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DIRITTI 20 Maggio Mag 2016 1133 20 maggio 2016

Pannella e le carceri, i numeri della sua battaglia incompiuta

Il leader Radicale lottava coi detenuti. Vergogna italiana per numeri e condizioni di vita. Oggi l'affollamento è al 108%. In 3.950 senza un posto regolare. I dati di Antigone.

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Marco Pannella in visita al carcere Sollicciano di Firenze.

Si può discutere Marco Pannella, anzi discuterlo è forse l'unico modo per rendere il dovuto omaggio a un personaggio geneticamente controverso, narcisista che pensava ad altri, altruista che pensava a sé, capace - lui 'abortista' e 'divorziatore' - di conquistarsi la stima e l'affetto di papa Giovanni Paolo II e di papa Francesco, in grado di campare a modo suo per 86 anni senza invecchiare davvero.
ONDIVAGO E SPREGIUDICATO. Si può avere un'idea caleidoscopica dell'uomo, la cui libertà ondivaga diventava spesso alibi di spregiudicatezza, l'irregolare 'liberale-libertario-libertino' di grande e fine cultura del quale Indro Montanelli diceva «è lo sparafucile insopportabile, ma è anche lo sceriffo che va, disarmato, a stanare nella tana il bandito».
Ma non si può dubitare di un fatto: se ne va un protagonista-outsider che si porta via l'ultimo refolo di una Prima Repubblica truce, fosca, lugubre, crudele a volte, ma dove affioravano slanci, gesti anche irripetibili.
LA BATTAGLIA DELLE GALERE. Pannella se ne va e pare svanire sull'aria de La sera dei miracoli di Lucio Dalla: quei vicoli, quelle piazze romane meravigliose dove si tessevano intrighi e imbrogli inconfessabili, che lui conosceva bene e infilzava senza tregua.
Pannella se ne va e lascia in eredità mille battaglie, vinte, perdute, sfuggite di mano, da completare in eterno.
La madre di tutte queste battaglie era, resta quella sulle carceri, vergogna italiana non solo e non tanto per i numeri, ma per le condizioni di vita tra le pieghe dei numeri, reclusori spesso a livelli messicani o turchi, indegni di un Paese che si pretende civile.

Nel 2016 risultano 53.725 detenuti a fronte di una capienza di 49 mila

Rita Bernardini, Marco Pannella ed Emma Bonino durante la marcia di Natale 2013 organizzata dai Radicali dal titolo: Carceri, amnistia e giustizia a Roma.

I dati aggiornati del ministero della Giustizia testimoniano di una situazione in miglioramento, anche se ancora critica, rispetto ai picchi di pochi anni fa, quando si era oltre 65 mila detenuti stipati negli istituti di pena: a oggi risultano 53.725 a fronte di una capienza totale di 49 mila; 2.013 le donne, 18.074 gli stranieri.
A essere più 'farcite' sono sempre le galere più famigerate: Roma 'Regina Coeli' ne contiene 911 e dovrebbe averne al massimo 624, ''Rebibbia 1'' 1.363 su 1.203, Napoli Poggioreale 2.035 su 1.640, Milano San Vittore 991 su 750, Milano Opera 1.278 su 905 e così via.
AFFOLLAMENTO AL 108%. Numeri che lasciano solo intuire, vagamente, il disagio di chi li incarna, e che comunque vanno incrociati con gli altri forniti di recente dall'Associazione Antigone, che proprio il 20 maggio 2016 ricorda Pannella a Montecitorio, con l'ultimo rapporto aggiornato: «Dalla fine del 2015 al 31 marzo 2016», scrive Antigone, «ci sono 1.331 detenuti in più. Il tasso di affollamento è attualmente al 108% e 3.950 persone sono prive di un posto regolamentare. Il tasso di detenzione è invece nella media europea. L'Italia ha circa 90 detenuti ogni 100 mila abitanti. Ancora troppi invece gli imputati. I detenuti in attesa di sentenza definitiva sono il 34,6% del totale (la media europea è del 20,4%).
I detenuti stranieri sono meno in percentuale rispetto al 2009. Oggi rappresentano il 33,45% della popolazione detenuta. La media europea è del 21% circa. Sono in percentuale ben più alta rispetto agli italiani in custodia cautelare».

L'anomalia: il 34,6% di chi è rinchiuso aspetta ancora un giudizio

Marco Pannella, assieme a una delegazione di Radicali, era solito trascorrere i giorni di Natale e Ferragosto con i detenuti.

Il dato critico, per non dire traumatico, è proprio quel 34,6% di detenuti in attesa di giudizio, formula sinistra, che richiama il grottesco film con Alberto Sordi del 1971: 45 anni dopo, tutto è cambiato ma tutto è uguale, e l'Italia arranca sia in quella barbarie che troppo spesso è la custodia cautelare, sia nel modo di smaltirla, giungendo a una sentenza in tempi inaccettabili.
Nel frattempo, 'dentro' può succedere di tutto.
VISITE A NATALE E FERRAGOSTO. E Pannella, davvero fino all'ultimo, non ha smesso di ricordarsene, rinfocolando ogni volta i suoi appelli in nuvole di fumo sulla soglia di qualche istituto di pena, Natale o Ferragosto che fosse: finché ha potuto, lui le festività preferiva trascorrerle così.
È probabile che quella della galera che recupera e che salva resterà sempre un'utopia, di quelle delle quali Kant avrebbe detto «inseguirle come se potessero avverarsi»; d'altra parte non si può accettare la certezza di una galera che rovina, che perde irrevocabilmente l'individuo.
Ogni individuo è scaricato in un inferno che va oltre la sua condanna.

Le lacrime di Marco quando fu assolto Tortora

Oggi è ancora come quando Enzo Tortora denunciava, dal profondo del suo abisso, la incredibile condizione scoperta, vissuta insieme a tanti suoi compagni di reclusione - giusta o sbagliata diventava secondario. Trenta anni fa.
Tortora, colui che da Pannella fu creduto nello scetticismo - per non dire cinismo - generale, e fu salvato al termine di una battaglia impossibile, eppure vinta, contro camorristi infami e giudici - riconosciamolo - felloni.
«RADICALE PERCHÉ HO CAPITO». E quando il conduttore, già malato, segnato, già un altro uomo rispetto al giornalista brillante e polemico di prima («Ero liberale perché avevo studiato; sono Radicale perché ho capito»), colse il suo amaro trionfo, la assoluzione pienissima e definitiva, le prime lacrime, generose e sulfuree, furono proprio quelle di Pannella.
Sono morti a un giorno di distanza: Enzo il 18 maggio, Marco il 19.
Resta viva la loro battaglia più estrema, il testamento comune non certo per l'impunità, certissimamente per l'umanità.
LA PENA ATROCE NON SI VEDE. Un giorno, sulla tomba di Tortora, in una fessura della 'colonna spezzata' qualcuno ha lasciato un biglietto: «Da uno che ti chiede scusa».
Ha scritto invece, una volta, un detenuto di Rebibbia: «Qui dentro non si fa mai niente, il tempo non esiste. Siamo abbandonati a noi stessi. Abbiamo sbagliato, è giusto pagare; ma la pena più atroce è quella che non si vede».


Twitter @MaxDelPapa

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