Luciano Violante 160517202449
INTERVISTA 18 Maggio Mag 2016 0800 18 maggio 2016

Violante su politici, magistrati e questione morale

Violante a L43 sferza le toghe: «Problema etico, manca il rispetto istituzionale». Bacchetta il Pd: «È diventato sistema di potere». E sul referendum dice: «Voto sì».

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Una questione di galateo istituzionale. Di rispetto delle regole e dei propri ruoli, ma anche un modo di nascondere le proprie défaillances in termini di servizi al cittadino.
Per Luciano Violante, in questo, politici e magistrati pari sono.
Ed è da qui, per l’ex giudice schierato nella lotta al terrorismo (rosso e nero) ed ex presidente della Camera, che bisogna partire per capire il cortocircuito tra i due poteri dello Stato. «Che non è strutturale come ai tempi di Berlusconi».

Luciano Violante.

DOMANDA. Da che cosa nasce questo cortocircuito?
RISPOSTA. La magistratura come la politica ha una funzione di potere e una di servizio. L’esercizio del potere è legittimo quando è strettamente connesso alla capacità di rendere servizi. Ma quando questa capacità si attenua, il potere tende a diventare fine a se stesso. È un processo che vale sia per la politica sia per la magistratura.
D. La conseguenza?
R. Il conflitto diventa inevitabile. Di più, è fisiologico. Succede ovunque, in Francia, negli Stati Uniti, in Spagna; noi ingigantiamo le cose, forse per un’atavica inclinazione alla instabilità. L’importante è che i conflitti non siano sistematici come avvenuto con il governo Berlusconi.
D. Adesso lo scontro non è sistematico?
R. No. Intanto, ad aprirlo oggi non è stata la politica ma la magistratura con le dichiarazioni del presidente Davigo, del giudice Morosini e del procuratore di Palermo Scarpinato. Prese di posizioni molto forti, nell’ottica del potere contro potere. Prendo atto che sono state in parte corrette e in parte smentite. Ma le ferite restano.
D. Di lei, da magistrato, si conoscevano le idee politiche. Ma usava toni diversi.
R.
Noi, parlo della mia generazione, ci occupavamo di processi. In molti abbiamo rischiato la vita. Se c’era un problema con il governo lo si risolveva con il conflitto d’attribuzione, non con l’intervista. Le critiche erano forti: se indagavi sulle Brigate rosse quasi tutti ti appoggiavano, se andavi sul terrorismo nero c’era qualche problema in più perché quei procedimenti erano visti come un tentativo di colpire gli apparati dello Stato.
D. Eravate più rispettosi?
R. C’era un reciproco rispetto istituzionale, che è categoria non del galateo ma della civiltà democratica. Se mi permette, c’era una deontologia diversa: tu sapevi qual era il tuo lavoro, alcune forze politiche ci attaccavano, altre ci chiamavano in separata sede per chiederci spiegazioni dirette a capire il fenomeno del terrorismo. Ma non c’era l’abitudine dei magistrati ad aprire scontri con il governo o con chicchessia.
D. Oggi invece che cosa accade?
R. Molto è cambiato da allora. Nonostante la presenza di tanti magistrati preparati, non c’è stato forse un processo di maturazione adeguato dell’etica professionale. Il problema di fondo è dei comportamenti discutibili, da combattere su entrambi i fronti.
D. A che cosa si riferisce?
R. Se uso l’arma del dileggio, del disprezzo, io, magistrato o politico che sia, vengo meno ai miei doveri democratici, perdo la mia dignità di soggetto che esercita funzioni pubbliche nell’interesse del Paese, privatizzo la mia funzione e scado in un circuito in cui tende a prevalere la dimensione personale o corporativa del potere.
D. Facile dire queste cose da quando non c’è più Berlusconi.
R.
Io ho sempre ripetuto questi concetti!
D. Da lei ci saremmo aspettati una difesa della categoria...
R.
Si difendono gli equilibri repubblicani, non le categorie. E poi bisogna aiutare la magistratura a difendersi da alcuni suoi amici. Inoltre non bisogna attribuire a tutti i circa 10 mila magistrati le posizioni di alcuni di loro, per quanto molto autorevoli e comunque corrette o smentite.
D. Voci isolate che fanno rumore.
R.
Voci che, casomai, fanno opinione. E sono enfatizzate da forze che hanno un interesse politico per consolidare la propria posizione per attaccare il governo. All’interno della magistratura, come nella intera società italiana, c’è una parte che è maturata nella demagogia dell’antipolitica. È comoda, scarica sugli altri ogni responsabilità, ignora il senso del dovere, attrae consenso.
D. E i processi non vengono fatti nella loro sede naturale.
R.
Le leggi, per il loro carattere confuso e per il loro significato spesso contradditorio, non sono più idonee a fornire al giudice la legittimazione necessaria per esercitare le sue funzioni. La legittimazione, quindi, non si trova più nell’applicazione della legge, ma in un rapporto simpatetico con la “società giudiziaria”, quelle parti dell’opinione pubblica, della politica e della comunicazione che pongono il processo penale e la condanna come prioritari strumenti d’ordine della società.
D. E a pagarne le conseguenze è il cittadino?
R.
L’imputato oggi ha più garanzie processuali di un tempo, ma non ne ha nessuna sul piano mediatico. La comunicazione giudiziaria, che io ho contribuito a inventare per evitare che la gente non scoprisse di essere sotto processo quando era troppo tardi, ha finito per essere confusa con la condanna.
D. Lei, al riguardo, non ha da fare autocritiche?
R. Sia preciso.
D. Si ricorda la relazione finale dell'Antimafia su Cosa Nostra, nel '92?
R.
Sul senatore Andreotti era presente soltanto una frase: «Sulla eventuale responsabilità politica del senatore Andreotti derivante dai suoi rapporti con Salvo Lima, dovrà pronunciarsi il Parlamento». Null’altro. La relazione fu votata da tutti i componenti, Dc compresa, tranne il Msi, che la considerava troppo debole, e il radicale Taradash, che la considerava omissiva.
D. Da lì è iniziata la vicenda giudiziaria di Andreotti.
R. Falso. Il nome del senatore Andreotti fu fatto alla procura di Palermo dal collaboratore Leonardo Messina il 12 agosto 1992. La commissione Antimafia si costituì il 30 settembre successivo e decise di avviare una indagine sui rapporti tra mafia e politica il 29 ottobre, dopo l’assassinio di Salvo Lima, su richiesta della Dc, del Psi e del Pri. La richiesta di autorizzazione a procedere fu trasmessa al Senato il 27 marzo 1993. La relazione su mafia e politica venne approvata il 6 aprile, 10 giorni dopo.
D. Quel clima contribuì a crearlo lei.
R. Quale clima? Sia più preciso per permettermi di rispondere.
D. Quello della caccia alle streghe.
R. Io scrissi il 3 agosto 1993 su L’Unità: «C’è in giro uno sfrenato giustizialismo… nessuna società ha tollerato troppo a lungo un governo dei giudici…». Quindi, semmai, io tiravo il freno. La nomea del capo del partito dei giudici appartiene alla polemica politica, non alla realtà. Mi battevo e mi batto per la legalità. Ma questo non è ancora un terreno di unità.

Renzi? Con la magistratura ha cambiato approccio

D. La questione morale è riscoppiata con Renzi?
R.
Lo stesso presidente Renzi ha riconosciuto che esiste una questione morale nel Pd, partito del quale è segretario. Ma la radice dei problemi risale a quando il partito è stato lasciato a se stesso, molto prima di Renzi. Il punto, che vale per tutti, non solo per il Pd, è che la comunicazione giudiziaria annuncia l’apertura d’inchiesta, ma non ha nulla a che vedere con una condanna preventiva. Ricordiamo il caso Penati.
D. La questione è morale o di comunicazione?
R. Comportamenti eticamente inaccettabili e penalmente rilevanti emergono quando un partito è lasciato a se stesso e si trasforma in struttura di potere, perdendo la dimensione comunitaria. Questo problema si risolve scindendo la figura di presidente del Consiglio da quella di segretario, oppure irrobustendo la segreteria e nominando un autorevole coordinatore di fiducia del presidente del Consiglio.
D. Solo un problema di partito?
R.
Non è poco. Il partito deve tornare a essere una comunità. Altrimenti diventa un sistema di potere. È positivo che il presidente del Consiglio abbia deciso di intervenire sulla segreteria dopo il congresso.
D. Con la magistratura Renzi è falco o colomba?
R.
In un primo tempo è stato molto aggressivo con quel suo 'lavorate ma fate i processi'. Poi ha capito che l’approccio era sbagliato. E che rispondendo a Morosini o a Scarpinato sarebbe caduto soltanto nella loro trappola.
D. Una trappola?
R.
Queste dichiarazioni, nonostante le smentite, diventano comunque forme di provocazione.
D. Lo dice lei che è passato alla storia con la famosa intervista alla Stampa su Dell’Utri mafioso…
R. Non credo di avere titoli, né positivi né negativi, per quel passaggio. Il giornalista inventò vari passi di quell’intervista. Avevo fatto con lui un’altra conversazione. Lo querelai, mi dimisi dall’Antimafia e due anni dopo quell’accaduto mi arrivò una lettera dell’allora direttore della Stampa, Ezio Mauro, che mi dava sostanzialmente ragione e io ritirai la querela.
D. Adesso politici e magistrati si affrontano anche a colpi di “abuso d’ufficio”?
R.
La formulazione del reato è oggi abbastanza precisa. Il problema deriva dalla frequente fumosità della notizia di reato. La procura della Corte dei conti, invece, può agire solo se in possesso di una notizia di danno erariale «specifica e concreta». Occorrerebbe qualcosa del genere anche per la magistratura ordinaria.
D. E il reato di traffico d’influenza?
R. In assenza di una legge sulle lobby ogni rapporto di un titolare di interessi con un’autorità pubblica può essere equivocato.
D. Adesso c’è chi propone di abolire le correnti dell’Associazione magistrati.
R.
Non esageriamo. Ma devono tornare a essere realtà sindacal–culturali e non strutture di potere come ora. Perché la magistratura va difesa dalle correnti, non dai capi. Io una mia soluzione ce l’avrei, ma per ridurre il loro potere, non per cancellarle.
D. Prego?
R.
Basandosi sull’esperienza della Corte Costituzionale, riformerei il Consiglio superiore della magistratura prolungando il mandato da quattro a sei anni. Ritornerei a 30 componenti, perché quelli di oggi sono troppo pochi rispetto ai 10 mila magistrati in servizio. Dopo quattro anni, però, sorteggerei metà dei membri a caso, liberando i loro posti per eleggerne di nuovi.
D. Qual è la ratio?
R.
Supereremmo il modello dove si rinnova tutto il Consiglio con il risultato che non c’è memoria storica e che il magistrato che arriva lì sa già dove mettere le mani e ha più potere, mentre il politico non conosce un’acca della macchina del Csm. In questo modo ci sarebbe un riequilibrio, soprattutto sulle nomine.
D. Resta il nodo dell’insindacabilità dei giudici.
R.
Insindacabilità? Oggi i provvedimenti disciplinari sono più ferrei di quanto pensiamo. Almeno per i magistrati ordinari. Detto questo, io proporrei un organo terzo – eletto tra politici, giudici e personalità scelte dal presidente della Repubblica e distaccato dal Csm - che si rivolga a tutti i togati, amministrativi compresi.
D. Intanto lo scontro sulla giustizia si sta trasferendo alle discussioni sul referendum.
R.
È stupido chiedersi se un magistrato possa esprimere o meno la sua opinione. Se non sbaglio, sulla responsabilità civile la stragrande parte di loro era contraria, ma poi è passata con il 65% dei sì.
D. Lei che cosa voterà al referendum costituzionale?
R.
Voterò sì. E mi sto anche impegnando nella campagna elettorale.

Twitter @FrrrrrPacifico

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