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IL FOCUS 3 Giugno Giu 2016 1630 03 giugno 2016

Iran, il carteggio segreto tra Khomeini e Carter

Nell'anniversario della morte del padre della rivoluzione, Washignton rilascia dei documenti segreti sulle trattative di inzio 1979, durante la caduta dello scià.

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Il 3 giugno è il giorno più importante per la Repubblica islamica. A 10 anni dalla sua rivoluzione, nel 1989 si spense in Iran il vecchio ayatollah Khomeini.
Come ogni anno, per il 27esimo anniversario della sua morte, migliaia di iraniani si sono raccolti nel grande mausoleo di Teheran a lui dedicato.
Donne in nero e viali listati a lutto, le celebrazioni sono andate avanti tutto il giorno, all'ombra dell'imponente cupola e dei minareti che si scorgono in periferia, superata la famosa torre bianca della libertà lungo la strada verso l'aeroporto.
LE CARTE SEGRETE USA. La Guida suprema Khamenei e il presidente Rohani hanno commemorato l'ispiratore e il fondatore della teocrazia islamica con i tradizionali discorsi, nell'anno speciale che ha segnato la fine delle sanzioni degli Usa, definiti da Khomeini il «Grande satana».
Anche gli gli americani lo hanno ricordato, a modo loro, spacchettando altri documenti riservati sull'ayatollah che dall'esilio in Francia riuscì a cacciare lo scià protetto dagli Usa.
I dossier di Stato desecretati da Washington, riportati in eclusiva dal canale in lingua persiana della Bbc, sono sicuramente una verità di parte ma contengono molti dettagli interessanti sul carteggio tattico che Khomeini - da abile leader politico prima che da religioso - imbastiva attraverso i suoi più stretti collaboratori con i presidenti degli Stati Uniti considerati da lui 'buoni'.
UN CARTEGGIO TATTICO. Nel 1963 l'ayatollah rivoluzionario aveva cercato un contatto con John F. Kennedy e nel 1979 con Jimmy Carter, che non casualmente il successore Khamenei, a 25 anni dalla nascita della Repubblica islamica, avrebbe elogiato per il suo libro contro la violenza verso le donne.
Khomeini voleva convincere gli Usa che un passaggio dalla monarchia alla teocrazia non avrebbe pregiudicato i rapporti d'affari tra i due Stati. Oltre a questo, invitava gli americani a tenere buono l'esercito più vicino allo scià che ai rivoluzionari e a bloccare l'organizzare un golpe di restaurazione in Iran.
«Vedrete che non abbiamo nessuna particolare animosità contro gli americani», scriveva Khomeini dai sobborghi di Parigi alla vigilia del suo atterraggio a Teheran, da leader della rivoluzione.

A Khomeini piaceva Kennedy. Poi i messaggi a Carter

Nel gennaio 1979, alla vigilia del suo ritorno trionfale in Iran del 1 febbraio, il chierico che da anni mobilitava le masse intessé per due settimane colloqui diretti con 'il grande Satana', ovvero gli americani, che da parte loro inviavano messaggi possibilisti su un passaggio di poteri soft.
Teheran era in ebollizione per le proteste.
Allo scià malato di cancro della dinastia imposta dall'Occidente, Carter raccomandava caldamente di prendersi un periodo di riposo negli Usa. La Costituzione persiana, rispondevano in quei giorni gli alti diplomatici statunitensi agli emissari di Khomeini, non era poi un monolite: «Se viene preservata l'integrità dell'esercito, siamo convinti che in prospettiva la leadership dell'Iran del futuro possa essere supportata da qualsiasi forma politica viene scelta».
CARTER APRÌ A KHOMEINI. Non a caso i repubblicani hanno sempre rimproverato all'Amministrazione Carter la scarsa mano dura con Teheran, che avrebbe poi permesso il rimpatrio dell'ayatollah per compiere la rivoluzione islamica.
All'inizio del 1979, Pahlavi preparava le valige per volare in California e Khomeini, agli emissari della Casa bianca venuti a Parigi, diceva che con l'avvento di una Repubblica islamica in Iran «non ci sarebbe stato alcun timore per il petrolio». «Non è vero che smetteremo di venderlo agli Stati Uniti. Lo daremo a chiunque lo acquisterà a un giusto prezzo, con l'eccezione di due Paesi: Israele e Sud Africa», scriveva ancora Khomeini.
MEGLIO GLI USA DEI RUSSI. Nei messaggi, il religioso si dichiarava in generale interessato ai rapporti commerciali con gli Usa, una potenza che, per il padre della Repubblica islamica, era meno incompatibile con l'Iran della Russia: «Il Cremlino è un governo ateo, anti-religioso. Voi invece siete cristiani e credete in Dio», diceva l'advisor di Khomeini Ebrahim Yazdi alla controparte americana Warren Zimmerman, «sarebbe più facile avvicinarci a voi che ai russi».
Quanto a Israele, la teocrazia avrebbe distinto tra gli ebrei residenti in Iran e lo Stato mai riconosciuto dalla Repubblica islamica.
Khomeini cercava di rassicurare Washington, con una strategia già adottata nel 1963 con Kennedy, alla vigilia dei tragici fatti di Dallas: fermato per aver incitato alla rivolta contro il dispotismo di Pahlavi, l'ayatollah allora 60enne dagli arresti domiciliari a Teheran inviò un messaggio di sostegno al presidente che voleva cambiare gli Usa.
IL CABLE SU JFK DELLA CIA. Anche a Jfk, Khomeini spiegava di «non opporsi agli interessi americani in Iran» e che «al contrario la presenza degli Usa era necessaria per controbilanciare l'influenza sovietica e verosimilmente britannica», rivelò un cable della Cia parzialmente desecretato nel 2008. Il telegramma con il testo integrale del messaggio del religioso iraniano, recapitato alla Casa Bianca attraverso suoi uomini di fiducia, è ancora sotto segreto di Stato Oltreoceano.
Non è neanche chiaro se Kennedy, ucciso pochi giorni dopo, abbia fatto in tempo a leggerlo. Anche in questo pizzino, Khomeini dichiarava di credere nella «cooperazione tra l'Islam e le altre religioni, in particolare il Cristianesimo».

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