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PROFILO 10 Maggio Mag 2016 1357 10 maggio 2016

Rodrigo Duterte, un presidente alla Trump per le Filippine

L'astro nascente della scena politica, con un margine di vantaggio incolmabile dal secondo, si appresta a vincere le elezioni. Dal populismo al sessismo, 'The Punisher' ha molti lati in comune con 'The Donald'.

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Rodrigo Duterte durante un comizio.

Il risultato tanto atteso alla vigilia si è concretizzato voto dopo voto: Rodrigo Duterte, un populista che si è proposto come 'uomo forte', è il nuovo presidente delle Filippine per i prossimi sei anni.
Per l'arcipelago di 100 milioni di abitanti si prospetta così il rischio di un ritorno all'autoritarismo che per decenni l'ha contraddistinto. Un cerchio che potrebbe chiudersi anche con la probabile elezione a vicepresidente di Bongbong Marcos, figlio dell'ex dittatore Ferdinand. Il conteggio non ufficiale portato avanti dai media (col 92 per cento delle schede scrutinate) assegna a Duterte (71 anni) il 39% dei voti, con circa 15 punti di vantaggio sul secondo candidato.
ASCESA IMPROVVISA. La prepotente ascesa di Duterte ha stupito tutti. Ma questo è solo il primo fattore che ha in comune con Donald Trump. Come il magnate considerato un candidato da non prendere sul serio, Duterte ha accumulato consensi grazie alla sua linea dura contro crimine e corruzione, facendosi strada anche nel Centro-Sud con le sue promesse di federalismo. Nonostante il buongoverno e gli investimenti stranieri portati dal predecessore Benigno Aquino, molti filippini sentono di non aver beneficiato della crescita economica.
IL RIFIUTO POPOLARE DELL'ESTABLISHMENT. In un Paese dove le categorie politiche di destra e sinistra non sono applicabili, una diffusa stanchezza verso il tradizionale establishment formato da alcune dinastie, tra cui gli Aquino, ha contribuito al fascino dell'outsider.
Da sindaco di Davao (nel Sud del Paese) per oltre due decenni, Duterte ha ripulito una delle città più violente dell'arcipelago con esecuzioni sommarie di spacciatori e gangster vari: azioni che gli sono valse il soprannome «il castigatore». Ha promesso di fare altrettanto su scala nazionale, consigliando alla popolazione di mettere su aziende di pompe funebri, dato che lui «fornirà i cadaveri».
MOLTI LATI IN COMUNE CON TRUMP. Ma Duterte ha anche prospettato misure semi-dittatoriali, come l'abolizione del Congresso per sradicare la corruzione. Di economia non sa granché, l'ha ammesso lui stesso. E in politica estera non è andato oltre le sparate, a partire da quella di andare con la moto d'acqua a piantare una bandiera nazionale su un'isola contesa con la Cina nel Mar cinese meridionale.
Proprio come per Trump, neanche le pessime battute sessiste ne hanno intaccato la popolarità. In un Paese devotamente cattolico, Duterte è uscito indenne pure dopo aver dato del «figlio di...» a Papa Francesco, per il traffico provocato dalla sua visita. La violenza sessuale subita dalla figlia? Niente di grave, è solo «una regina delle scenate».
E soprattutto, riguardo allo stupro di gruppo di una missionaria australiana uccisa nel 1989 in una rivolta carceraria a Davao, in un comizio ha dichiarato: «Era così bella, il sindaco sarebbe dovuto essere il primo, che spreco».
IL RISCHIO DI UN RITORNO ALL'AUTORITARISMO. Molto dipenderà dal team di collaboratori di cui si circonderà. Tra questi è probabile che ci sarà come suo vice Bongbong Marcos, già senatore e con un occhio alle elezioni del 2022. Il figlio del dittatore Ferdinand è in vantaggio con circa 700 mila voti di margine sulla candidata Leni Robredo. Secondo gli ultimi dati, tuttavia, la sua vittoria non sarebbe più scontata. In confronto a Duterte è un moderato, che chiede di non essere giudicato per le azioni del padre, al potere dal 1965 al 1986. Ma utilizza proprio quell'eredità politica in modo ambiguo, strizzando l'occhio ai nostalgici della disciplina di Marcos padre, in un Paese dove il 60 per cento della popolazione è nata dopo quel ventennio di pugno di ferro. Scarsa memoria storica e tanta voglia di nuovo stanno portando al governo un potenziale dittatore e il figlio di uno che lo è stato. Ora si vedrà se le boutade erano intenzioni serie o solo un modo di guadagnare voti.

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