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ESTERI 26 Maggio Mag 2016 0706 26 maggio 2016

Elezioni Usa 2016, Trump danneggia i candidati del Gop

La nomination ormai è una formalità. E a farne le spese sono i deputati del Gop. Che rischiano di perdere il Congresso. Da McCain fino a Heck: i nomi in bilico.

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John McCain.

La media dei sondaggi più recenti per le elezioni americane mostra per la prima volta un piccolo vantaggio di Donald Trump nei confronti di Hillary Clinton.
Sono rilevazioni molto acerbe. Prima di tutto perché né l'uno né l'altra hanno ancora ufficialmente la certezza della nomination (anche se il tycoon, per l'Ap, ha il numero di delegati necessari, 1.237); e poi perché quella che accredita maggiormente il repubblicano con un rotondo vantaggio del 5% è opera di un’agenzia - la Rasmussen Report - che ha sempre avuto un’inclinazione per i candidati del Gop, tanto da aver previsto quattro anni fa un ampio trionfo di Mitt Romney.
Senza contare che lo scandalo fiscale rivelato dal Telegraph il 25 maggio potrebbe avere forti ripercussioni.
Insomma, nella corsa alla Casa Bianca è troppo presto per i calcoli, ma qualcuno, soprattutto nel partito repubblicano, ha già iniziato a farli.
CANDIDATI APPESI A UN FILO. Le elezioni di novembre, infatti, non decideranno solo il nuovo inquilino di 1600 Pennsylvania Avenue, ma anche l’intera composizione della Camera dei Rappresentanti e il destino di un terzo dei membri del Senato.
La retorica anti-sistema e populista di Trump e le sue invettive contro gli immigrati l'hanno aiutato a sbaragliare il campo delle primarie repubblicane, ma rischiano di lasciare le macerie nel partito danneggiando anche i candidati al Congresso.
MCCAIN RISCHIA GROSSO. Il caso più eclatante è quello di John McCain. Già in corsa per la presidenza nel 2008, è un simbolo della destra moderata americana. Membro del Congresso dal 1982, dopo due mandati alla Camera è stato rieletto poi per quattro legislature consecutive al Senato, battendo sempre con facilità i suoi oppositori nel collegio dell’Arizona.
Quest’anno l’effetto Trump potrebbe costringerlo alla pensione. «Se sarà il nostro candidato», ha detto McCain senza mezzi termini, «qui in Arizona, dove il 30% del voto è ispanico, dovrò affrontare la sfida della mia vita». Gli ultimi sondaggi danno la sua sfidante, la democratica Ann Kirkpatrick, in forte recupero.
I voti tradizionalmente conservatori stanno passando all’altra sponda e un 27% dei repubblicani dello Stato pare orientato a non sostenere il candidato uscente.

Il deputato Dold: «Trump non avrà mai il mio voto»

Donald Trump durante un comizio a Dallas.

McCain è solo il caso più noto, ma altri repubblicani stanno correndo ai ripari, distanziandosi dalla retorica populista di Trump.
Senza voto ispanico, anche il deputato del Nevada Joe Heck, che quest’anno corre per il Senato, rischia di non andare a Washington e ha criticato gli “stereotipi” utilizzati dai candidati nelle primarie.
Il deputato repubblicano di Chicago Bob Dold, che già si presenta in un’area a inclinazione liberal, ha tuonato: «Le odiose parole di Trump contro le donne, gli ispanici, i veterani e i musulmani lo rendono non degno di essere presidente. Non avrà mai il mio appoggio e il mio voto».
UNA CAMPAGNA COMPLICATA. «Il vero problema sarà fare una campagna in cui bisognerà sempre rispondere a quello che dirà Trump», ha confidato al sito Politico.com un consulente del Gop. «“Siete d’accordo? Non siete d’accordo?”, nessuno sarà in grado di controllare la propria campagna. Trump renderà a ogni repubblicano la vita dura in ogni circoscrizione».
Particolarmente delicato il ruolo di Paul Ryan, presidente della Camera che non si è mai espresso in modo entusiastico nei confronti del front-runner.
Due anni fa vinse il suo collegio del Wisconsin nelle elezioni di mid term con un tranquillo 63%, quest’anno dovrà affrontare prima ancora del voto di novembre la sfida in casa nelle primarie di circoscrizione che si terranno a inizio agosto.
Il suo rivale è l’imprenditore ultra-conservatore Paul Nehlen che ha sposato tutti gli slogan populisti di Trump.
VERSO LA CONVENTION. Nell’attuale legislatura i repubblicani al Senato hanno un risicato margine: oggi controllano 24 dei 34 seggi in palio a novembre. Molti di questi sono decisi da un pugno di voti.
Il partito dell’asinello deve conquistarne solo nove in più per riprendersi la maggioranza. Alla Camera dei Rappresentanti il Gop detiene una maggioranza più solida (246 a 188) e nessuno si aspetta particolari terremoti. Questo però è l’anno delle sorprese politiche negli Stati Uniti e nulla può essere dato per scontato.
Dal 18 al 21 luglio il Partito repubblicano terrà la convention a Cleveland. E anche le ultime voci di un “golpe” contro Trump sono ormai prive di forza. Le sue vittorie elettorali dovrebbero escludere ogni colpo di scena: il miliardario verrà incoronato come il candidato di tutti.
I maggiorenti del partito sono pronti a salire sul carro di un candidato vincente, ma sono convinti che sia meglio perdere per quattro anni la Casa Bianca che farsi sfuggire il controllo della Camera. E non sono disposti a rischiare la faccia (e la poltrona) in una campagna all’insegna del populismo.

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