Matteo Renzi 160504210857
FACCIAMOCI SENTIRE 23 Maggio Mag 2016 1130 23 maggio 2016

Il referendum non c'entra con i calzini di Renzi

Si vota sulla Costituzione, non per il governo. Informiamoci senza strumentalizzare tutto.

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Matteo Renzi.

A ottobre 2016 gli italiani sono chiamati a votare per il referendum costituzionale, ossia per la consultazione confermativa sulle modifiche che dovrebbero essere apportate alla seconda parte della Costituzione (il cosiddetto disegno di legge Boschi).
Per questo tipo di referendum non è previsto il quorum (contrariamente a quelli abrogativi, cioè che mirano a sopprimere una legge), per cui vince l’opzione che abbia ricevuto la maggioranza dei voti di chi si presenta alle urne.
Il referendum non sarebbe stato necessario qualora la legge fosse stata approvata dalla maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera. Ma non è stato questo il caso.
NUOVA ARCHITETTURA. Penso sia chiaro a tutti l’importanza di una consultazione che dovrebbe dare - o meno - una nuova architettura costituzionale al nostro Paese con la fine del bicameralismo perfetto, il passaggio da 315 a 100 senatori (74 consiglieri regionali, 21 sindaci, cinque nominati dal capo dello Stato per sette anni), l’eliminazione della figura del senatore a vita, nuove regole per l’elezione del presidente della Repubblica, un nuovo processo di approvazione delle leggi, le competenze di Stato e Regioni, l’abrogazione delle Province e del Cnel (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro) e alcune novità in materia di referendum.
Si tratta quindi di un cambiamento che definire importante è assolutamente riduttivo, in quanto da queste modifiche dipenderà il funzionamento dell'Italia e sarà anche una sorta di eredità per le nuove generazioni che potranno scegliere la classe dirigente del Paese (in particolare quella politica) con regole diverse da quelle dettate dall’attuale Costituzione che, redatta dai padri costituenti, fu pubblicata dalla Gazzetta ufficiale n. 298 (edizione straordinaria) il 27 dicembre 1947.
SERVE UN AMMODERNAMENTO? La nostra Carta ha quindi 70 anni e da molto tempo tutti ne chiedevano a gran voce un ''ammodernamento''.
Questo articolo non perorerà le ragioni del “sì” o quelle del “no”.
Quello che vorrei fare è un richiamo al senso di responsabilità di tutti sottolineando ancora una volta l’estrema importanza del passaggio referendario.
Da lunedì 2 maggio, ovvero da quando il nostro primo ministro Matteo Renzi ha ufficialmente avviato la sua campagna per il “sì”, mi sembra che sia scatenata una campagna mediatica con un approccio che niente ha a che vedere con l’importanza e la serietà della posta in gioco.
Personalmente ritengo sbagliato e non rispettoso dei superiori interessi del Paese attribuire al risultato del referendum di ottobre un forte (o quasi unico) significato politico per le sorti di questo esecutivo e di questa legislatura.
Ho avuto già modo di scriverlo a proposito delle amministrative di giugno 2016, figuriamoci quanto possa “urlarlo” per il passaggio referendario.
SIETE PRO TEMPORE, RICORDATEVELO. Maggioranza e opposizione dovrebbero entrambe assumere comportamenti che evitino questo rischio.
Amministrare i Comuni o le Regioni, governare un Paese o riscrivere le regole di funzionamento del Paese stesso sono attività diverse, specifiche e che dovrebbero prescindere da chi governa pro tempore a livello centrale.
Prima o poi anche in Italia dovremo abituarci a essere governati dalla stessa coalizione per un'intera legislatura che confermeremo o manderemo a casa alle elezioni successive a seconda di come abbia operato senza rimetterla in discussione a qualche mese dal voto.
In questo i media giocano un ruolo fondamentale ed è a loro che va rivolta in via prioritaria la mia raccomandazione.
Occorre che la stampa sia molto più che vigile in questi passaggi referendari, ma che critichi, proponga e informi basandosi sui contenuti.
NON STRUMENTALIZZARE IL DIBATTITO. Non cercare a tutti i costi la strumentalizzazione del dettaglio linguistico evitando di utilizzare il colore dei calzini del politico di turno e la stigmatizzazione di comportamenti personali qualora questi facciano riferimento solo alla sfera del privato del politico o dell’opinion maker di turno.
Molti elettori voteranno senza sapere neanche per cosa voteranno esattamente.
Queste stesse persone dovrebbero essere stimolate ad approfondire, a capire e a fare poi una scelta consapevole qualunque essa sia.
Il presidente del Consiglio e la coalizione di governo che lo appoggia (a qualunque colore appartengano) devono essere certamente mandati a casa, ma alla fine del loro mandato dove sarà possibile fare un bilancio tra il programma che avevano presentato agli elettori e quello che abbiano poi effettivamente realizzato.
Dalla proclamazione della Repubblica italiana a oggi abbiamo avuto 27 presidenti del Consiglio che hanno presieduto complessivamente 63 governi.
Il più longevo è stato il Berlusconi II, che è durato meno di quattro anni: dall'11 giugno 2001 al 23 aprile 2005.
E ORA UNA ROTTURA COL PASSATO. L’evoluzione che il mondo ha avuto dal 1947 a oggi richiederebbe al nostro Paese di dotarsi di strumenti (anche costituzionali) più adeguati per meglio garantire le condizioni socio-economiche dei cittadini con particolare riferimento al futuro delle nuove generazioni.
Per questo occorre una consapevolezza e un'assunzione di responsabilità che rappresentino un nuovo modo di fare da parte di tutti e soprattutto da parte di coloro che creano opinione.
Avremmo bisogno di una disruption rispetto al passato che possa consentirci quel salto di qualità che personalmente aspetto dal 1989, ovvero dalla caduta del muro di Berlino.
Purtroppo non riesco a vedere chi possa promuoverla, per cui nel frattempo votiamo per un cambiamento costituzionale... preoccupandoci dei calzini del politico di turno.


Twitter @FrancoMoscetti

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