SCENARIO 11 Maggio Mag 2016 1000 11 maggio 2016

Calabria senza candidati, la resa politica del Pd

San Luca, Platì e Rosarno: tre centri simbolo della lotta alla 'ndrangheta rimasti privi di liste di sinistra. Colpa di errori e disaffezione verso i partiti. L'analisi.

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Matteo Renzi con Anna Rita Leonardi alla Leopolda.

Platì, San Luca, Rosarno.
Tre centri di frontiera nella lotta alla 'ndrangheta. Tre centri dove il Partito democratico non presenta alcuna lista alle elezioni amministrative 2016.
L'ultima resa è stata proprio a Platì: la candidata dem Anna Rita Leonardi, lanciata in grande stile sul palco della Leopolda da Matteo Renzi, non è riuscita a mettere insieme una squadra di candidati e si è dovuta arrendere.
Eppure il premier-segretario l'aveva presentata così a dicembre 2015: «C’è una ragazza di 30 anni che, alle prossime elezioni, sfidando con coraggio e un po’ di incoscienza le parole dei benpensanti, si candiderà con il Pd. Io vorrei che la Leopolda la abbracciasse».
Quella ragazza cinque mesi dopo è stata costretta a gettare la spugna.
QUALCUNO HA GIOITO. Su Facebook Leonardi ha puntato il dito contro i dirigenti calabresi del suo partito.
«Ho visto onorevoli regionali con famiglia e stipendiati al seguito ridere e gioire della nostra ritirata», ha scritto in un lungo post.
Alla base dello smacco, dunque, c'è la politica: quella bassa, fatta di interessi di bottega. Poco importa se a pagare sia tutto il Pd, indistintamente.
Perché, come dice chi conosce le dinamiche di questo fazzoletto di terra calabrese, «San Luca e Platì in fondo valgono pochi voti. Di qui il disinteresse».

«Senza radicamento vero sul territorio i tweet sono inutili»

In rosso, Platì centro dell'Aspromonte.

Negli ultimi 16 anni, il Comune è stato sciolto tre volte per mafia.
Anni di commissariamenti.
Anche nel maggio 2015 il Pd non era riuscito a presentare alcuna lista.
«Sono mancate la speranza e la fiducia nelle istituzioni», aveva commentato il segretario regionale Ernesto Magorno.
A questa tornata, dopo qualche resistenza, si era candidata Leonardi, 30enne di belle speranze, già candidata ma non eletta al Consiglio comunale di Reggio Calabria, assistente del deputato Luigi Lacquaniti e molto vicina al renziano ex Sinistra ecologia e libertà Gennaro Migliore.
«LA GENTE NON AMA I COLONIZZATORI». Catapultata in uno dei fortini della 'ndrangheta, si è però accorta tardi che qui le regole sono altre, che la blindatura renziana non era evidentemente sufficiente per vincere i ras locali. E che la gente «non ama i colonizzatori».
Agostino Pantano, giornalista calabrese trapiantato a Roma e attualmente sotto processo per ricettazione di notizie per una sua inchiesta contro la mafia, spiega a Lettera43.it: «Leonardi ha costruito tutto solo mediaticamente, senza un radicamento vero che non ha voluto o saputo costituire».
IL PREZZO DELLA «PASSIONE DI PLASTICA». E così il Pd è tracollato in questa battaglia simbolica rivelandosi, continua, «un partito della passione di plastica e della classe dirigente liquida».
Dove «non conta essere fisicamente in un luogo, ma dire che sei in quel luogo».
Un esponente dem locale aggiunge che «la politica si deve fare sui territori, non può essere solo mediatica, a colpi di tweet e post in Facebook. Ci devono essere riferimenti concreti. E un lavoro di anni».
Invece la segreteria provinciale, è l'accusa, «non ha inteso lavorare in questo senso».
IL PATTO PER IL SUD NON BASTA. Il patto per il Sud siglato da Renzi è un segnale importante, si fa notare. «Ha scommesso sul Mezzogiorno, ci ha creduto».
Ma occorre rivedere «l'intera classe dirigente locale, selezionare persone competenti».
Perché lo Stato «deve tornare in questa terra. Insieme con una cultura alla legalità». Non è solo la mafia che spara a spaventare, infatti.
Senza dimenticare che la questione morale esiste, anche e soprattutto in Calabria. «Dove», racconta una democratica, «si fa campagna elettorale e si cercano accordi di notte, perché si ha paura».
Per questo «la politica deve intervenire prima della magistratura, stabilendo criteri di moralità ben precisi».
A confermarlo, ancora una volta, sono le indagini della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro: solo a marzo 2016 sono finiti ai domiciliari quattro esponenti del centrosinistra calabrese.

Se le uniche istituzioni sono la parrocchia e la caserma

Agostino Pantano.

A Platì insomma il Pd non c'è. E non è solo in lista, ma proprio fisicamente.
Il circolo inaugurato il 2 giugno 2015 è stato chiuso dopo appena un mese.
E al suo posto ora c'è un piccolo negozio. Senza che nel partito nessuno muovesse un dito o si indignasse.
Lettera43.it ha provato a contattare la segreteria provinciale. Senza però avere risposta.
TRA FEDE E REPRESSIONE. Ma a Platì, dove un altro sindaco, Domenico Demaio, il 27 marzo 1985 fu ucciso davanti alla sua famiglia dalla 'ndrangheta, non ci sono nemmeno associazioni culturali, centri sociali. Una palestra.
E le istituzioni? Ci sono solo la parrocchia e la caserma dei carabinieri. Fede e repressione.
«Difficile trovare un luogo dove condividere idee», commenta Deborah Cartisano, referente di Libera nella Locride. Dove rivendicare i propri diritti.
O più semplicemente un posto dove i ragazzi possano incontrarsi, invece di starsene a zonzo in motorino facili prede della criminalità.
Così si spera almeno nell'oratorio, i cui lavori però sono ancora indietro. «Stiamo cercando fondi», rispondono dalla parrocchia tradendo un certo ottimismo.
E dire che Platì, nemmeno 4 mila abitanti, vanta uno dei tassi di natalità più alti d'Italia.
DISAFFEZIONE PER LA POLITICA. Questo centro e San Luca, spiega Pantano, pagano «la disaffezione della gente per la politica».
Disaffezione che secondo il giornalista «dipende anche dalla legge sugli scioglimenti».
Basta una parentela per determinare il sospetto di condizionamento. E così si rinuncia. Nei piccoli paesi, dove tutti sono imparentati tra loro, è quasi impossibile comporre liste che sfidano a muso duro la 'ndrangheta: «Manca il coraggio».
L'attuale legge sugli scioglimenti per mafia, è il ragionamento, è efficace per quanto riguarda la repressione. Ma carente sul fronte della prevenzione.
«I Comuni sono fatti di burocrazia, gli amministratori cambiano, ma i dirigenti restano al loro posto». E un cognome è sufficiente a fare saltare il banco. «Per questo bisognerebbe permettere ai commissari di attuare una bonifica dell'ente».
DEMOCRAZIA PERCEPITA COME FASTIDIO. Altrimenti la democrazia sarà sempre percepita come «un fastidio».
Il risultato? «La rassegnazione e il disimpegno appaiono da un lato come unica scelta possibile», continua Pantano, «dall'altro come una sorta di protesta, sbagliata, contro lo Stato».
Che ne esce comunque sconfitto.

«Siamo stati sedotti, traditi e abbandonati»

Aldo Pecora.

«Siamo terra di conquista», dice invece Aldo Pecora, presidente dell'associazione Ammazzateci tutti, nata nel 2005.
«Se non è possibile avere agibilità politica in una regione in cui il premier viene ogni tre mesi allora non ci sono proprio speranze», aggiunge provocatorio parlando della resa di Leonardi.
Siamo stati «sedotti, traditi e abbandonati», tira dritto.
La politica ha lasciato questa terra e l'assenza delle liste è lì a dimostrarlo.
«UN TEATRINO PENOSO». «La verità è che i politici non vogliono riuscirci: fossi stato in Renzi avrei fatto candidare i deputati del Pd, i ministri pur di evitare la resa», continua Pecora.
Anche lui ha partecipato alla Leopolda, prima di Leonardi. Era la seconda edizione, quella del Big bang. Ma «dopo gli apprezzamenti, il nulla».
Non è una questione di partito, né una polemica contro il Pd, precisa: «Tutti i partiti sono allo stesso livello, agiscono nel teatrino che non fa né ridere né piangere, ma solo pena. Per questo noi non vogliamo più dipendere né dalla mafia né dai politici».
«VOGLIAMO CAMBIARE LA NOSTRA TERRA». L'obiettivo è chiaro: «Vogliamo cambiare la nostra Regione e viverci, crescerci i nostri figli se ce ne danno la possibilità. Facendo conoscere le nostre eccellenze in ogni campo. Vogliamo convertire i figli dei boss, invitarli a 'venire con noi'. Quello che dice Nicola Gratteri è giustissimo: invece di dare i soldi alle associazioni antimafia e ai convegni, vanno dati alle scuole».
Per strappare i più piccoli alla cultura 'ndranghetista che respirano in strada. O in famiglia.
Pecora non punta il dito solo contro la politica, sarebbe troppo semplice. «Siamo noi il problema. Se a Platì o a San Luca non si riesce a formare una lista vuol dire che il territorio è morto».

A Rosarno, città di Valarioti, lo smacco brucia di più

L'indicazione per Rosarno.

A dire il vero, però, le liste ci sono.
A Platì ce l'ha fatta Ilaria Mittiga, figlia dell'ex sindaco dell'amministrazione sciolta per mafia. E ce l'ha fatta pure Rosario Sergi con Liberi di ricominciare.
«Questa», ha ammesso Leonardi a la Repubblica, «è probabilmente l'unica vittoria ed è mia personale. Se oggi si vota è anche perché ho stimolato la partecipazione politica».
Lo stesso a Rosarno, dove se la vedranno Giacomo Saccomanno di Forza Italia e Giuseppe Idà, appoggiato da Area popolare e una parte di Pd.
LA TRADIZIONE ROSSA. Ma qui, nel punto più a Nord della Piana di Gioia Tauro, lo smacco brucia ancora di più.
Rosarno ha infatti una tradizione rossa, sindacale. C'è una Casa del popolo, ci sono circoli Arci.
Qui nel 1980 venne freddato con due colpi di lupara Giuseppe Valarioti, insegnante e consigliere comunale del Pci, punito per aver sfidato la 'ndrangheta.
E un altro sindaco, Peppino Lavorato, diede il via a una Primavera che portò il Comune per primo in Italia a costituirsi parte civile in un processo antimafia.
Ma sempre qui l'ultimo sindaco Pd Elisabetta Tripodi è stata fatta cadere prima della fine della legislatura: 11 consiglieri su 21 hanno presentato le dimissioni.
«Con una tradizione di sinistra del genere», commenta Pantano, «se il partito e la sinistra non sono in campo allora la resa è veramente definitiva».


Twitter @franzic76

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