo uscì davvero, lo disvelò Mario Moretti: il capo, con la Rossana Rossanda, era Germano Maccari, prematuramente folgorato in carcere non si è mai saputo se da un infarto o un aneurisma.

L'ombra di Gladio e quella ricostruzione che accontenta tutti

Roma: il corpo senza vita di un agente della scorta di Aldo Moro dopo l'agguato in via Fani (16 marzo 1978).

Dove punta questa volta il mirino logico di Flamigni?
Contro Valerio Morucci, contro il suo Memoriale considerato a uso e consumo di una verità di Stato fittizia, coprente, esattamente come Mino Pecorelli aveva preconizzato: «Verrà un'amnistia a tutto lavare, tutto obliare...».
Un documento dalla travagliata, torbida gestazione, scritto insieme al giornalista della destra Dc Remigio Cavedon, veicolato da una suora carceraria con funzioni di raccordo tra brigatisti detenuti e settori della Democrazia cristiana, fino al presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
AMNISTIA PER I BRIGATISTI. Secondo Flamigni, il memoriale (architrave della sentenza-ordinanza del giudice Rosario Priore in esito del processo Moro-quater) s'incarica di offrire una ricostruzione addomesticata sull'intero affaire Moro, tale da soddisfare tutti e utile ad accelerare il corso dell'amnistia per tutti i brigatisti coinvolti, che difatti otterranno puntualmente i rispettivi vantaggi, non solo in termini di liberazione precoce, ma anche di reinserimento sociale e addirittura di notorietà mediatica ben remunerata.
SERVIZI SEGRETI COINVOLTI. Scrive tra l'altro Flamigni: «Il fatto certo è che in via Fani, al momento della strage, si stagliava l'ombra di Gladio, la struttura paramilitare segreta nata da un accordo tra la Cia e il Sifar (il servizio segreto militare). Sia per le due automobili presenti sulla scena della strage: sul lato destro la Austin Morris blu della immobiliare 'Poggio delle rose' in odore di servizi segreti; sul lato sinistro la Mini Cooper del gladiatore Tullio Moscardi (già sabotatore di una unità speciale di Stay-Behind). Sia per la presenza, nei pressi di via Fani al momento della strage, del colonnello del Sismi (il servizio segreto militare) Camillo Guglielmi, istruttore di Gladio per le tecniche di imboscata e comandante del cosiddetto “Gruppo Guglielmi” della Gladio nell'esercitazione Nato denominata Smeraldo, iniziata nella seconda settimana di febbraio (...) e le perizie balistiche stabiliranno che in via Fani furono sparati 31 proiettili di fabbricazione speciale identici ai proiettili dei depositi Nasco di Gladio».

Restano cortocircuiti della logica e vortici di ambiguità

In una foto d'archivio, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in una renault a via Caetani a Roma. Era il 9 maggio 1978.

Pagina per pagina, riga per riga le verità del brigatista dissociato Morucci vengono esaminate, confrontate coi riscontri storici e processuali, e infine accusate.
«Qui c'è tutto, presidente, solo che stavolta con i nomi», diceva la suora bianca, dalle mani bianche, recando il Memoriale nelle segrete stanze.
E il presidente era l'uomo che, da ministro dell'Interno, aveva gestito l'intera parabola del sequestro del suo amico Aldo Moro nel modo più fallimentare possibile.
ANCORA TROPPI ENIGMI. Sì, per quanto avvolte nella nebbia del passato, restano le cose che non tornano; restano i cortocircuiti della logica, i vortici di ambiguità almeno attorno ai seguenti enigmi, così come riassunti da Flamigni:
«Il numero e l'identità dei killer presenti in via Fani la mattina del 16 marzo 1978. Il luogo dove avvenne il trasbordo del rapito subito dopo la strage, prima che l'auto 132 fosse abbandonata in via Licinio Calvo. I luoghi dove venne tenuto prigioniero Moro durante i 55 giorni del sequestro. Di quale apparato fu la regia dell'operazione congiunta del 18 aprile 1978 (comunicato falso del lago della Duchessa e “scoperta” del covo di via Gradoli). In quale luogo venne ucciso Moro la mattina del 9 maggio. Perché il corpo del prigioniero venne abbandonato nel centro di Roma, in via Caetani, nei pressi del ghetto ebraico. Perché i terroristi censurarono le gravi rivelazioni fatte da Moro durante la prigionia. Cosa conteneva la parte del “memoriale” moroteo che risulta ancora mancante. Dove sono gli scritti originali di Moro e le registrazioni audio dei suoi interrogatori. Dove sono finiti i verbali e gli “appunti” del Comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza, quelli del Comitato esecutivo per i servizi di informazioni e sicurezza, e quelli dei Comitati di crisi che si riunivano al Viminale durante i 55 giorni. Perché non vennero verbalizzati tutti i documenti trovati nel covo Br di via Monte Nevoso nell'ottobre 1978. Quale ruolo ebbero la struttura Gladio e gli apparati della Nato durante il sequestro. Quale documentazione è presente negli archivi dei servizi di sicurezza sui viaggi a Parigi di Mario Moretti, e sui traffici di armi da parte del capo terrorista o di altri appartenenti alle Br. Quali collegamenti internazionali e ingerenze straniere ebbero parte nella vicenda Moro».
ORMAI È LA FICTION DI UN'EPOCA. Tutto questo viene ricordaro nel 38esimo anniversario di via Caetani, in un palazzo dello Stato dove un irriducibile ex senatore dello Stato va a confutare per l'ennesima volta una verità di Stato, quanto a dire una volta di più che su Moro non tutto è detto e non tutto ciò che è stato detto è limpido.
Anche se, quasi 40 anni dopo, questa sembra la fiction di un'epoca mai vissuta, mai conclusa.


Twitter @MaxDelPapa

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