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BASSA MAREA 25 Maggio Mag 2016 1752 25 maggio 2016

Con Trump cala il sipario su 40 anni di reaganismo

È un repubblicano 'più Stato meno mercato'. E piace. Per questo il suo partito lo detesta.

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Donald Trump.

E adesso, dopo un paio di sondaggi che lo vedono in testa, leggiamo anche sulla stampa italiana che Donald Trump può farcela.
Ma sono quasi due mesi, perbacco, che chiaramente Trump può farcela a diventare presidente degli Stati Uniti d'America.
È così dalla tornata di Primarie che va dal 15 marzo al 5 aprile 2016. Ne vinse cinque su sette.
Quindi, ricordando che la distanza dal voto dell'8 novembre è ancora molta e nulla può far escludere che sia Hillary Clinton a essere eletta, vediamo perché alla fine si è creato spazio per il miliardario newyorkese, personaggio peculiare.
Come del resto fu nel 1980 Ronald Reagan: a lui e anche prima occorre risalire per comprendere il caso Trump.
ROOSEVELTIANI E REAGANISMO. La scena politica americana è stata dominata dalle idee dei democratici più o meno rooseveltiani (fino a Kennedy e Johnson e Nixon, per quanto quest’ultimo possa sorprendere), dalla metà degli Anni 30 alla metà degli Anni 70, e dalle idee dei repubblicani, in versione più o meno radicali sotto la generica etichetta del reaganismo, per i 40 anni successivi, fino a Barack Obama.
Potrà sembrare strano se si guardano le bandierine via via poste sulla Casa bianca e sul Congresso, ma sostanzialmente è così.
NEW DEAL DA NON SMANTELLARE. Eisenhower (1953-1960) vinse per i repubblicani, ma come provano molti documenti, tra cui una illuminante lettera al fratello Edgar del novembre 1954, non aveva nessuna intenzione di smantellare il New Deal.
Kennedy e Johnson completarono il New Deal con i programmi che Johnson chiamerà The Great Society, rimanendo impantanati però nel Vietnam, un tragico errore che radicalizzò per reazione il partito distruggendo le sue ambizioni presidenziali per circa 20 anni.

Reagan tagliò le tasse, creò debito, lanciò la deregulation

Ronald Reagan.

E Nixon (1969-1974), il conservatore Nixon, concluse sul piano sociale il lavoro di Johnson con una serie di nuove leggi e di applicazioni espansive di norme esistenti, dagli aiuti alimentari ai poveri (Food Stamps), all’integrazione del reddito dei poveri e degli handicappati e molto altro ancora.
Voleva essere rieletto trionfalmente nel 1972, e lo fu: era pro welfare non per convinzione, ma per convenienza.
Tutto cambiò negli Anni 70, con le prime incrinature della prosperità post bellica.
La generosità pubblica lasciò il posto alla gloria del mercato, che avrebbe affermato la giustizia sociale.
Tornava, riveduto e molto corretto, il repubblicanesimo anti-Roosevelt.
SPESE RIMASTE INTATTE. Reagan tagliò le tasse (a singhiozzo, in realtà le aumentò anche tre volte), non tagliò le spese, creò così il massiccio debito pubblico americano, lanciò alla grande la deregulation, finanziaria e non, e alla fine complice anche il crollo dell’Urss entrò nella storia come un grande presidente lasciando con il 1989 il potere al suo vice, Bush il vecchio.
Nel 1992 Bill Clinton riuscì a riportare dopo più di 20 anni (a parte la parentesi del georgiano Carter, anomalo rispetto al suo stesso partito) i democratici alla Casa bianca.
CLINTON NON CAMBIÒ MODELLO. Ma, nonostante una campagna progressista sia pure sotto la formula dei New democrat (new dealer amici del mercato), Clinton non cambiò affatto modello e si inserì perfettamente nell’ethos reaganiano, garantendo vittorie cruciali alla deregulation finanziaria.
Non bisogna mai dimenticare poi che i tagli di gran lunga più vistosi al welfare così come ricevuto in eredità da Roosevelt, Johnson e Nixon li fece non Reagan, ma Clinton, con il Personal Responsibility Act dell’agosto 1996, dopo la trionfale vittoria al Congresso due anni prima della destra radicale repubblicana.
A novembre '96 Clinton veniva rieletto.

Bush figlio esaltò il mercato: fino alla grande crisi 2007-2009

George W. Bush e Silvio Berlusconi.

Bush figlio continuò, esaltando il mercato, rovinando la sua presidenza con l’avventura irachena, e spingendo la deregulation ai massimi. Il mercato, il mercato.
Si arrivava così alla crisi finanziaria del 2007-2009, pieno fallimento del mercato, e alla presidenza Obama, una vittoria netta dopo una campagna tutta a sinistra, tutta progressista, tutta contro le collusioni dei Clinton (Hillary era la sua avversaria per la candidatura) con Wall street, tutta sulle malefatte delle banche.
E conclusa... imbarcando nella futura squadra presidenziale, a partire già dal giugno 2008, una legione di uomini e donne dei Clinton, non di rado in posti chiave, garanzia che non molto sarebbe cambiato a Washington e ancora meno a Wall street.
BARACK, PROMESSE TRADITE. Gli storici decideranno chi è stato Barack Obama.
Qualcosa ha fatto. Ma certamente le solenni promesse di cambiare profondamente Washington e Wall street sono rimaste lettera morta.
Per questo hanno avuto così tanto spazio Donald Trump e Bernie Sanders.
Sarebbero impensabili senza un sostanziale fallimento, sulle promesse di cambiare, della presidenza Obama.
PRIMARIE 2016 DA RECORD. E sarebbe inspiegabile la partecipazione che Trump e Sanders generano, e che faranno probabilmente delle Primarie 2016 un evento record come affluenza, superiore a quello del 2008 galvanizzato da Obama.
Furono 57,7 milioni di voti allora (esclusi i caucus difficili da quantificare), sono 48,3 milioni per ora, ma mancano 9 Stati, tra cui la California che vedrà non meno di 7-8 milioni di voti.

Da destra a sinistra, ora si vuole fare piazza pulita a Wall street

Wall Street, sede della Borsa americana.

Al centro del messaggio di Trump e Sanders, da destra e da sinistra quindi, c’è la promessa di fare piazza pulita a Washington, esattamente come Obama aveva lungamente e chiarissimamente annunciato.
Una promessa dovuta, dopo il disastro del 2007-2009 e i suoi prezzi, pagati dalla gente comune.
Sanders è un inevitabile secondo (di successo), ma sta condizionando pesantemente Hillary Clinton da sinistra.
ATTENZIONE AL COMMON MAN. E Trump, con un mix di difesa dello stato sociale e della spesa pubblica inedito da 40 anni in campo repubblicano, con attenzione al common man (quello bianco soprattutto) e collaudata retorica sulla grandezza dell’America tradizionale da recuperare e ostentazione di scarso rispetto per l’establishment politico, ha fatto la strada che ha fatto.
Dice anche cose strampalate su economia, fisco, commercio globale, immigrazione e altro.
Sarà lui a vincere? E chi può dirlo.
Potrebbe vincere? Certamente sì.
ADDIO A UNA STAGIONE DI 40 ANNI. E se vince, con lui la lunga stagione repubblicana incominciata negli Anni 70 finirà. Anzi, è già finita.
Trump è un repubblicano “più Stato e meno mercato”, e piace. Per questo l’establishment repubblicano lo ha così ampiamente osteggiato. E per questo Hillary Clinton, che a quella stagione appartiene attraverso i New Democrat, suo marito (e Obama), ha seri problemi.

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