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MAMBO 18 Maggio Mag 2016 1051 18 maggio 2016

La storia non si fa da soli: Renzi dialoghi o il Pd muore

Il premier e l'opposizione depongano le armi. L'occasione c'è già. E si chiama referendum.

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Silvio Berlusconi e Bettino Craxi.

Le guerre a sinistra si succedono stagione dopo stagione. Molti, i più settari, negano che quella fra Renzi e la sua opposizione interna sia una di queste perché, dicono, il premier non è di sinistra.
È un modo di ragionare che non sta in piedi. Uno sta dove dice di stare. Se si dichiara di sinistra è di sinistra. Non c’è un gran giurì che stabilisce se è vero o no.
La storia delle guerre a sinistra ci lascia questo insegnamento e indica anche alcune responsabilità per quanto riguarda il passato.
Lo scontro fondamentale è avvenuto fra comunisti e socialisti. Furono i primi, sotto l’impulso di Lenin, a imporre al Psi di aderire all’Internazionale comunista e cambiare nome. E, di fronte al rifiuto, fondarono il Pcd’I.
LA LUNGA GUERRA A SINISTRA. Lasciamo stare le traversie interne al neonato partito e soprattutto l’eccezionale apporto, scoperto dopo, di Gramsci a ricollocare il partito italiano un po’ discosto dallo stalinismo vincente. E lasciamo stare anche la novità di Togliatti che fondò, dopo la grande guerra antifascista, quel “partito nuovo” che fu e resta con la Dc la più grande novità della vita repubblicana, fino ad oggi.
Resta il fatto che comunisti e socialisti si combatterono durante l’esilio sempre perché i primi volevano la supremazia e accusarono gli altri di “socialfascismo”.
In Italia il dopoguerra fu unitario, salvo un piccolo gruppo legato a Saragat che fondò un partito socialista occidentalizzato. La tregua durò a lungo, anche il famoso ‘56 con l’Ungheria, malgrado l’uscita di Antonio Giolitti e la rinuncia al premio Stalin di Nenni, lasciò in piedi l’asse unitario che si incrinò con il centrosinistra, il primo, quello che nei suoi passi iniziali e negli anni che lo precedettero (e in alcuni, pochi, successivi) dette impulso a una vera svolta economica e civile del Paese.
Qui comunisti e socialisti si avversarono dapprima meno drasticamente, poi frontalmente.
LA BELLEZZA DEL DIALOGO. Il Psi di allora aveva una sinistra di tipo sovietico con l’aggiunta di una componente anche operaista che uscì e fondò un partito di breve vita, il Psiup.
E aveva una sinistra interna guidata da un intellettuale e politico molto radicale, ma anche molto concreto, come Riccardo Lombardi. C’erano pure altre belle figure di primo piano e su tutti quella di Pietro Nenni, beniamino delle folle.
Il fallimento del centrosinistra e l’avvitamento della crisi italiana, politica, morale e persino di ordine pubblico (avvio del terrorismo) registrò l’avanzata del Pci e l’annichilirsi del Psi. Dc e Pci cominciarono a cercare una strada comune. Il dialogo Moro-Berlinguer resta una delle più belle pagine di cultura politica italiana.
Il Psi reagì al declino portando alla guida, con un “colpetto di mano”, un leader vigoroso e fantasioso come Bettino Craxi. Lui odiava i comunisti, quasi più di Renzi, e fu ripagato dalla stessa moneta. A Berlinguer non piaceva. Né a lui piaceva Berlinguer, che Claudio Martelli definiva il “neurocomunista”.

Renzi smetta di pensare che la “storia siamo noi”

Matteo Renzi a 'Porta a Porta'.

I due partiti diventarono avversari acerrimi.
Alcuni leader comunisti tentarono l’appeasement ma vennero stroncati, la linea era quella dello scontro frontale, salvaguardando però la Cgil, i comuni e le Cooperative.
“Mani Pulite” fece fuori Craxi, che prima di tanti vide le ragioni di fondo della crisi italiana, e con lui il Psi e si portò via anche la Dc. Malgrado la vulgata dica il contrario, i pm milanesi tentarono anche di mangiarsi il Pci: non ce la fecero, troppo duro pure per i loro denti.
UN ODIO DURO A MORIRE. Scomparve Berlinguer, Craxi andò ad Hammamet e lì morì.
L’odio rimase, neppure lo scioglimento del Pci aveva affievolito il contrasto.
Qui sbagliò Craxi a proporre ai comunisti l’Unità socialista guidata da lui. Mentre i post-comunisti consideravano “socialista” una brutta parola visto che per anni si poteva essere espulsi per devianza socialdemocratica.
L’odio fra i due mondi fu profondo e talmente forte che, quando si affacciò sulla scena Silvio Berlusconi, gran parte del voto socialista andò a lui. La storia di Stefano Parisi, enfante prodige del Psi finito capo della destra a Milano addirittura con Matteo Salvini e i suoi fascistelli, inizia così.
SIAMO IN UN PASSAGGIO DECISIVO. Quell’odio è rimasto. Lo pagò anche Falcone che, per essere andato al ministero guidato da Martelli ebbe insulti e conobbe un cono d’ombra. Non a caso oggi, per molti radical e giustizialisti, l’icona antimafia è l’ex simpatizzante del Msi Borsellino e non Falcone, reo di aver affiancato i socialisti. Neppure di fronte all’eroismo l’odio cessa di far sentire la sua presenza.
Questo sommario racconto per dire che lo scontro fra Renzi e noi, mi ci metto pure io, ha un passato anche se il premier non viene da Turati ma da chissà dove.
Questo sommario racconto anche per dire che siamo in un passaggio della storia della sinistra che può essere definitivo.
Può accadere che una parte di essa, andando con Renzi (e andando con un Renzi che si è liberato delle sue voci più di sinistra), diventi quella cosa orribile che è il Partito della nazione. E può accadere che una parte di questa sinistra, osteggiata e in fuga, dilapidi un patrimonio in tanti partitini inutili.
IL PRIMO PASSO TOCCA AL PREMIER. C’è una strada diversa. Ovvero, ci sarebbe una strada che è sempre la stessa.
Basta con la reciproca demonizzazione, deporre le armi. Renzi deve fare il passo più importante perché ha preso tutto il potere. La deve smettere semplicemente di pensare che la “storia siamo noi”, cioè lui, la Boschi, Lotti, Carrai e uno qualsiasi degli ex dalemiani che lo venerano come venerarono Massimo.
La storia non siamo né lui né noi. Lo saremmo insieme, se sarà possibile.
Primo appuntamento per una svolta: deve fare del referendum un’occasione di dialogo su tre punti. Riconoscimento della legittimità del no, breve elenco delle modifiche da fare accogliendo le obiezioni più stringenti della sua opposizione, correzione dell’Italicum in modo che faccia cadere il sospetto che con una manciata di voti ci si prende tutto il Paese.
La sinistra deve cercare questo dialogo, ne ha interesse e necessità, trascurando per ora la voglia di menare le mani di tanta parte della sua base. La base si dirige.

Twitter @giuseppecaldaro

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