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TURCHIA 24 Maggio Mag 2016 1821 24 maggio 2016

Migranti, Erdogan batte cassa con l'Ue: «I fondi non sono arrivati»

Il presidente turco minaccia: «Senza la liberalizzazione dei visti, stop ai respingimenti». Ma l'Europa pone come condizione la revisione della legge antiterrorismo.

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Migranti, il presidente turco Erdogan ha accusato l'Europa di non mantenere le promesse fatte in occasione della firma dell'accordo sui respingimenti.

Recep Tayyip Erdogan non ci sta. Il giorno dopo le dichiarazioni di Angela Merkel che hanno sbarrato la strada alla liberalizzazione immediata dei visti per i cittadini turchi che viaggiano nei Paesi dell'Unione europea - «Dobbiamo fare tutto il possibile per continuare il dialogo, perché è probabile che entro il 1 luglio alcune cose non saranno pronte», aveva detto la cancelliera, facendo riferimento alla disputa tra Ankara e le autorità europee sulla modifica della legge antiterrorismo turca - il presidente turco passa al contrattacco. E rinfaccia all'Unione europea di non aver mantenuto le promesse fatte in occasione della firma dell'accordo sui migranti del 18 marzo. A partire dai soldi.
L'ACCUSA DI ERDOGAN. «Gli aiuti economici promessi per l'accordo sui migranti non sono mai arrivati alla Turchia», ha detto Erdogan a Istanbul nel corso della conferenza stampa che ha chiuso il World Humanitarian Summit. Un concetto già espresso nel faccia a faccia avuto con Angela Merkel. «Finora le promesse fatte non sono state mantenute», ha rincarato Erdogan, «la Turchia non sta chiedendo favori, ma onestà. Se non ci saranno progressi sulla liberalizzazione dei visti, la Turchia non continuerà nell'attuazione dell'accordo sui migranti».
IL NODO DELLA LEGGE ANTITERRORISMO. Per quanto riguarda i visti «l'Unione europea ci chiede altri sforzi», si è lamentato Erdogan, secondo il quale l'esenzione sarebbe stata concessa più facilmente «ad altri Paesi». Alla cancelliera Merkel, Erdogan ha raccontato di aver chiesto: «Perché volete tutto dalla Turchia?». Il nodo da sciogliere, che alimenta le tensioni tra Bruxelles e Ankara, è rappresentato dalla normativa antiterrorismo turca, che secondo gli Stati membri dell'Unione europea non offre sufficienti garanzie democratiche e viene usata dal governo per intimidire i giornalisti e reprimere il dissenso interno.
S'INASPRISCE IL BRACCIO DI FERRO. Il cambiamento della legge figura tra le condizioni poste dall'Unione europea per implementare l'accordo sui migranti sul fronte dell'esenzione dai visti. Lo scorso 12 maggio il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, aveva chiarito che l'accordo per consentire ai turchi di viaggiare senza visto in Europa sarebbe stato sciolto se la Turchia non avesse rispettato i suoi impegni. Un'accusa speculare a quella odierna del presidente turco, che rende plasticamente il senso del braccio di ferro in corso.
LE CONDIZIONI CHE ANKARA NON HA ANCORA SODDISFATTO. Sono cinque le richieste europee che la Turchia non ha ancora provveduto a soddisfare. Oltre al cambiamento della legislazione antiterrorismo, per allinearsi agli standard in vigore nell'Unione europea, Ankara si è impegnata a varare nuove misure volte a prevenire la corruzione, a proteggere i dati personali dei suoi cittadini, a concludere un accordo di cooperazione di polizia con Europol e a mettere in atto forme di cooperazione giudiziaria in materia penale con gli Stati membri.
IN TURCHIA VARATO IL NUOVO GOVERNO. Erdogan ha lanciato il suo affondo contro l'Europa mentre in casa dava il via libera al nuovo governo del fedelissimo Binali Yildirim, dopo aver silurato Ahmet Davutoglu, l'ex premier protagonista delle trattative con l'Unione europea, ma riluttante all'introduzione del super-presidenzialismo. Nel nuovo esecutivo manca anche un altro nome chiave del rapporto di collaborazione sviluppato in questi mesi tra Ankara e Bruxelles: Volkan Bozkir. Il capo negoziatore, che in questi mesi ha tessuto il patto su migranti e visti, viene sostituito nel ruolo di ministro per gli Affari europei dal portavoce del partito di governo Akp, Omer Celik, che priomette di essere ancora più fedele alla linea di Erdogan.
I FEDELISSIMI NEI POSTI CHIAVE. Nel nuovo esecutivo vengono confermati quasi tutti gli altri posti chiave. Agli Esteri resta Mevlut Cavusoglu, agli Interni Efkan Ala. Alla guida dell'Energia confermatissimo il genero di Erdogan, Berat Albayrak, che in vista di una possibile successione dinastica il presidente non ha voluto 'bruciare' come primo ministro a tempo. Il compito più importante del nuovo esecutivo, ha detto Yildirim, sarà quello di «adeguare la Costituzione allo stato attuale della relazione tra il nostro presidente e il popolo». Cioè: concentrare i poteri nelle mani di Erdogan.
RIMOSSO IL PACIFISTA AKDOGAN. Cade invece la testa del vicepremier Yalcin Akdogan, protagonista delle trattative di pace con i curdi, sepolte sotto le macerie della guerra senza quartiere al Pkk. Al governo resta come vicepremier Mehmet Simsek, l'ex strategist di Merrill Lynch considerato una delle assicurazioni sulla tenuta della politica finanziaria di Ankara. La sua conferma era la più attesa dai mercati, in un Paese che appare sempre più instabile. Il nuovo responsabile dell'Economia sarà Nihat Zeybekci, ma Simsek rimarrà a vegliare su di lui e sulle bordate di Erdogan contro «le lobby dei tassi d'interesse».

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