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TERRORISMO 28 Maggio Mag 2016 1500 28 maggio 2016

Afghanistan, la crisi di leadership dei talebani

L'insorgenza gode di pessima salute. Divisa all'interno. E orfana di figure forti. Dopo la morte di Mansour, gli Usa vogliono trattare. E l'Isis stringe la sua morsa.

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Caduti il mullah Omar e il successore Mansour, i talebani hanno un nuovo emiro.
Il leader militare e politico dei fondamentalisti afghani è, dal 25 maggio, un religioso estremista, già capo delle corti islamiche e autore di gran parte delle fatwe, le bolle integraliste del movimento che si proclama ancora emirato.
Mawlawi Haibatullah Akhundzada risulta nato tra il 1966 e il 1971 a Sud di Kandahar, nel clan pashtun degli Eshaqzai influente tra i talebani.
L'UCCISIONE DI MANSOUR. Pur muovendosi poco dall'Afghanistan, avrebbe mantenuto rapporti sempre stretti con la base talebana in Pakistan di Quetta, dove un drone americano ha ucciso il mullah Mansour.
Il “teologo” Haibatullah rimpiazza un comandante militare più esperto di lui, e del quale era maestro in materia di Islam: tra il 1996 e il 2001 Mansour era stato invece ministro dell'aviazione dell'emirato rovesciato dagli Usa dopo l'11 settembre ed era un veterano delle guerre anti-sovietiche, poi anti-americane.
IL RIFUGIO A QUETTA. Crocevia tra Afghanistan e Pakistan, Quetta, capoluogo del Balochistan, è emersa negli ultimi anni come il riparo dei vertici talebani e sede di migliaia di loro supporter.
Dei mullah nella città non si scrive e apparentemente nulla si sa del loro Consiglio della Shura, ma il nucleo di fondamentalisti godrebbe - come Osama bin Laden a lungo ad Abbottabad - della protezione dell'assai opaca intelligence pakistana (Isi, Inter services intelligence).
A Quetta, il mullah Omar, il simbolico e invisibile capo dei talebani di sempre sarebbe stato bersaglio di raid Usa con un paio di suoi vice. Ma al contrario di Mansour non avrebbe finito lì i suoi giorni.

Finaziamenti e protezione dal Pakistan

Mullah Muhammad Akhtar Mansour, il leader dei talebani afghani.

Nel 2015 il governo di Kabul annunciò la morte del fondatore dell'emirato (e dal 1996 suprema guida talebana) due anni prima, per malattia, a Karachi, sempre in Pakistan.
La notizia fu confermata dall'intelligence afghana e anche dal consesso talebano di Quetta, che nominò allora Mansour.
Dal 2001 si ritiene che il Consiglio ristretto della Shura del movimento, una trentina tra consiglieri militari e figure apicali, sia fuggito dalle montagne del Sud dell'Afghanistan nella città pachistana a un migliaio di chilometri da Islamabad.
SOSPETTI SULL'INTELLIGENCE. L'argomento dei talebani è tabù tra i 500 mila abitanti di Quetta: tanti hanno paura e non si immischiano, altrettanti simpatizzano, pregano per loro e tacciono.
Giornalisti e osservatori non riescono a entrare a Quetta dal 2013, bloccati per ragioni burocratiche e di sicurezza dai nutriti corpi dei servizi segreti dell'Isi in zona, accusati di complicità.
Ufficiali afghani hanno raccontato che i combattenti talebani sono regolarmente curati negli ospedali pachistani delle città al confine e nei campi per rifugiati del Balochistan, vicino alla base di Quetta, sede dei meeting per rinominare i leader e pianificare strategie e attacchi.
INSORGENZA DIVISA. In quest'assemblea si tengono anche le discussioni per decidere la resa che gli Stati Uniti, dopo il raid contro Mansour, puntano a ottenere dai talebani: l'ammissione della morte del mullah Omar ha portato a galla le crescenti debolezze e le fratture interne del movimento note da tempo.
L'uccisione del nuovo leader, a meno di un anno dalla sua nomina, e la scelta di affiancare dichiaratamente a Haibatullah due bracci destri - la mente delle offensive Sirajuddin Haqqani e il figlio del mullah Omar, Mohammad Yaqoob - tradisce la penuria di personalità forti e adeguate al ruolo di capo tra la nomenclatura dei mujaheddin.

Vertici disarticolati: gli Usa vogliono trattare

Nel suo breve mandato, Mansour escludeva qualsiasi negoziato con l'Occidente e con il governo di Kabul, ed era un leader divisivo.
Oltre all'ala più diplomatica, esistono tra i miliziani e leader locali dei talebani frange estremiste pronte all'alleanza con l'Isis.
Fedeltà è stata già giurata al Califfato da diversi rami dei talebani e da altri gruppi jihadisti scissionisti, in numerosi governatorati: alle migliaia di morti, civili e guerriglieri, per l'insorgenza mai domata e anche per i droni Usa, si è aggiunta dal 2014 la piaga dell'Isis che silenziosamente (i media parlano pochissimo delle sue infiltrazioni in Afghanistan) si estende come un cancro in un Paese ripetutamente dilaniato.
I LEGAMI CON LE RETI JIHADISTE. Altro riflesso della disarticolazione dei vertici talebani: per accordarsi su Haibatullah sarebbero occorse diverse riunioni a Quetta.
Da lì, secondo i generali del Pentagono impegnati in Afghanistan, sarebbero decisi gli attentati che, ancora nelle ultime ore, hanno fatto 10 morti e sette feriti, per mano di un kamikaze, durante un trasbordo di dipendenti pubblici a Est di Kabul.
Ormai è pensiero comune, tra gli afghani in special modo pashtun, puntare il dito contro il Pakistan per gli attacchi terroristici e l'estremismo islamico.
RAID IN PAKISTAN. E da lì, ormai non più dall'Arabia saudita di al Qaeda ai tempi della guerra tra americani e sovietici, verrebbero i finanziamenti ai talebani e a reti jihadiste ancora peggiori.
Islamabad, la cui intelligence è stata a lungo foraggiata dalla Gran Bretagna e dagli Usa, ha chiesto «chiarimenti» sulla violazione di nazionalità per il raid ordinato da Barack Obama contro Mansour.

Twitter @BarbaraCiolli

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