PROFILI 7 Giugno Giu 2016 1845 07 giugno 2016

M5s, Appendino e Raggi vincenti ma così diverse

Appendino è low profile, di sinistra, ma piace al potere. Raggi non urla, ascolta tutti, però soffre lo staff. Torino-Roma, le facce della rivoluzione gentile del M5s.

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Virginia Raggi e Chiara Appendino.
Sono loro, per ora, il nuovo volto del Movimento 5 stelle.
Rassicuranti: avvocato la prima, manager bocconiana la seconda.
Madri che riescono a conciliare lavoro e famiglia. Moderate, hanno archiviato i Vaffa grilleschi.
Somiglianze che però non devono trarre in inganno.
GEMELLE DIVERSE. Le 'ragazze al potere', infatti, sono distanti tra loro, sia per personalità sia per atteggiamento nei confronti del fantomatico staff.
Giocano e hanno giocato partite totalmente diverse, su campi di battaglia che non possono nemmeno essere messi a confronto.
Senza dimenticare, come ripete una attivista romana, «che due stelle non fanno un firmamento».
Tradotto: bene i risultati del 2016, se confrontati alle precedenti Amministrative.
Molto meno se il paragone sono le Politiche 2013. O il resto d'Italia dove si registrano i flop a Bologna, Milano e Napoli.


Chiara Appendino e Virginia Raggi. © Ansa

Quella «capacità di governare» non ancora dimostrata

Virginia Raggi durante il voto del primo turno alle amministrative 2016.

Non c'è dubbio: entrambe sono grilline sorridenti, paladine di quella «rivoluzione gentile» di cui parla Luigi Di Maio.
«Gli italiani ci hanno riconosciuto la capacità di governare e dobbiamo essere onorati della loro fiducia», ha scritto l'aspirante leader pentastellato sul Blog.
«Stiamo cambiando questo Paese con onestà e partecipazione. È la nostra Rivoluzione gentile, a cui partecipano sempre più persone. Coraggio!».
GUAI A LIVORNO E QUARTO. A guardare bene, però, tra i tanti fattori che hanno portato al successo Appendino e Raggi, la capacità di governare manca all'appello.
Da Livorno a Quarto, passando per Pomezia, i cinque stelle non è che abbiano brillato per capacità di amministrazione.
Con l'eccezione di Parma, dove però il sindaco Federico Pizzarotti continua a subire il limbo della sospensione.
Sicuramente non è stata l'abilità a governare a portare Virginia Raggi al ballottaggio con Roberto Giachetti.
Semmai è stata l'incapacità di farlo dimostrata dal Partito democratico e dalla parentesi di destra al Campidoglio.
VIRGINIA L'ANTI-MAFIA CAPITALE. Raggi ha raccolto il voto degli scontenti, bacino doc del Movimento.
Ma anche dei piddini desiderosi di mandare un netto segnale a Palazzo Chigi e al Nazareno dopo la brutta pagina delle dimissioni di Ignazio Marino.
E di chi ha, anche grazie alla propaganda stellata, sposato l'equazione partiti uguale Mafia Capitale.
Lo stesso non si può dire di Torino.


La forza dei programmi nella battaglia Torinese

Piero Fassino e Chiara Appendino.

Piero Fassino ha raggiunto quasi il 42%, segno che comunque la si veda il suo mandato non è stato da buttare.
Torino insomma secondo buona parte dei suoi cittadini è stata ben amministrata.
Vero, la città della Mole è una roccaforte del centrosinistra. E forse ha fatto presa la battaglia contro la sclerotizzazione del potere in nicchie e gruppi di interesse.
E, ancora di più, come ha spiegato a Lettera43.it il politologo Mauro Calise, quella contro Matteo Renzi e la personalizzazione del dibattito referendario che ha oscurato volutamente la campagna elettorale per le Amministrative.
MAGGIOR VALORE POLITICO. Il successo di Appendino, molto meno mediatico di quello di Raggi, ha dunque un valore politico maggiore: è il segno che il M5s, almeno quello di Torino, sa conquistare consensi anche in una città ben governata, con la forza dei programmi e del lavoro svolto all'opposizione.
Senza essere costretto a indossare la maschera di Guy Fawkes, dell'anti-politica e dell'anti-sistema.
Presentarsi come alternativa 'pulita' a Roma è sicuramente una missione più possibile.
URBE, HABITAT CINQUE STELLE. Una città commissariata, con bilanci disastrati, è l'habitat dei cinque stelle.
Come ha riconosciuto anche Marco Bosi, capogruppo pentastellato a Parma: «Credo che Virginia Raggi sia stata brava a gestire l'enorme pressione, nonostante qualche incertezza delle ultime due settimane», ha scritto in un post su Facebook.
«Ma è innegabile che un risultato positivo a Roma era più facilmente raggiungibile vista la pessima prova che hanno dato tutti i principali partiti negli ultimi anni. È la situazione di cui abbiamo beneficiato noi stessi qui a Parma».


Esperienza e valori di sinistra: la Appendino potrebbe stare... nel Pd

Chiara Appendino del M5s al voto con il passeggino.

Raggi e Appendino hanno anche una formazione e un'esperienza differenti.
La candidata torinese dopo la laurea alla Bocconi ha lavorato per più di due anni alla Juventus. Dal 2011 è seduta nei banchi dell'opposizione.
È preparata, low profile e non ama particolarmente i riflettori.
Avrebbe potuto essere, spiega chi la conosce, «una candidata del Pd», ma in una «dimensione parallela».
NON SPAVENTA IL POTERE. «Appendino rappresenta da sempre le istanze più a sinistra del Movimento: dalla chiusura dei Cie alla gestione dell'immigrazione», disse il consigliere comunale M5s Vittorio Bertola a Lettera43.it.
Ma non spaventa i poteri forti, la borghesia dalla quale proviene. Insomma è un vento di cambiamento che accarezza e non schiaffeggia.
Inoltre gode di autonomia, come del resto il gruppo pentastellato torinese.
AUTONOMIA SABAUDA. Defilati rispetto alle dinamiche nazionali, i grillini sabaudi si sono organizzati.
Il che non significa che siano tutte rose e fiori: ci sono gli allineati e i non allineati, come in altre parti d'Italia.
Se non rientri nella cerchia, grazie e arrivederci.
Come è accaduto proprio a Bertola che, escluso dal team della candidata, ha preferito fare un passo indietro continuando comunque ad appoggiarla.
Anche per questo a Torino non ci sarà alcun contratto di fedeltà da firmare.
A FAVORE DEI DIRITTI. «Adotteremo un nostro codice etico, ancora da scrivere», ha risposto Appendino. Che già aveva detto la sua sul voltafaccia di Grillo sulle unioni civili. Davanti alla libertà di coscienza per i senatori, aveva semplicemente ricordato: «I diritti civili sono una priorità che non può più essere rimandata».
Narrano poi le cronache che allo show di Grillo si sia sottratta al siparietto della eucarestia con i grilli accompagnata da «Mangiatene tutti, questo è il mio corpo», con un secco: «Mi dispiace, allatto (è neo mamma, ndr)».
L'OPA DELLO STAFF. Alla ribalta mediatica preferisce la piazze e le strette di mano.
Poche interviste, nessuna comparsata televisiva. Una «forza della natura» su cui lo staff ha tentato di lanciare una Opa per la comunicazione affidata in tutta Italia, Regioni e Comuni compresi al tandem Virgulti-Casalino.
Eppure questa via - che ha assonanze con quella pizzarottiana - alla fine ha pagato: e i numeri lo confermano.

Virginia: allure democristiana, tanta tivù e allergia ai confronti

Virginia Raggi.

Virginia Raggi, invece, questa esperienza non la può vantare.
Avvocato, è stata eletta nel 2013.
E fare il sindaco di Roma dopo una brevissima esperienza di opposizione non sarà una passeggiata.
Qualche attivista romano la definisce una perfetta «democristiana».
Cerca di calibrare gli interventi, non è una urlatrice.
Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte: difende le unioni gay ma evita di andare al Pride e condensa i diritti Lgbt in due righe nel programma in cui parla di «tolleranza per le diversità».
Fa l'occhiolino agli elettori di destra e cattolici, ma alla fine sarà appoggiata anche da molti delusi di sinistra.
OBBEDIENZA DI FACCIATA. E ha preferito la strada dell'obbedienza a quella dell'autonomia. Almeno all'apparenza.
Chi l'ha incrociata come consigliera la definisce «un peperino». Una che fa (o faceva) di testa sua.
Tanto che quando Ignazio Marino chiese al M5s di indicare l'assessore alla Legalità e alla sicurezza (meglio se donna), i quattro portavoce in Consiglio (De Vito, Frongia, Raggi e Stefàno) aprirono una votazione. Virginia era pronta, ma arrivò la gelata di Grillo e Casaleggio.
STOP ALLE ALLEANZE. «In merito ad alcune iniziative dei consiglieri comunali di Roma si ribadisce che il Movimento 5 stelle non fa alleanze, né palesi né tantomeno mascherate, con alcun partito, ma vota le proposte presenti nel suo programma», decise il Blog.
«L’unica base dati certificata coincidente con gli attivisti M5s e con potere deliberativo è quella nazionale che si è espressa durante le parlamentarie e le quirinarie e quindi il voto chiesto da De Vito online non ha alcun valore».
Pare, ricorda un attivista a Lettera43.it, che Virginia non la prese con fair play. «Si videro scene isteriche e pianti».
DA SCONOSCIUTA A PREDILETTA. Alla fine però Virginia abbassò il capo, diventando una delle predilette dello staff.
Se da consigliera non vantava la protezione di nessuno, crescendo politicamente e mediaticamente ha trovato l'appoggio di Alessandro Di Battista e Paola Taverna. Una cordata che ha battuto quella della faraona Lombardi che sosteneva De Vito.

Raggi e il filo diretto con Milano

Roberta Lombardi, Fabio Massimo Castaldo, Virginia Raggi, Paola Taverna e Gianluca Perilli.

Virginia ha imparato subito come muoversi: ha cercato immediatamente un contatto diretto con l'erede Davide Casaleggio dopo la morte di Gianroberto.
Ha firmato senza fiatare il contratto di Grillo con penale (sapendo che si trattava di atto meramente simbolico, in quanto giuridicamente nullo).
E ha ribadito, per poi aggiustare il tiro, che si dimetterebbe se Grillo glielo chiedesse.
Infine ha accettato l'affiancamento di un mini-direttorio nel quale è ricaduta pure la nemica Lombardi.
Una professione di fede totale che forse, spiegano da Roma, è servita a rassicurare le alte sfere.
DOPPIO CONTROLLO. «Non a caso», è il ragionamento, «le hanno costruito intorno una rete di controllo».
Onde evitare alzate di testa. Virginia però ogni tanto tradisce il suo carattere: «Le cose poi le deciderò io», si è lasciata sfiuggire in qualche occasione.
Segno forse che la candidata alla massima carica di Roma le idee ce le ha e pure chiare.
«Oltre ai vertici milanesi», aggiunge un grillino, «preoccupa pure chi finora ha goduto della luce dei riflettori». Leggi Taverna, Di Battista, e persino Di Maio. Ma a favore dell'avvocato c'è «la consacrazione delle urne».
Le accuse di essere teleguidata forse non corrispondono totalmente al vero. Anche se dopo il successo del primo turno, si dice sia andata a Milano per consultarsi con la Casaleggio.
RETORICA DA MIGLIORARE... Forse deve affinare un po' l'arte retorica: il suo appello durante l'ultimo confronto Sky, quel gattopardesco: «O qui si cambia tutto...», è diventato un tormentone della Rete senza contare la pagina Facebook ''Virginia Raggi gli occhi del cuore'' e le parodie che stanno spuntando un po' ovunque.
Tutta pubblicità gratuita, vero. Con la consapevolezza che ora non può sbagliare un colpo. Né a destra né a sinistra.
Per questo continua a evitare i confronti. Forse la si vedrà contro Roberto Giachetti del Pd ancora su Sky. «Non è in grado di reggerli», dicono i critici del Movimento, «soprattutto sui temi concreti».
Meglio una bella e rilassante intervista nel salotto di Vespa.
Nonostante l'euforia, c'è chi nel Movimento capitolino invidia tanto i torinesi e la loro candidata.
E chi spera sotto sotto che il ballottaggio si perda. «Senza esperienza e competenza, governare una città come Roma sarebbe un suicidio. Con questi numeri meglio fare una opposizione strutturata. Salterebbe dopo sei mesi».
Non molto lontano dalla profezia complottista di Paola Taverna.


Twitter @franzic76

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