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SCENARIO 6 Giugno Giu 2016 1836 06 giugno 2016

Comunali 2016, la sconfitta del Partito della nazione

A Napoli la candidata appoggiata dai verdiniani esce sconfitta. Stesso copione a Cosenza. Gotor: «Non ci espandiamo a destra e sguarniamo il fronte sinistro».

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Il segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, commenta i risultati del primo turno delle Comunali 2016: Non sono soddisfatto.

Per Matteo Renzi è un problema che riguarda la città di Napoli, un «buco» per il Partito democratico.
Per Miguel Gotor, il nodo è politico: «Dove il Pd si allea con Verdini (Cosenza e Napoli) perde alla grande».
Il senatore bersaniano premette che «non è questo il tempo di polemiche o iniziative concrete». Il bilancio deve essere fatto alla fine: «Nelle prossime due settimane saremo concentrati al massimo sui ballottaggi».
E però spiega anche che, a prescindere dai risultati, le «nostre analisi sugli ultimi due anni sono confermate». Sotto il Vesuvio, nella città dove i dem neanche saranno al ballottaggio, il caos è scoppiato da tempo.
NAPOLI, PARTITO SPACCATO. Ritardi, liste incomplete, astensioni di pezzi da novanta sull'approvazione dei candidati. Da una parte i renziani dell'ex pupilla di Bassolino e candidata sindaco, Valeria Valente, dall'altra i bassoliniani rimasti tali in rivolta. In tutto questo, in pochi si sono occupati di fare opposizione al sindaco Luigi de Magistris.
Ci si sarebbe potuti aspettare almeno una tirata d'orecchie a Valentina Piras, responsabile degli enti locali della segreteria piddina dal settembre 2014. E invece proprio con la Piras al fianco Renzi annuncia che alla prossima direzione democratica proporrà una soluzione forte per il commissariamento del partito napoletano.
LO STRAPPO SUI VERDINIANI. La Valente lo ringrazia e il segretario provinciale Venanzio Carpentieri mette subito a disposizione il suo incarico e auspica anche una ricognizione alla Barca, con diagnosi sui circoli buoni e cattivi.
Anche se qui non siamo di fronte a uno scandalo Mafia Capitale. Ma a un partito spaccato.
Per ultimo c'è stato proprio lo strappo sull'accoglienza riservata ai verdiniani, abbracciati dalla Valente come sostenitori, a patto che fossero «liste pulite» e «nomi specchiati». E da cui invece i bassoliniani, per calcolo o indignazione, hanno preso le distanze definendoli quantomeno «motivo di imbarazzo». E il problema non è solo di Napoli.

Da Cosenza a Torino: punito il Pd con innesti a destra

Il senatore Denis Verdini.

A Cosenza, altra città in cui il patto del Nazareno con i seguaci di Denis Verdini ha la sua declinazione locale, il Pd ha preso una batosta. E il sindaco uscente di centrodestra Mario Occhiuto è stato riconfermato al primo turno.
A sostegno della tesi poi ci sono anche segnali che vanno in senso opposto. A Cagliari e Rimini dove il centrosinistra si è presentato compatto i sindaci uscenti sono stati riconfermati.
Nei corridoi del parlamento gli esponenti della minoranza Pd parlano anche di altri errori. La dispersione di energia: «L'evento di Brescia con il lancio della campagna referendaria potevamo risparmiarcelo», spiegano.
E ancora di più la personalizzazione, la presentazione del referendum come giudizio sull'esecutivo: «Se dai un'opzione mors tua vita mea, rischi che ti rispondano morte tua», dice un critico con una battuta.
«ABBIAMO SGUARNITO IL FRONTE SINISTRO». Ma per i casi di Fassino, Giachetti, ma persino Merola, l'analisi di Gotor è calzante: «Purtroppo non ci espandiamo a destra e sguarniamo il fronte sinistro con tanti nostri elettori che si rifugiano nell'astensione o votano 5 stelle che vince nei quartieri popolari o periferici di Roma e Torino».
Fassino, in vantaggio, ma rincorso da vicino dalla pentastellata Chiara Appendino, è stato l'unico a parlare nella notte del 5 giugno. E si è tolto qualche sassolino dalla scarpa richiamando la questione sociale, l'incapacità dei dem di penetrare nelle periferie.
Più chiaro ancora Cesare Damiano, altro esponente della minoranza, che ha bacchettato il governo sul lavoro.
Poi, però, il dubbio che anche l'eventuale futura amministrazione piddina guardi più al centro che a sinistra viene.
«C'È PAURA DI PERDERE». Noto è il contributo dei Moderati di Giacomo Portas alla campagna del sindaco di Torino. Portas, un indipendente del Pd, proviene da Forza Italia. Esattamente come l'ex coordinatore regionale di Fi Enzo Ghigo, che ormai da gennaio ha dichiarato il suo pieno appoggio al primo cittadino Pd.
Fassino ha sempre respinto ogni accusa di aver ricreato un Partito della nazione in salsa piemontese. Eppure il suo apparire come un uomo dell'establishment contro una candidata dei 5 stelle bocconiana e NoTav insieme, non invisa a Confindustria ma radicale nei programmi, lo deve avere in qualche modo penalizzato.
Certo, c'è da dire che la lista presentata da Giorgio Airaudo, seppure deludente alla prova del voto, è stata un ulteriore ostacolo. Persino Diego Novelli, storico sindaco comunista torinese, ostacolato a suo tempo da Chiamparino e persino da Gianni Vattimo per il suo essere vecchio Pci, l'ha definita un dispetto. Ma intanto proprio Airaudo ha battuto sul dente che duole, sottolineando la calata degli ex centrodestra candidati sotto il cappello indipendente di Portas: «A Torino si ripropone il modello nazionale di Matteo Renzi, che si allarga a ex di Forza Italia e a uomini di Cl per paura di perdere».

A Roma pronti i voti di Marchini

Alfio Marchini.

Si potrebbe replicare che a Cagliari il vincente Massimo Zedda ha rastrellato voti da tutto l'arco parlamentare. Ma non aveva concorrenti a sinistra.
A Bologna Sel si è spaccata sull'appoggio a un sindaco, Vincenzo Merola, non certo campione di consensi, ma che ha sempre cercato di prendere le distanze da Renzi.
E però l'effetto 'Nazareno' sembra farsi sentire anche sotto la torre degli Asinelli.
Almeno a leggere le mosse dell'assessore alle politiche sociali Amelia Frascaroli, capolista di una lista di sinistra a sostegno del candidato e sindaco Pd, ma a sua volta impegnata, negli ultimi giorni prima del voto, a smarcarsi da Merola.
FASSINA NON DÀ INDICAZIONI. Si chiude il cerchio con Roma. La minoranza dem, alla luce dei risultati, dava abbastanza per scontato il travaso dei voti dalla lista di Stefano Fassina, punito dalle urne, a quella di Giachetti.
Ma l'ex responsabile economia del Pd ha deciso di non dare nemmeno un'indicazione di voto a favore dell'ex compagno di partito. Mentre Silvio Berlusconi, dopo aver fatto imbestialire Matteo Salvini, scegliendo di appoggiare Alfio Marchini invece di Giorgia Meloni, ora sembra essere pronto a regalare al piddino Giachetti il suo pacchetto di voti. O meglio, quello di Marchini.
L'imprenditore, da sempre vicino alla fondazione Italianieuropei di Massimo D'Alema come ai Caltagirone con cui Renzi ultimamente sembra avere buon feeling, ha tutto da guadagnare dall'appoggio al Pd. Il problema è se a guadagnarci sarà anche il vice presidente della Camera. Perché, sia dove è fatto acclarato sia dove ci si limita all'ipotesi, il Partito della nazione è diventato sinonimo di sconfitta.

Twitter @GioFaggionato

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