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AMMINISTRATIVE 5 Giugno Giu 2016 0900 05 giugno 2016

Amministrative 2016, perché è impossibile fare previsioni

L'astensionismo fa paura. I leader latitano. E i sondaggisti non si sbilanciano su chi potrà vincere alle Comunali. Buttaroni (Tecnè): «Si decide all'ultimo».

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Matteo Renzi, l'unico leader politico in grado di condizionare il voto.

Sondaggi e previsioni sul voto non sono mai stati così difficili da interpretare. Lo dicono gli esperti. Lo dice l'astensionismo che in Italia è stato il vero protagonista alle ultime elezioni politiche del 2013. Lo si capisce anche dalla fine del berlusconismo e dell'avanzata del Movimento 5 stelle, un nuova realtà politica che poco ha a che vedere con il sistema partitico di prima e seconda repubblica.
UN TEST PER I SONDAGGISTI. I leader politici non esistono più, a parte il presidente del consiglio Matteo Renzi. Per questo motivo le elezioni amministrative del 2016 con il voto di città importanti come Milano, Roma Torino, Napoli, Bologna, saranno di sicuro un test per gli stessi sondaggisti, per cercare di capire come orientarsi in futuro nel decifrare flussi e intenzioni di voto. Anche perché, al momento, fare previsioni appare davvero troppo azzardato.
Nei 25 capoluoghi di provincia alle precedenti consultazioni votò solamente il 61,2% degli aventi diritto. Un dato che scende al 58,5% se si prendono in considerazione solamente i sette capoluoghi di regione, con punte del 50,6% a Napoli nel 2011 e del 52,8% a Roma nel 2013. «Con un ulteriore peggioramento della partecipazione ai seggi, sarebbe confermata una tendenza negativa che si è manifestata da tempo ed è letteralmente esplosa dopo le politiche del 2013 e le regionali del 2014 e 2015», spiega il senatore del Partito Democratico Federico Fornaro, autore del saggio Fuga dalle urne.
I SONDAGGI SONO UN FOTOGRAFIA NON LA CERTEZZA. «Innanzitutto sfatiamo un mito: i sondaggi non fanno previsioni, fotograno e misurano le impressioni del momento in cui vengono fatti. Se sapessi predire il futuro avrei fatto altro nella vita», scherza Carlo Buttaroni, presidente e direttore scientifico di un istituto di ricerca Tecnè. «Se una volta cercavamo di capire il comportamento degli incerti che magari ci dicevano di votare un partito e poi alle urne ne votavano un altro, ora la situazione si è ribaltata: c'è chi dice di andare a votare per qualcuno ma poi al voto non ci va proprio». Il problema ruota sempre intorno all'astensionismo e a quello che Buttaroni definisce la teoria dell'ultimo miglio. «C'è chi decide di andare a votare all'ultimo minuto. Non esistendo più lo zoccolo duro di votanti dei vecchi partiti, ormai finite le ideologie, sulle intenzioni di voto può influire qualsiasi cosa, pure una telefonata di un amico o una notizia in televisione».

Il voto storico per i partiti non esiste più

Luigi Di Maio del M5s: il Movimento è una mina vagante per i sondaggisti.

Dal 2013 a oggi, insomma, è cambiato tutto. «Le masse che votavano un tempo i partiti, quelle per intenderci della Prima Repubblica di Dc e Pci, non esistono più. Non possiamo più parlare di elettori fedeli dalla culla alla tomba», spiega Paolo Natale, professore di Sociologia politica all'Università statale di Milano, analista per il quotidiano online Gli Stati Generali, autore insieme con Roberto Biorcio del libro Politica a 5 Stelle (Feltrinelli), esperto di sondaggi.
FINITA ANCHE LA DICOTOMIA BERLUSCONIANA. «Negli ultimi vent'anni ci siamo basati anche sulla dicotomia pro e contro Berlusconi» continua Natale «ma ormai pure questa analisi appare passata. Abbiamo quindi la certezza di valutare un campione di elettori pari al 30%, prima era il doppio».
Regna l'incertezza nell'elettorato italiano. In sostanza, come spiegato da Fornaro nel saggio «l’elettore identificato e fedele (architrave della democrazia dei partiti) è una figura oramai in declino, che progressivamente tenderà a essere sostituita da un elettore disincantato e intermittente, che decide di volta in volta se andare a votare e a chi dare il proprio consenso».
LA MINA VAGANTE DEI 5 STELLE. E questo, in un certo senso, riguarda soprattutto i Cinque Stelle che potrebbero risultare decisivi al ballottaggio in città come Milano o Torino. Il Movimento, alle amministrative del 2011, era agli albori: 7,33%. E sarà interessante osservare se la sua prevedibile crescita (nei 7 comuni capoluogo di regione ha ottenuto il 24,3% nelle politiche 2013 e il 21,7% alle europee 2014) favorirà un ritorno al voto di astensionisti intermittenti o cronici, oppure eroderà consensi ai partiti tradizionali.
«Sono una mina vagante», aggiunge Natale. «Di solito votano per se stessi, ma sono sicuro che molti di loro andranno a votare anche al secondo turno».
L'INCOGNITA SALVINI. E poi c'è il caso Lega Nord di Matteo Salvini, molto simile per certi versi a quello di un tempo di Silvio Berlusconi. «In alcune aree del Paese c'è chi non ammette di votare per Salvini, se ne vergogna e poi magari al seggio lo vota» conclude Natale. La fine dei leader (basti pensare alla sfida storica per Roma tra Gianfranco Fini e Francesco Rutelli) e l'omologazione di candidati manager come Giuseppe Sala e Stefano Parisi a Milano portano ancora più incertezza sulle previsioni. Ma i partiti politici stanno facendo qualcosa per fidelizzare il voto? «Hanno capito che esiste un problema», conclude Buttaroni, «ma al momento l'unico che sembra capace di smuovere le masse è Renzi».

Twitter @ARoldering

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