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MAMBO 8 Giugno Giu 2016 1003 08 giugno 2016

I renziani a caccia di farfalle invece che di voti

Non hanno intavolato una discussione seria, si limitano a sparare corbellerie a casaccio.

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Il premier Matteo Renzi in conferenza stampa.

Se la discussione post voto nel Pd proseguirà come è iniziata dopo il primo turno, finiranno davvero per pettinare le bambole. Non mi riferisco ai temi proposti dalla sinistra Pd e dal governatore Rossi, francamente pacati e a mio parere ineccepibili, anche se diversi fra loro.
Mi riferisco alle cose che dicono Matteo Renzi e i suoi principali supporter, tranne la Serracchiani che per fortuna (‘o miracolo!) da molte ore tace.
L’analisi del risultato ha avuto lo scatto di ingegno proposto in un editoriale sull’house organ renziano da Matteo Orfini, il principale responsabile del disastro romano, che cerca di dimostrare che il Pd ha preso più voti di grillo. A Roma, dicono - scusate - «Sti cazzi». Qualcuno spieghi al cattivo imitatore di D’Alema che questa campagna elettorale passerà alla storia politica del Paese per i risultati presenti e futuri della Raggi e della Appendino. Il resto sono corbellerie.
RENZI 'SCOPRE' CHE VERDINI GLI NUOCE. Renzi ha centrato tutta la sua analisi sul disastro napoletano. Colpa del destino? Un evento cataclismatico? No, una scelta dell’entourage renzian-orfiniano di liquefare quel partito mortificando l’unico “cavallo di razza”, cioè Antonio Bassolino, e scommettendo sui voti verdinani.
Qui viene il fatto più divertente del post voto. Le cronache dicono che il premier ha «scaricato» Verdini perché costui non gli ha portato voti. Oddio: perché non ha chiesto prima a me, al portiere del suo palazzo, al macellaio di fronte casa? Tutti, tranne Lotti, sapevano che il “verdinismo” è un fenomeno di “parlamentarismo nero”, ma con gli elettori non c’entra.
Ora il premier vuole commissariare Napoli mentre il segretario renziano pugliese ha già commissariato Taranto. In un partito spesso guidato da cacicchi si nominano cacicchi a rigenerare un corpo malato, invece di aprire dibattiti e processi democratici.
Per Napoli il nome che gira è l’ineffabile Ernesto Carbone, l’uomo del “ciaone” twittato dopo il referendum sulle trivelle, la cui incompetenza totale desta sorpresa e simpatia. Carbone? Tanto vale dare il partito direttamente a De Magistris visto che lo si vuole aiutare così spudoratamente.
LA GENIALATA: IL PD DEVE ESSERE ANCORA PIÙ RENZIANO. Vi sono poi altri dirigenti Pd che ripercorrono la vecchia analisi sui mali delle strutture guidate da forti personalità, per dirla senza offendere i renziani delicati di cuore. La tesi è classica: il partito arranca perché è poco a misura del leader, ovvero non gli assomiglia, se il leader lo facesse a propria immagine e somiglianza vedreste che successo!
L’ha tirata fuori questa volta non un ragazzo/a di Rignano né un dalemiano col cilicio. No, l’ha tirata fuori il presidente della commissione parlamentare più inutile e pasticciona della storia della Repubblica, la commissione Moro, il democristianissimo (di destra) Beppe Fioroni che con il suo fido deputato Gero Grassi porta in giro democristanamente la tesi che Moro lo hanno ucciso, più che le Br, i dirigenti della Dc. Ragazzi, a questo siamo!
Infine c’è l’appello, giusto, ai candidati al ballottaggio perché si facciano valere, sapendo che, in un certo senso, si tratta di una nuova elezione.
QUANTE PAROLE A VANVERA TRA I DEM. Dice la super informata Maria Teresa Meli che Renzi avrebbe detto a Giachetti «di fare Giachetti», frase acutissima ma di incerta interpretazione, salvo ricordare alcuni trascorsi radicali estemporanei del candidato. Mentre Giachetti potrà battere la Raggi se umilmente chiede alla sinistra che è rimasta a casa di firmare una cambiale in bianco che lui onorerà, come io personalmente credo. Solo così quegli elettori torneranno a votarlo e a farlo votare.
A Milano si dirà a Sala di fare Sala? Ma il tema è che Parisi è più amabile e, se non c’è la fronda di Salvini, il candidato di Berlusconi ce la potrà fare. Mr Expo deve fare appello alla milanesità, al fatto che la capitale dell’innovazione non vuole essere commissariata da un bravissimo manager venuto da fuori.
Insomma, mentre gli oppositori di Renzi mantengono tutto sommato la calma, il premier e i suoi sparano a palle incatenate. Contro lo specchio.

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