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DIPLOMATICAMENTE 2 Giugno Giu 2016 0900 02 giugno 2016

Non credete alle favole di chi dà l'Isis per vinto

Dal premier iracheno Abadi al generale libico Ghasri: questo trionfalismo è ingiustificato. I dati positivi ci sono, ma non vanno sopravvalutati.

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Il premier iracheno Haider al Abadi.

Raqqa, Aleppo, Fallujah, Mosul, Sirte. Ma anche Tartus, Azaz, Homs, Jableh, Ghouta, Darayya, Baghdad e Damasco.
Sono solo alcune delle località nelle quali si sta intrecciando la tragica matassa dello scontro in atto tra le principali centrali del terrorismo islamista (in primis lo Stato islamico, ma anche al Qaeda) e le diverse forze militari impegnate a sconfiggerle.
Esse da un lato rappresentano le cosiddette “roccaforti”, antiche e recenti, dell'Isis in Siria, in Iraq, in Libia, e dunque i bersagli di valenza strategica di quest’azione; dall’altro identificano i centri sui quali le forze del terrorismo hanno scatenato e stanno scatenando i loro attacchi suicidi, hanno fatto e fanno esplodere le loro autobombe oppure hanno portato e stanno portando le loro controffensive militari.
«LA VITTORIA È VICINA». «L’ora zero per la liberazione di Falluja è arrivata», dichiarava qualche giorno addietro il primo ministro iracheno Abadi, «il momento della vittoria è vicino e l’Isis non ha altra scelta che fuggire».
«Il momento è arrivato», era scritto sui volantini lanciati dagli aerei della coalizione americana, e ripresi sui locali social network, «è tempo di abbandonare Raqqa».
«Le forze armate del Consiglio presidenziale libico guidato dal premier Fayez Al Sarraj sono arrivate a 12 chilometri da Sirte, compiendo un 'notevole progresso' nell'avanzata verso la roccaforte dello Stato Islamico in Libia», riferiva trionfalmente generale Mohamed al Ghasri, portavoce delle operazioni per la liberazione di Sirte.
UN DATO POSITIVO, MA SOPRAVVALUTATO. «Preparatevi a fare del Ramadan un mese di calamità per i non-credenti», tuonava Abu Mohammed al-Adnani, un vicinissimo al sedicente Califfo Abu Bakr al-Baghdadi in un messaggio su al-Furqan indirizzato ai combattenti e ai sostenitori del Califfato in Europa e in America, nel quale si affermava altresì che «anche se perdiamo Raqqa o Sirte noi non saremo sconfitti. La sconfitta è la perdita della volontà e del desiderio di combattere».
Aggiungiamo che in questi stessi giorni, da parte americana, si annunciava che lo Stato islamico aveva perso circa il 40% e il 10% del territorio conquistato nel 2014 rispettivamente in Iraq e in Siria.
Un dato confortante, senza dubbio, ma forse un po’ sopravvalutato.

Iraq, la riconquista di Falluja non è decisiva

Miliziani sunniti a Falluja.

È sopravvalutato in Iraq, perché la riconquista di Fallujah, in questo momento sotto i riflettori dell’attenzione internazionale, è molto importante e non solo simbolicamente, ma è ancora lontana e in ogni caso non decisiva; essa inoltre, e per ammissione dello stesso Abadi, è subordinata al non ingresso in città delle truppe sciite, considerate dalla locale popolazione sunnita più o meno alla stregua di quelle dello Stato islamico.
Eppoi essa appare destinata a esigere un prezzo altissimo in termini di vittime civili che potrebbero sinistramente aggiungersi a quelle che l'Isis ha dimostrato e sta dimostrando di poter provocare con i suoi ben mirati e coordinati attacchi terroristici nella stessa Baghdad. Il tutto in un contesto politico-istituzionale e settario decisamente precario per Abadi, e in un contesto regionale in cui gli Usa non sembrano disposti a contrastare più di tanto la preminente influenza iraniana (sciita) nel paese in nome di una pur dichiarata equidistanza con quella sunnita dell’Arabia saudita.
SIRIA, NEGOZIATI AL PALO. Lo stesso dato è sopravvalutato in Siria, perché lo scenario bellico in cui versa è molto contrastato: la marcia su Raqqa va avanti, ma la sua marca curdo-americana sta rischiosamente incrinando i rapporti con la Turchia che già da tempo soffre del tallone russo. E in ogni caso lo Stato islamico da una parte e al Nusra (al Qaeda) dall’altro stanno dimostrando una resilienza e una sorprendente capacità offensiva da Sud a Nord del Paese.
Pesa non poco, inoltre, la mancata collaborazione anti-Isis e anti-al Nusra tra Mosca che l’ha sollecitata e Washington che ne sta valutando la convenienza.
E pesa in maniera decisiva l'assenza di una seria prospettiva di ripresa del negoziato di Ginevra, malgrado la reiterata volontà di assicurare una tregua da parte dei due principali fronti contrapposti, l’asse russo-siriano-iraniano-libanese (Hezbollah) da un lato e la coalizione internazionale a guida americana dall’altro.
UNA PALUDE MOLTO RISCHIOSA. Drammaticamente significativo è l’abbandono del tavolo negoziale, proprio in queste ore, da parte di Mohammad Alloush, capo negoziatore della delegazione-ombrello delle forze di opposizione siriane e rappresentante di Jaish al Islam, una delle sue più importanti e controverse (da parte russa, soprattutto) componenti.
Laddove la tesi del realistico “male minore” (permanenza di Bashar al Assad) rischia di tramutarsi in una palude molto rischiosa se non corredata da un effettivo controllo del suo regime della cosiddetta Siria utile (zona costiera a Ovest e direttrice Homs-Aleppo a Est).

Libia, il quadro generale resta estremamente precario

Il generale Khalifa Haftar.

Infine, il dato di cui sopra è sopravvalutato in Libia, perché alla perdurante spaccatura tra Tobruk e Tripoli si somma il nugolo di frammentazioni tribali, etniche e semplicemente localistiche che rende estremamente precario il quadro generale.
Eppure ci sono i margini per ricucire almeno la maggiore di queste contrapposizioni e rendere relativamente praticabile la resa dei conti con il locale Stato islamico, in particolare la riconquista della sua roccaforte di Sirte.
IL FATTORE HAFTAR. Le truppe che sostengono il premier in pectore Serraj stanno avanzando, grazie anche al convergente sostegno di unità speciali euro-americane (anche italiane).
Ma stanno muovendosi anche quelle a lui opposte del discusso generale Haftar, che controlla di fatto il parlamento di Tobruk e continua ad alzare la posta, sostenuto da Egitto e suoi alleati, malgrado le aperture sulle quali lo stesso Serraj, da buon imprenditore, ha lasciato intendere di essere disposto a lavorare.
Ma ancora non ci siamo, con buona pace delle ottimistiche dichiarazioni del vice premier Ahmed Maitig riportate dalla stampa italiana.
PASSI AVANTI CONTRO L'ISIS. In conclusione, possiamo e dobbiamo registrare positivamente i passi in avanti che si stanno compiendo nell’offensiva contro lo Stato islamico; finalmente dopo oltre due anni dalla conquista di Fallujah e Mosul.
Possiamo e dobbiamo considerare che questi progressi sovrastano la pur pesante e sanguinosa carica delle sue rappresaglie, condotte con un’impressionante rapidità, imprevedibilità e diversificazione territoriale; sin dentro le aree più protette come Baghdad, Damasco e le stesse basi russe.
MA LA VITTORIA È LONTANA. Allo stesso tempo, però non possiamo né dobbiamo sottovalutare che la forza, direi quasi la virulenza dello Stato islamico, affonda le radici in un brodo di coltura politico-settario e sociale che è ben lungi dall’essere prosciugato, e sembra anzi alimentato dall’incrocio delle agende dei principali attori regionali e internazionali.
Brodo al quale si abbevera al Qaeda con le sue filiazioni in Siria, in Iraq, in Yemen, nel Sahel, che ci si deve augurare non trovino gli estremi per una convergenza con l'Isis.
E non possiamo né dobbiamo velare alla nostra coscienza, prima ancora che alla nostra analisi, l’orribile marea di morti, disperati e fuggiaschi che questa dinamica sta provocando. Da anni. Ingrossando l’altra marea, quella prodotta dalla fame, pure fatta di morti, disperati e fuggiaschi e che pure reclama una nostra responsabilità, nelle sue cause e nella sua gestione.

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