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DIPLOMATICAMENTE 27 Maggio Mag 2016 0900 27 maggio 2016

La svolta della Tunisia, tra islam e democrazia

Perché l'ultimo Congresso di rifondazione del partito Ennahda è stato fondamentale.

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Rached Gannouchi, leader del partito “islamico” tunisino Ennahda.

Avrei voluto esserci, a Tunisi, per assistere al Congresso di rifondazione del partito “islamico” Ennahda, il decimo della sua lunga storia, a opera il Rached Gannouchi, il suo leader indiscusso.
Avrei voluto esserci per mescolarmi tra le migliaia di tunisini che ne hanno seguito i lavori e toccare con mano quella che mi è stata descritta come una straordinaria tensione emotiva sprigionatasi nel momento in cui sono apparsi assieme, sul palco, lo stesso Gannouchi e Beji Caid Essebsi, il presidente della Repubblica e portabandiera dell'europeizzante schieramento avverso, Nidàa Tunes.
E poi quando si sono rivolti all'auditorio con parole marcate da un 'patriottismo' per noi forse desueto ma in sintonia col clima politico e sociale di un Paese che dopo i cinque anni più traumatici della sua storia, sta facendo ancora tanta fatica nel perseguimento di un orizzonte di sicurezza, di stabilizzazione e di ripresa economica e sociale ragionevolmente rassicurante.
TRA L'INDIFFERENZA DEI MEDIA. Avrei voluto esserci perché quel Congresso, lasciato nelle retrovie dell’attenzione mediatica italiana, europea e internazionale, focalizzata sui ben più inquietanti scenari Nord-africani (Libia, Egitto) e Medio-orientali (Siria, Iraq, Yemen) e migratori, potrebbe rappresentare un punto di svolta altamente significativo non solo per la Tunisia, ma per altri Stati del cosiddetto mondo islamico del nostro intorno geopolitico.
La ragione di questo mio interesse sta nel fatto che a Tunisi si è consumato il passaggio della trasformazione di Enahda da 'partito islamico' a 'partito civile' come l'ha voluta semplificare lo stesso Gannouchi; il passaggio della separazione della sfera politica da quella religiosa.
Non si tratta di una decisione estemporanea e ancor meno di una posizione dettata dalle circostanze, ha sottolineato lo stesso Gannouchi, ma il frutto di un processo storico lento e travagliato verso l’abbandono dell’impostazione di fondo per la quale è l’islam che determina la politica e ne definisce la linea di condotta a favore dell’affermazione dello spazio proprio della “politica” nei suoi termini etimologici della polis e dunque ai valori e alle regole dell’assetto costituzionale dello Stato.
L’islam resta, naturalmente, perché il Paese vi si riconosce, ma è chiamato a esprimersi nella sfera personale dei cittadini.
RINUNCIA ALLA VIOLENZA. Di quel processo ha voluto ricordare i passaggi più significativi riandando al momento iniziale del suo movimento basato inizialmente su una declinazione teologica con preoccupazioni di natura identitaria - da Azione islamica a Movimento della tendenza islamica negli Anni 80 - a una formazione protestataria e di lotta contro il regime di Ben Ali venata di islamismo tunisino e infine a una organizzazione - Ennahda (rinascita) per l’appunto - che rinuncia alla violenza e poi alla collateralità col salafismo ed evolve in un partito deciso a porre gli interessi della Tunisia davanti a tutto (prima la Tunisia e poi l’islam) e agire nei termini ed entro i confini marcati dalla Costituzione.
Certo che ne ha fatta di strada questo leader tunisino, condannato a morte da Bourghiba (1987), salvato da Ben Ali che poi proscrive il partito e lo costringe all'esilio (1991), capace di mantenere e anzi far crescere negli anni il consenso attorno al suo programma politico-religioso; poi il rientro in patria nel 2011, la vittoria elettorale, l'opacità dei rapporti con l'area salafita, poi il governo di coalizione (Troika), disastroso nei risultati e puntualmente punito dall'elettorato; poi il travagliato ma rivoluzionario parto della Costituzione, esempio di equilibrio tra islam e valori occidentali dove è sancita l’uguaglianza uomo-donna e la libertà di coscienza di fede e del libero esercizio del culto; infine la partecipazione minoritaria nel governo occidentalizzante di Nidàa Tunes.
Il tutto in un clima politico di crescente frammentazione e litigiosità, in un contesto di preoccupante crisi economica e quindi anche sociale sulla quale si è andato accanendo il terrorismo con le sue persistenti e sanguinose incursioni, dall’interno e dall’esterno.
UNA SFIDA PESANTISSIMA. Insomma, in una dinamica che sta mettendo a dura prova la tenuta stessa del sistema politico tunisino chiamato a una sfida pesantissima che se sollecita uno sforzo straordinario di convergenza attorno ai pilastri costituzionali che il Paese è riuscito a darsi nel 2014, richiede anche una strategia di ripresa economica e occupazionale che stenta ancora a emergere con chiarezza e determinazione. Complice l’inadeguatezza della collaborazione esterna, europea e internazionale.
Certo non sarà questa evoluzione di Ennahda a sciogliere i nodi in cui si trova stretta la Tunisia, ma vi potrà contribuire in maniera concreta: per abbassare la soglia della polarizzazione politica come rispecchiato del resto dalla presenza al Congresso di molti leader del frastagliato scenario partitico del Paese - e di riflesso propiziare le mediazioni sul versante economico-sociale di cui la Tunisia ha urgente necessità - per trovare più solidarietà nella regione e sul piano internazionale e in definitiva per sottrarre alimento ai principi attivi dell’estremismo.
E il suo contributo potrebbe rivelarsi di notevole valenza se, come appare assai probabile, questa evoluzione farà crescere ulteriormente il consenso, già alto del resto, verso questo partito e con esso anche il suo peso effettivo nella partecipazione al governo del Paese, indebolito dalla crisi che si è consumata all’interno del raggruppamento occidentalizzante di Nidàa Tunes, il grande azionista dell’attuale esecutivo.
ALL'AVANGUARDIA DELL'ISLAM. Questo lo vedremo, ma intanto non sfuggirà il fatto che con questa scelta di campo compiuta da Ennahda la Tunisia si pone nuovamente all’avanguardia del mondo arabo-islamico e islamico in generale, non rinunciando all’appartenenza all’islam, ma rendendola compatibile con la democrazia, i suoi principi e i suoi valori fondanti.
Si tratta di un messaggio forte, una sfida percuotente, soprattutto in un momento come questo in cui quello che si vuole definire “islam politico” sta evidenziando le sue derive più devastanti nella declinazione che passa dalla totalizzante marca politico-religiosa della Fratellanza musulmana alla versione terroristico-millenaristica del Califfato.
In Tunisia e altrove non sono pochi coloro che ritengono questo passaggio di Gannouchi fondamentalmente fittizio, strumentale alla riconquista del potere.
Io non nutro questo sospetto e temo anzi che coltivare questo pregiudizio sul piano interno e internazionale possa finire per risultare controproducente e rafforzare proprio la spinta alla sua strumentalizzazione da parte dei nostalgici dell’islamizzazione della politica, che certo ancora ci sono, nel partito.
Penso in buona sostanza che occorra sfidare Gannouchi proprio sul terreno delle indicazioni politiche di cui si è reso protagonista. E penso pure che Europa e Italia debbano sostanziare la sfida anche assicurando a questo Paese a noi tanto vicino maggiore sostegno e incoraggiamento. Anche a beneficio della tanto auspicata stabilizzazione della Libia e della non meno necessaria normalizzazione politica egiziana.

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