Guerra Libia Haftar 160516144751
CONFLITTO 16 Maggio Mag 2016 1500 16 maggio 2016

Libia, a Vienna l'ultima carta per la pace

La Libia ostaggio degli Usa e del generale Haftar. Economia sull'orlo del baratro. Niente energia elettrica e liquidità. Senza un accordo sarà di nuovo il caos.

  • ...

A Vienna si discute di Libia mentre il tempo sta scadendo.
O si sblocca lo stallo o il governo di unità nazionale di Fayez al Serraj - e l'ex colonia italiana - saltano.
Gli stipendi dei dipendenti pubblici sono congelati da quasi due mesi e già prima c'erano lunghe file ai bancomat.
Due anni di guerra tra milizie hanno saccheggiato il Paese, prosciugando le casse statali.
UN PAESE SUL BARATRO. Nella Tripoli dei grattacieli mancano sempre più spesso Internet e l'elettricità. Bengasi, seconda città del Paese, è semidistrutta dalle bombe. L'Isis si espande da Sirte e a Derna e in altre città ci sono pericolosi focolai jihadisti.
Si fa un gran parlare del fantomatico intervento a terra italiano da scongiurare, in realtà mai programmato: già le unità d'élite di americani, inglesi e francesi mandate dal 2016 in Libia sono maggiori di quelle italiane.
OCCIDENTE AMBUGUO. Allarmare l'opinione pubblica è una foglia di fico che serve a coprire in modo facile un tema complesso, oscurando altri retroscena.
Su chi tra gli occidentali, per esempio, finanzi da anni nell'Est l'uomo forte del Parlamento di Tobruk, il generale Khalifa Haftar che non dà il nulla osta a Serraj. E su chi armi anche le controparti di Misurata, in Tripolitania.

Stop a energia elettrica e Internet: la Libia è vicina al crac

Scontri tra milizie e proteste della popolazione sono riesplose a Zawiya, 20 chilometri a Est della capitale.
Nell'Ovest della Libia la compagnia statale dell'Elettricità (Gecol) ha annunciato «tagli significativi» all'energia per i prossimi 10 giorni.
Le forniture di gas alle centrali saranno «limitate o sospese» per lavori di manutenzione della National Oil Corporation (Noc), per i quali si ammettono «mancano i fondi». In un comunicato alla popolazione e alle industrie si invitano a «ridurre immediatamente e drammaticamente i consumi interni».
TOBRUK NON SI PIEGA. L'idea di chiudere i rubinetti alle milizie (le maggiori sono stipendiate dal ministero della Difesa e controllano rami del Parlamento di Tripoli) grazie all'intesa tra Serraj e la Banca centrale libica sullo stop ai pagamenti pubblici sembrava azzeccata.
Così si forzavano le brigate ad allearsi al governo di unità nazionale ed è quello che è accaduto nell'Ovest.
Da Tobruk Haftar non ha però ceduto e, senza il via libera del suo Parlamento a Serraj e alle modifiche costituzionali, l'esecutivo uscito dai negoziati dell'Onu non può agire.
SERRAJ, ULTIMA CHANCE. Senza armi e soldi, le milizie del cartello di Misurata che hanno fatto un passo indietro rimbracceranno le armi: un gioco al massacro.
La pax è l'ultima possibilità per la Libia, ma il generale Haftar vuole o tutto o niente: o l'incarico a capo dell'esercito o il collasso dei nemici e del Paese. «Le sanzioni americane non ci fanno paura», ha dichiarato il suo luogotenente e presidente del Parlamento di Tobruk Agila Saleh Issa, accusato dal Dipartimento del Tesoro Usa di ostruire il decollo dell'esecutivo di Serraj.

Gli Usa in cabina di regia. Ma dalla Russia altolà alle armi

I deputati esiliati dal 2014 in Cirenaica, e foraggiati dall'Egitto e dagli Emirati Arabi, per diventare l'organo legislativo di Tripoli (riconosciuto dall'Onu) devono votare la fiducia al governo di unità nazionale e modificare il proprio statuto.
In cambio Haftar, un ex gheddafiano che in passato è stato molto sponsorizzato anche dalla Cia, vuole comandare la Guardia presidenziale creata da Serraj come base ricostituire l'esercito nazionale.
Dalla sua il generale della discordia ha gli Usa, che in Libia tengono il piede in due staffe.
L'UBIQUITÀ DEGLI USA. Da un lato addestrano gli islamisti di Misurata, ora personalmente e prima attraverso la Turchia e il Qatar, e piazzano le sanzioni a Tobruk; dall'altro premono su Serraj per il compromesso con Haftar.
L'obiettivo - degli americani, ma anche di francesi, inglesi, vicini arabi e turchi - è di impossessarsi delle risorse di gas e petrolio delle quali è ricchissimo l'Est della Cireanica, confinando gli italiani nella Tripolitania, molto fuoco che cova sotto la cenere.
LA LOTTA ALL'ISIS. A Vienna Serraj ha discusso con John Kerry, il segretario di Stato degli Usa deus ex machina del summit, e con il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni anche di allentare l'embargo di armi verso Tripoli, nell'obiettivo di combattere l'Isis: è stato creato un gabinetto di cooperazione ad hoc tra milizie, gli Stati Uniti sarebbero pronti al passo ma la Russia non a torto frena.
Se la pax implode, inglesi, francesi e americani sono pronti a far partire i raid.
All'Italia andrà (se andrà) il coordinamento militare delle forze di peaecekeeping dell'Onu nella capitale, a presidio dei palazzi del potere.

Twitter @BarbaraCiolli

Correlati

Potresti esserti perso