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LA PROPOSTA 7 Giugno Giu 2016 2042 07 giugno 2016

Migranti, l'Ue ci riprova con la finanza creativa

Bruxelles rilancia il Migration compact italiano: sul tavolo niente Eurobond ma un fondo di 8 miliardi di euro.

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da Bruxelles

Più cooperazione con i Paesi extracomunitari, più risorse per i governi dei Paesi di origine e transito dei migranti. Ma soprattutto tanta finanza creativa.
È su questa, soprattutto, che si basa la comunicazione sull'Immigrazione presentata dai vicepresidenti della Commissione europea, Federica Mogherini e Frans Timmermans il 7 giugno al parlamento Ue di Strasburgo. E subito dichiarata in linea con le sollecitazioni contenute nella proposta italiana del 'Migration compact'. «Siamo chiari: era la sua idea», ha detto sorridendo il primo vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, riferendosi al premier Matteo Renzi.
UNA PROPOSTA DI DIFFICILE REALIZZAZIONE. Una proposta che, per quanto venga disegnata come a lungo termine, rischia di non vedere nemmeno la luce, visto lo sforzo economico richiesto a tutti gli Stati membri, che sinora sono stati però molto restii ad aprire non solo le frontiere ma soprattutto il portafogli.
È infatti ancora una volta sul piano monetario che si cerca di trattare, proponendo incentivi finanziari a quei Paesi capaci di collaborare per arginare i flussi verso l'Europa.
Il modello è quello dell'accordo con la Turchia che sinora non sembra aver risolto dal punto di vista politico alcunché, ma ha sicuramento ridotto i flussi e scoraggiato molti migranti a mettersi in viaggio lungo la rotta balcanica.

Si punta a rafforzare la collaborazione con i Paesi Africani

Forte di questo risultato, l'unico finora, la Commissione intende avviare negoziati anche con quei Paesi come la Tunisia, la Giordania, il Libano, il Niger ed Etiopia con l'obiettivo di creare un cordone sanitario anti immigrati.
In concreto mette sul tavolo un fondo di 8 miliardi di euro, partendo però nell’immediato solo con 500 milioni. Soldi che dovrebbe poi nei prossimi quattro anni aiutare i Paesi mediorientali e africani in prima linea nella crisi migratoria.
62 MILIARDI DI IPOTETICI INVESTIMENTI. Nel lungo periodo propone invece un piano di investimenti, un nuovo fondo, sul modello di quello già attivo per quelli strategici (l'Efsi, o cosiddetto 'fondo Juncker'), che con un investimento iniziale di 3,1 miliardi dal bilancio comunitario punta a ottenerne altrettanti dagli Stati Ue, per reperirne 10 volte tanto grazie all'effetto leva sugli investimenti privati. Si arriverebbe così a circa 62 miliardi, auspica Bruxelles.
Una iniezione di denaro che mira ad aumentare il numero dei rimpatri, permettere a richiedenti asilo e rifugiati di restare piuù vicini al proprio Paese e, nel lungo periodo, di aiutare i Paesi terzi a svilupparsi eliminando alla radice le cause dell'immigrazione irregolare.
Oltre che con un gruppo di Paesi che saranno destinatari principali delle nuove risorse, in Africa (Etiopia, Mali, Niger, Nigeria e Senegal) e Medio Oriente (Libano e Giordania), la Commissione ha «intenzione di intensificare il nostro impegno anche in Tunisia e Libia», hanno spiegato i vicepresidenti.
DIFFICILE METTERE D'ACCORDO GLI STATI MEMBRI. Il tutto richiede però un coinvolgimento dei 28: sono loro che dovrebbe far lievitare il fondo sino a 62 miliardi. Un'impresa considerata ancora più difficile che trattare con i Paesi africani. «La Commissione deve creare un rapporto fiduciario con gli Stati extra-Ue, ma deve crearlo innanzitutto tra Stati membri», spiega una fonte Ue.
Dopo il già fallito tentativo del summit maltese a La Valletta, organizzato dall'Ue nel novembre 2015 per avviare una cooperazione con i Paesi africani ed evitare di trasformare il Mediterraneo in un cimitero di naufraghi, le proposte sul tavolo dei 28 sono state poche e disarticolate.

Manca ancora una visione comune sul problema migranti

Da allora pochissimi passi avanti sono stati fatti. E i primi a tirarsi indietro sono stati i Paesi Ue al momento di contribuire al fondo per l’Africa da 1,8 miliardi di euro, che sarebbero dovuti servire proprio a progetti di sviluppo nel continente nero.
Il tutto mentre oltre 205 mila persone hanno continuato ad arrivare in Europa via mare nel 2016, secondo gli ultimi dati dell'Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite. E più di 2.500 persone sono morte cercando di fare il viaggio.
L'IPOTESI DI CENTRI DI PERMANEZA NELLE ISOLE GRECHE. Oggi, nonostante l'indifferenza generale mostrata dagli Stati membri, la Commissione ci riprova e a quel fondo istituito durante il summit a Malta, vuole conferire un finanziamento aggiuntivo di un miliardo tra contributi comunitari (500 milioni dal Fondo europeo per lo sviluppo) e nazionali (500 milioni).
Una proposta non esattamente in linea con quelle messe sul tavolo dagli Stati Ue in questi ultimi mesi.
L'ultima è stata quella del ministro degli esteri austriaco, che sulla falsariga della proposta del premier slovacco, il 5 giugno ha suggerito di trasformare le isole greche in centri di permanenza permanenti per i richiedenti asilo.
UNA PROPOSTA ISPIRATA AL MODELLO AUSTRALIANO. La tesi avanzata dall'austriaco Sebastian Kurz (del Partito popolare di centro-destra Ovp) è quella del modello australiano, già fortemente criticate dalle associazioni umanitarie e dall'Onu, e secondo la quale i richiedenti asilo che cercano di raggiungere l'Australia via mare vengono rimandati indietro o mandati nei campi di Pacifico a Nauru e Papua Nuova Guinea, dove sono detenuti a tempo indeterminato mentre le loro richieste di asilo vengono elaborate.
In Europa la Papa Guinea sarebbe rappresentata dalla Grecia: «Ci dovrebbe essere un unico grande hotspot, la Grecia», ha detto lo slovacco Robert Fico qualche mese fa.
Ma «quello australiano non è un modello che l'Ue ha intenzione di seguire», ha ribadito il portavoce della Commissione il 6 giugno.
L'idea è quella di costruire una vera politica comunitaria, ma intanto per ora sono i muri a essere stati innalzati: l'Ungheria ha eretto recinzioni lungo i suoi confini meridionali per tenere i migranti fuori. Nell'ultimo fine settimana circa 400 persone sono state detenute dalla polizia per aver tentato di attraversare illegalmente il Paese, circa 900 i migranti arrivati al confine in una settimana.

Pesa il niet dei Paesi Baltici e dell'Est europa

Se i Paesi baltici e dell'Est continuano a respingere l'idea di un coinvolgimento diretto nella gestione dei flussi, e la Grecia prova a implementare l'accordo con la Turchia, l'Italia è la prima ad avere cercato di spostare l'attenzione sulla rotta del mar Mediterraneo dal Nord Africa.
Il 'Migration compact' presentato dal governo Renzi metteva sul tavolo anche l'utilizzo di euro bond e un piano di sviluppo economico da implementare nei Paesi africani.
ESISTE IL RISCHIO DI FARSI RICATTARE. Un proposta accolta in maniera tiepida da numerosi Stati membri e analisti: collegare gli aiuti allo sviluppo con la politica di migrazione potrebbe danneggiare i diritti umani e distorcere le relazioni con gli Stati beneficiari degli aiuti, è la tesi generale.
La paura è quella di creare un sistema che permetta agli Stati africani di usare la migrazione come ricatto per ottenere un maggiore sostegno finanziario da parte dell'Ue.
Il Kenia, per esempio, ha già minacciato di chiudere il suo campo profughi di Dadaab, il più grande del mondo, a meno che non si arrivi a un sostegno come quello dato alla Turchia da parte dell'Ue.
Sono 80 mila i rifugiati attualmente ospitati solo in Etiopia.
NON ESSITONO ACCORDI TUTTI UGUALI. La Commissione riprova a proporre di lavorare con i Paesi di origine e transito più importanti, «ma non ci sono modelli standard: l'accordo con Etiopia sarà molto diverso da quello per il Mali, che a sua volta differirà dagli altri», spiega chi ha lavorato alla comunicazione presentata dall'esecutivo Ue.
Per capire tempi e modalità il 17 giugno a Bruxelles è stato programmato il Sahel G5 countries (Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad): in programma una serie di incontri ministeriali e con Mogherini per capire come gestire la questione migratoria.

Twitter: @antodem

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