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DIPLOMATICAMENTE 18 Maggio Mag 2016 0900 18 maggio 2016

La Libia si salva solo fermando i burattinai

La pace è ancora possibile. A patto che le mire colonialiste vengano archiviate. Una volta per tutte.

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Il ministro Gentiloni con il premier libico Serraj.

Dove finirà questa Libia, che nell’arco di poco più di 80 anni ha vissuto all’insegna di assetti politico-istituzionali precari e sostanzialmente divisivi?
Colonia italiana spaccata in quattro provincie dal 1934, poi territorio amministrato da Gran Bretagna (Tripolitania e Cirenaica) e Francia (Fezzan) dal 1947, Regno unito di Libia dal 1951 – una metà sotto la ferula del carismatico collante gheddafiano che certo non ha favorito la sua crescita in senso nazional-statale - e gli ultimi anni nella perniciosa e precipitosa deriva seguita all’insensata operazione politico-militare del 2011.
LA LIBIA NON ESCE DALLA PALUDE. Che cosa si può sperare dalla palude che sembra inesorabilmente risucchiare il Paese in una spirale che dopo incerti tentativi di riscatto politico ha visto prodursi, soprattutto dal 2014, un diffuso e crescente rigurgito conflittuale tra le mai sopite identità etniche e tribali (arabi, berberi, tuareg, tebu, hausa, firjan, qadhadhfa, warfalla), l’impressionante espansione del fenomeno delle milizie armate e della criminalità e un inesorabile brodo di coltura settaria sul quale si è inserito da par suo il bubbone califfale?
Ben poco, se non solo non si è riusciti a superare la spaccatura tra Tobruk e Tripoli, per l’appunto nel 2014, ma si è addirittura giunti alla formazione di un terzo esecutivo, quello di “unità nazionale”, che avrebbe dovuto in realtà ricomporne la divisione, messo in piedi grazie all’accordo raggiunto sotto l’ala benedicente delle Nazioni Unite dall’ampia maggioranza dei rappresentanti degli altri due governi-parlamenti oltre che di altri esponenti delle forze politico-tribali del Paese.
TROPPI INTERESSI IN GIOCO. La ragione? Quella formale è data dall'assenza della legittimazione politica del governo di unità nazionale da parte del parlamento di Tobruk, come previsto dall’accordo raggiunto nel dicembre scorso, che non riesce a votarla per la continua mancanza del previsto numero legale.
Quella sostanziale è data dal fatto che a Tobruk si incrociano le agende di chi punta a mettere le mani sulle ricchezze petrolifere della Cirenaica, farne una sorta di feudo in termini di sicurezza ovvero a farsi riconoscere un ruolo decisivo sulla sicurezza dell’intero Paese attraverso il comando delle sue forze armate.

Egitto, Francia, Gran Bretagna: quanti incroci in terra libica

Al centro, il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi.

Il discusso e discutibile generale Khalifa Haftar è il protagonista di questo disegno a dir poco ambizioso e alla fine dirompente nei suoi possibili esiti, ma la sua mano e il suo orizzonte d’azione vedono nel confinante Egitto, e dunque nel presidente al Sisi, impegnato in una dogmatica guerra contro un terrorismo dilatato a dismisura a casa sua e fuori di essa, il burattinaio più visibile.
E non si fa peccato a pensare che gli tengano bordone attivamente anche Parigi e per ragioni diverse Londra.
Forse anche Mosca potrebbe avere un ruolo, visto che non intende riconoscere il governo Serraj fintanto che non riceva il voto favorevole di Tobruk.
Meno palese è al riguardo l’agenda di Ankara e in parte del Qatar, soprattutto dopo il vertice della componente islamica e islamista che trovava le sue insegne nel governo di Tripoli ritiratosi a Misurata.
IL RUOLO DI HAFTAR. Il fatto poi che neppure la minaccia del sedicente Stato islamico – che i servizi di intelligence ci dicono in pericolosa crescita e soprattutto protesa a creare un ponte strategico-operativo in terra tunisina – sia riuscita finora a far trovare un punto di incontro-mediazione con Tobruk la dice lunga sulla soglia del do ut des in palio.
Una timida ma significativa indicazione al riguardo è venuta da Vienna, dall’ennesimo incontro internazionale co-presideduto dal segretario di Stato americano John Kerry e da Paolo Gentiloni, il ministro degli Esteri italiano, allorchè, riferendosi proprio alla lotta all’Isis, ha sottolineato l’esigenza di allargare il consenso dell’accordo politico (cioè con Tobruk) di formare un comando unificato, «anche coinvolgendo il generale Haftar». A condizione che ciò avvenga nel quadro del riconoscimento del governo Serraj.
NESSUN INTERVENTO STRANIERO. Questa è la direzione verso la quale si sta andando e sulla quale si potrebbe trovare una fondamentale convergenza tra Tobruk e l’aspirante governo di unità nazionale, e soprattutto tra le agende dei principali attori esterni: dall’Egitto alla Russia, all’Arabia saudita, ma anche alla Francia e la Gran Bretagna.
Pure l’Italia è fortemente coinvolta, giacchè la più direttamente esposta in termini di interessi di valenza strategica, dall’energia al controllo della pressione migratoria alla protezione dalla minaccia terroristica.
E da Vienna è finalmente venuta un’indicazione che recepisce la posizione che Serraj stava da tempo manifestando: nessun diretto intervento militare straniero – tanto meno italiano, dico io –, sì alla fornitura di equipaggiamenti, di armi e di addestramento alle forze che rispondano esclusivamente al governo di Serraj.
STRADA IN SALITA. Questo snodo, se confermato con un formale alleggerimento dell’embargo del 2011 solo a favore di quest’ultimo, potrebbe incentivare la mediazione con Haftar e costituire dunque la leva della svolta tanto attesa, quella capace cioè di compiere un vero e visibile passo avanti nel processo di stabilizzazione della Libia, che resta comunque in salita: sia perché questa mediazione ancora non ha ancora prodotto frutti, sia per la persistente polverizzazione dei punti attivi di conflittualità nel Paese, sia infine per la capacità distruttiva dell’Isis.
Auguriamoci solo che questo alleggerimento dell’embargo non si trasformi nel volano di una nuova fase di opaca quanto rischiosa concorrenza tra i diversi fornitori di “assistenza militare” per guadagnarsi credito e influenza. E magari alimentare un'altra guerra.

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