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PROVVEDIMENTO 14 Maggio Mag 2016 1800 14 maggio 2016

Ape, a Padoan non tornano i conti di Nannicini

Anticipo pensionistico, il Tesoro avvisa Renzi: l'intervento così è troppo costoso. E rischia di suscitare le ire dell'Ue. Che può smettere di farci sconti sul deficit.

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Il permier Matteo Renzi con il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan.

Matteo Renzi è stato chiaro con i suoi ministri: la linea sulle riforme di bilancio e del mondo del lavoro, come l’anticipo pensionistico, la dà Tommaso Nannicini.
Un concetto al quale si è adeguato anche Pier Carlo Padoan.
Il quale - stando alle regole d’ingaggio - dovrebbe essere il titolare di molte delle competenze piovute sul sottosegretario alla presidenza del Consiglio e numero uno del nucleo per la politica economica.
SCONTRO INEVITABILE. Il ministro del Tesoro prova a tenere sotto il livello di guardia i malumori sorti tra i suoi collaboratori per il nuovo assetto nel governo.
Anche sull’Ape ha chiesto massima collaborazione. Detto questo, lo scontro sull’anticipo pensionistico tra via XX settembre e Palazzo Chigi sembra inevitabile.
Perché Padoan ha idee diverse, più sul metodo che nel merito, da Nannicini.

Lo schema al vaglio della Ragioneria non piace al Tesoro

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini.

Nel salotto di Porta a porta Renzi, pur ammettendo che c’è ancora molto lavoro da fare, ha illustrato i confini dell’Ape: penalizzazioni annue tra l’1 e il 4% sull’assegno pensionistico per chi abbandona il proprio posto prima del tempo; rimodulazione dei costi in base a criteri d’equità (pagheranno meno i più poveri); utilizzo dello strumento per gestire le crisi industriali, con le aziende che si prenderanno in carico parte del finanziamento; intervento del sistema bancario e assicurativo per limitare il peso della misura sulle casse dello Stato.
In pratica è quanto ha scritto Tommaso Nannicini nel suo provvedimento, adesso al vaglio della Ragioneria generale. Ma questo schema non piace al Tesoro.
PAURA DELLE IRE EUROPEE. Padoan, come ha spiegato in non poche interviste, non è contrario ad abbassare l’età pensionistica che la riforma Fornero ha portato a 67 anni.
Teme però di incorrere nelle ire dell’Unione europea.
Il 18 maggio 2016 Bruxelles dovrebbe dare il via libera alla stragrande parte di flessibilità sul deficit (oltre 10 miliardi di euro) chiesta da Roma nell’ultima manovra.
Ma potrebbe essere l’ultimo sconto per Roma sul versante europeo.
PENSIONI, UNA GARANZIA. La Commissione si lamenta dell’incapacità italiana di invertire la dinamica sul debito pubblico.
Che anche nel 2016 continua a crescere.
Avrebbe chiesto sia di alzare l’avanzo primario al 3,5% sia di portare il disavanzo allo 0,5% per recuperare la strada sul pareggio di bilancio.
Tutti interventi che rendono impossibile toccare le pensioni. Non fosse altro perché dalla Dini in poi sono state proprie le riforme previdenziali a garantire al nostro Paese già un avanzo primario, che in Europa registra soltanto la Germania.

Per la lista della spesa di Renzi mancano le risorse

Due pensionati controllano i prezzi al banco del supermercato.

Il ministro, poi, deve mettere in pratica le ambiziose promesse fiscali fatte da Renzi.
In tre anni vuole tagliare di circa 50 miliardi le tasse, riducendo il carico a imprese e famiglie (con un occhio privilegiato alla componente sul lavoro).
C’è poi l’impegno a congelare le clausole di salvaguardia sull’Iva, che soltanto nel 2016 valgano 15 miliardi di euro.
Se non bastasse, sta studiando un innovativo strumento di defiscalizzazione per le famiglie, che investono i loro risparmi nell’equity delle Piccole e medie imprese (Pmi).
PREMIER IN SILENZIO. A domanda di Bruno Vespa su dove saranno trovati tutti questi soldi, Renzi ha preferito non rispondere.
E forse la soluzione non la sa neppure Padoan. Il quale, per finanziare il nuovo piano fiscale, deve prima convincere gli alleati a modificare il Fiscal compact (per renderlo meno “fiscale”), poi la Commissione a concedere nuova flessibilità sul deficit/Pil.
Ma i dubbi dell’ex vicedirettore del Fondo monetario internazionale (Fmi) sull’Ape vanno oltre gli aspetti diplomatici.

I criteri stabiliti da Nannicini sono giudicati troppo labili

La sede del Ministero dell'Economia e Finanze, via XX Settembre Roma.

Nannicini ha stabilito quattro criteri per decidere come calcolare e ripartire il costo della penalizzazione tra dipendente, Stato e impresa: l’età del lavoratore, il reddito, il motivo che spinge ad abbandonare il posto, i tempi di restituzione se si attiva il finanziamento bancario.
Soprattutto l’economista bocconiano studia un provvedimento con tante specifiche, per venire incontro alle diverse esigenze dei pensionandi.
Nel testo presentato alla Ragioneria ci sarebbero almeno 10 simulazioni, che spaziano dagli usuranti e dagli ''esodandi'' per arrivare a chi rischia la mobilità.
CONFUSIONE UGUALE SPESA. Secondo Padoan questo schema porta con sé troppa discrezionalità: l’approccio caso per caso rischia soltanto di creare confusione nei lavoratori e di aumentare la spesa dell’intervento.
Per il numero uno di via XX settembre è meglio una regola unica, da applicare a tutti e in fondo non lontana dalla logica della proposta Damiano-Baretta, la prima in questa direzione: un’unica penalizzazione da rimodulare soltanto in base agli anni che mancano dal raggiungimento dell’età pensionistica.
TETTO DI UN MILIARDO? Il ministro poi avrebbe espresso dubbi sui costi indicati da Nannicini: il sottosegretario ha dato ai suoi uomini l’input di non superare il miliardo di euro per la parte di finanziamento statale.
Il Tesoro o l’Inps (o entrambi) dovranno sia anticipare pezzi di pensione non coperte da contributi sia pagare gli interessi sul prestito bancario.
Secondo Padoan si deve spendere almeno la metà di quanto ipotizzato dalla task force economica di Palazzo Chigi.


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