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RIFLESSIONE 29 Maggio Mag 2016 1800 29 maggio 2016

Italia, perché l'astensionismo premia i populisti

Monti e la ''Waterloo'' del 2011. Gli elettori crollati al 75% nel 2013. E il disincanto. In un saggio di Fornaro (Pd) la crisi della democrazia. Con un vincitore: Grillo.

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Federico Fornaro (Pd) è stato presente a Palazzo Madama nel 99,92% delle sedute.

Con le elezioni amministrative 2016 alle porte, mentre in Italia si dibatte sul voto partigiano in vista del referendum di ottobre sulle riforme costituzionali, vale la pena leggere il saggio Fuga dalle urne, pubblicato da Epokè, scritto dal senatore del Partito democratico Federico Fornaro, tra i più presenti a Palazzo Madama, membro della commissione Moro e da sempre studioso di Resistenza e flussi elettorali.
Ebbene, lette queste agili 174 pagine, coadiuvate da tabelle più che esplicative, ne emerge un quadro a tinte fosche sulla nostra democrazia e su quello che ci potrebbe aspettare nei prossimi anni, se i partiti non troveranno nuovi metodi per attrarre partecipazione e i movimenti populisti dovessero sempre più rafforzarsi.
SCOMPARSI I PARTITI. Perché il dato evidente è che in Italia non vota più nessuno.
Lo zoccolo duro di votanti? Ormai un ricordo del passato. L'astensionismo è agli apici.
Esistono ormai elettori a intermittenza che scelgono a seconda della tornata.
Come si legge nel saggio, «l’elettore identificato e fedele (architrave della democrazia dei partiti) è una figura in declino», che progressivamente tenderà a essere sostituita da un «elettore disincantato e intermittente», che decide di volta in volta se andare a votare e a chi dare il proprio consenso».
Anzi, l'unica forma di partito nuova, in questa fase, che ha saputo cogliere il malessere dell'antipolitica è il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.

La tempesta perfetta del 2013: alle urne solo il 75% degli italiani

L'ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani.

Fornaro racconta la crisi sin dall'inizio del 1900, passando per gli anni dove partiti come Democrazia cristiana e Partito socialista spadroneggiavano, affrontando la crisi dal 1992 di Tangentopoli fino a oggi, con la Waterloo del governo Monti del 2011 e infine con la tempesta perfetta del voto del 2013, quando gli italiani hanno generato un «terremoto di intensità assolutamente straordinaria».
VOLATILITÀ ELETTORALE. E infatti, si legge nel libro, «la percentuale di votanti è crollata al 75,2%, il dato più basso dell’Italia repubblicana (-5,3% rispetto al 2008 e -8,4% sul 2006): un italiano su quattro ha disertato le urne.
L’assetto bipolare della Seconda Repubblica è risultato così fortemente ridimensionato dal clamoroso risultato del Movimento 5 stelle, che alla prima elezione, superando il 25% dei suffragi, è diventato il partito più votato; si è registrato, infine, un livello di ''volatilità'' elettorale (39,1%) mai raggiunto prima nella storia della democrazia italiana. Gli anni dominati dalla ''democrazia dei partiti'' con il 90% e più di votanti sembrano distanti anni luce».
LA POLITICA NON SUSCITA SPERANZE. Fornaro muove una critica alla classe politica: «I dati sull’astensionismo spesso sono analizzati con l’attenzione che meritano solamente all’indomani dello scrutinio dei voti».
E del resto «spesso si dimentica che la partecipazione elettorale rappresenta uno dei principali indicatori del corretto funzionamento del rapporto tra cittadini e istituzioni e quindi, in ultima istanza, della democrazia, anche se non tutti la pensano così».
Ma in ogni caso va rilevato che «al di là di numeri e analisi, quel che appare evidente è che il voto non è più un veicolo di cambiamento e la politica non riesce più a suscitare speranze».

Tre tipi di elettori: fedeli (40%), disincantati (40%), astensionisti (20%)

Un banchetto di raccolta firme per la presentazione di una lista alle elezioni.

Secondo Fornaro al momento sono tre le categorie di votanti.
C'è quella composta da elettori «fedeli e stabili» che non hanno dubbi né sull’andare a votare e neppure sul chi votare (stimabile in circa il 40% del corpo elettorale, ma con un trend decrescente anche in ragione del ricam­bio generazionale).
MOLTI ''INTERMITTENTI''. Poi ci sono i «disincantati e intermittenti» che decidono di volta in volta e sempre più durante la campagna elettorale, «se e per chi an­dare a votare (circa il 40% del totale con una tendenza all’aumen­to)».
Quindi «gli «astensionisti cronici, cittadini che hanno oramai maturato una radicale avversione verso gli istituti della democrazia rappresenta­tiva e quindi una completa negatività nei confronti dell’esercizio del diritto di voto (circa il 20% del totale, comprensivo anche di coloro che per età avanzata o problematiche varie di salute/lavoro sono impediti a recarsi ai seggi)».
LA WATERLOO DI MONTI. Come detto, pure la cura Monti, decisa dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non ha giovato al sistema partitito italiano.
«Il governo tecnico guidato da Monti finì, così, per diventare per i partiti una devastante “Waterlooo”», si legge nel saggio «certificata dall’esito delle elezioni politiche del febbraio 2013 e destinata a influire negativamente ancora a lungo nel rapporto di fiducia tra i cittadini e la politica».

Il governo tecnico ha spalancato le porte all'ascesa di Grillo

Mario Monti.

Ma «le conseguenze negative della “Waterloo” dei partiti da un lato oscurarono agli occhi dell’opinione pubblica i limiti e le deficienze dell’azione della maggioranza di centrodestra guidata da Berlusco­ni nel triennio 2008-2011 e dall’altro spalancarono praterie di po­tenziale consenso all’imprenditore della protesta, Beppe Grillo e al suo M5s».
L'ANTI-PARTITI. Grillo fu infatti «l’unico competitore che poteva dichiarare senza timore di smentita di non aver mai avu­to responsabilità di governo e soprattutto poteva vantare una completa alterità rispetto al sistema dei partiti e alla Casta (dall’effica­ce titolo del libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, che nella primavera 2007 scalò in un battibaleno le classifiche di vendita e vi rimase per moltissimo tempo».
RISCHIO POPULISMO. Secondo il senatore del Pd «l’astensionismo è, in questa fase della storia d’Europa più che in altre, un indicatore sensibile del disagio profondo proveniente da una società insicura e rancorosa, che stenta a vedere nella politica quello che invece rassicurava le generazioni precedenti: uno strumento in­dispensabile per realizzare, con metodi pacifici, una redistribuzione della ricchezza, una diminuzione delle ingiustizie e un aumento delle opportunità di elevazione sociale. I partiti e le istituzioni sono, perciò, chiamati a ripensare loro stes­si, le loro forme e i loro processi decisionali, perché continuare come se niente fosse, come se la democrazia esistesse in natura e non sia, invece, una delle possibili forme di governo, potrebbe portare rapida­mente a schiantarsi contro il muro dell’indifferenza e dell’alienazione degli elettori, tradizionale terreno fertile del populismo di vecchio e nuovo conio».


Twitter @ARoldering

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