Obama, terrorismo nucleare è minaccia
ANALISI 3 Giugno Giu 2016 0900 03 giugno 2016

Obama, contro l'Isis caos senza una linea politica

Scellerate le offensive su Ramadi e Falluja. Avventurismo di cui ne approfitta l’Iran.

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Barack Obama.

Barack Obama passerà alla storia come il primo leader mondiale che ha condotto una guerra non solo “senza” una politica, ma addirittura “contro” una linea politica. La sua. Ha annichilito Von Clausewitz, l'autore del trattato di strategia militare Della guerra.
La controffensiva contro l’Isis scatenata dalla coalizione promossa dal presidente degli Stati Uniti sui due fronti di Raqqa in Siria e Falluja in Iraq viola infatti tutti i presupposti politici, elencati dallo stesso Obama alla base della alleanza da lui sostenuta.
CITTÀ RASA AL SUOLO. Il risultato finale prevedibile è uno “scenario Ramadi”, la grande città irachena riconquistata sul tramonto del 2015 a un prezzo pazzesco: Ramadi non esiste più, non è più una città, è stata rasa al suolo dall'aviazione Usa con stile “ceceno”, è inabitata e inabitabile.
Enorme quindi è il problema dei profughi causati da questa offensiva, ma soprattutto irrisolvibile la questione del loro rientro in città ormai inesistenti.
I simboli visivi di questa drôle de guerre parlano da soli.
IRAQ-IRAN AL COMANDO. Innanzitutto il comando delle operazioni di terra è esercitato senza alcun dubbio non dalla Coalizione, bensì da un quartier generale iracheno-iraniano, dal generale Qassem Soleimani, colpito da sanzioni dell'Unione europea per il suo ruolo di sostegno sanguinario a Bashar al Assad in Siria.
Le stesse massime autorità religiose sciite irachene hanno invitato caldamente le autorità militari dell'Iraq a non fare entrare a Falluja le truppe che pure costituiscono l’asse portante dell’offensiva: la milizie sciite di Moqtada al Sadr.
Temono persino loro i loro saccheggi e le loro violenze anti-sunnite.
BAGHDAD ANCORA IN CRISI. Durante l’assedio, il premier iracheno Abadi ha dovuto ritirare parte delle truppe regolari da Falluja per garantire la sicurezza del parlamento assaltato dalle stesse milizie sciite. La crisi del governo di Baghdad si trascina drammaticamente da mesi.
I peshmerga curdi iracheni vengono relegati da Soleimani in un ruolo combattente secondario, per timore che il Kurdistan iracheno estenda poi la sua influenza sulle città sunnite, acuendo un contrasto già esplosivo tra il governo di Erbil e quello di Baghdad.
LA CONTRADDIZIONE YPG. Sul fronte di Raqqa, gli Usa hanno delegato un fondamentale ruolo militare alle milizie curde del Ypg, che è strettissimo alleato del Pkk, considerato dagli stessi Usa, e dall'Ue, «organizzazione terroristica».
Tutte le cronache degli inviati sul terreno testimoniano del favore, sia pure obtorto collo e per il male minore, delle popolazioni sunnite dell’Anbar nei confronti delle milizie di Daesh a causa delle violenze settarie delle milizie sciite irachene.

Il governo Abadi non ha cessato la sua politica settaria verso i sunniti

Il premier iracheno Haider al Abadi.

Questo quadro significa una sola cosa: nel caso di vittoria militare della Coalizione, non vi è nessuna idea coerente, nessuna strategia politica per il governo futuro delle città “liberate”.
Ma soprattutto è certo che in Iraq i superstiti civili sunniti saranno sottoposti alla violenza settaria delle milizie sciite e che in Siria si rafforzerà il peso dei curdi marxisti leninisti del Ypg, in piena polemica diretta con il governo stesso del Kurdistan iracheno e ovviamente della Turchia.
Il tutto con probabile sfondamento delle milizie di Assad verso Nord.
DELEGA IRRESPONSABILE. È ovvio che con queste caotiche premesse di quadro politico-militare, in cui traspare una totale e irresponsabile delega di gestione da parte degli Usa, vuoi all’Iran (Qassem Soleimani), vuoi all’Ypg curdo, lo svolgimento sul terreno dei combattimenti sia altrettanto caotico.
Mentre l’assedio di Falluja vede oggi l’Isis in grado di opporre una resistenza inaspettata (che potrà essere superata, come a Ramadi, lo ripetiamo, solo con la distruzione completa della città, resa inabitabile), le informazioni giunte a oggi danno per fallita o quasi anche l’offensiva su Raqqa.
CONDIZIONI DISATTESE. Questo ha una causa precisa: Obama, così come i Paesi della Coalizione - Italia inclusa - hanno disatteso in pieno alla prima condizione da loro stessi posta: il nuovo governo Abadi a Baghdad non ha affatto cessato la sua politica settaria verso i sunniti, l’ipoteca di Nuri al Maliki e di Teheran sul suo operato è sempre massima e per di più da tre mesi l’Iraq è di fatto senza governo.

Inerzia, approssimazione, caos strategico degli americani

Le bombe hanno ucciso 20 civili a Falluja.

La Coalizione di Obama ha avuto quindi la “fantasia” di scatenare una offensiva su Ramadi e poi su Falluja senza tenere conto del fatto capitale che a Baghdad le forze oltranziste sciite di Moqtada al Sadr e dell’Iran hanno di fatto azzerato la forza politica del governo Abadi.
Dunque una guerra condotta senza linea politica e addirittura contro le proprie condizioni politiche, all’insegna dell’inerzia, dell’approssimazione, del caos strategico e dominata solo dal tentativo di Obama di conseguire un qualche risultato apprezzabile in Mesopotamia prima della fine del suo mandato.
NE APPROFITTA L'IRAN. Un avventurismo di cui continua a profittare l’Iran - che invece sviluppa una sua coerente strategia politico-militare - e che lascia intravedere già da oggi il risultato finale.
Ammesso e non concesso che un domani l’Isis subisca un tracollo militare, le logica intrinseca della guerra condotta dalla Coalizione renderà insanabile per decenni il conflitto tra sciiti e sunniti sia in Iraq che in Siria.
Il che non farà che acuire lo scontro geopolitico e religioso tra il blocco sciita Iran-Siria-Hezbollah (e Russia) e il blocco turco-arabo sunnita.
OBAMA PEGGIO DI CARTER. Il boicottaggio di parte iraniana del Haji, del pellegrinaggio alla Mecca, annunciato in questi giorni, è il segnale di una escalation tra Teheran e Riad favorita, anziché contrastata da una amministrazione Obama che supera abbondantemente quanto a confusione quella di Jimmy Carter.

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