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BASSA MAREA 8 Giugno Giu 2016 1309 08 giugno 2016

Trump come Reagan: è ora di pensare all'impensabile

Clinton può vincere. Il cambiamento però è nell'aria. Decisivo l'elettorato bianco. Che potrebbe digerire le stranezze e lo stile clownesco di The Donald.

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Donald Trump.

Hillary Clinton contro Donald Trump.
Le Primarie americane si sono chiuse martedì 7 giugno 2016 (resta solo il voto del distretto federale della capitale, Washington) con un quadro che pochi prevedevano fino a due mesi prima.
Fra i democratici la vittoria della ex first lady ed ex segretario di Stato, siglata soprattutto dal primo posto in California e nel New Jersey, è stata meno facile del previsto.
Fra i repubblicani l’improbabile Trump, a lungo preso poco sul serio e detestato dall’establishment repubblicano, ha dimostrato di avere dalla sua la base del partito.
HILLARY, CORSA IN SALITA. Difficile prevedere come andrà a finire. Ma quella che doveva essere una difficile battaglia di Trump per fermare Hillary potrebbe diventare, salvo sorprese, una corsa in salita di Hillary per fermare Trump, ancorato a una strategia quasi identica a quella adottata quasi 40 anni fa da Ronald Reagan, mirata allo stesso elettorato, bianco essenzialmente, anche se con parole d’ordine a volte assai diverse, meno liberiste, meno critiche dello stato sociale, meno entusiaste sulle meraviglie dei mercati.
L’elettorato bianco tuttavia, e questa è la maggiore incognita per il miliardario newyorchese oltre alle sue personali caratteristiche non a tutti appetibili, non è più quello che era, quantitativamente.
CHE IMPRESA SANDERS. Clinton ha dovuto guadagnarsi con una certa fatica la candidatura insidiata da un Bernie Sanders che ha compiuto un’impresa incredibile, portando per la prima volta negli Stati Uniti una piattaforma ''socialisteggiante'' al successo fra i democratici in poco meno di metà degli Stati.
In Italia si sono scritte alcune grosse inesattezze, invidiando agli Stati Uniti un populista di sinistra come Sanders, cosa che lascerebbe l’Europa solo con populisti di destra come Trump.
Ma si dimentica che Sanders non ha fatto altro che proporre agli americani - e con un successo senza precedenti, il che indica il livello di malessere americano - una piattaforma ispirata dallo spesso criticato (in America) stato sociale all’europea: sanità pubblica, università pubbliche semi-gratuite, tassazione più incisiva dei redditi medio-alti e alti e dei profitti finanziari, unite a una critica di stampo europeo (o da vecchio New Deal) agli eccessi del mondo di Wall Street e della finanza anglosassone in genere.
ESTABLISHMENT MAL VISTO. Sanders, questo vecchio ebreo di Brooklyn, ex sessantottino a Chicago (il '68 americano anti-Vietnam) trapiantato nei boschi del Vermont, ha dato un contributo fondamentale a identificare Clinton come candidato dell’establishment, cosa che Hillary sulla scia del marito e di Barack Obama indubbiamente è.
Molti si sentono rassicurati da questo, altri infastiditi. E non c’è dubbio che il vento americano da tempo è più contro che a favore dell’establishment, e lo sarà ancor più nei prossimi mesi se dovessero confermarsi i bruschi segnali di frenata dell’economia.

Sembra un remake di Reagan: dallo scetticismo alla Casa bianca

Ronald Reagan, 40esimo presidente degli Stati Uniti e una lunga carriera nel cinema.

Trump ha giocato tutto su un remake della strategia di Ronald Reagan.
La sua bussola sono stati due 'memo' su come comportarsi e come parlare e come interpretare gli umori del Paese (dei bianchi, soprattutto) scritti nel maggio-giugno 1980 da Richard Wirthlin, allora stratega elettorale reaganiana.
La grossa differenza è nella sostanza: Reagan modellava un partito neocon in politica estera, cioè interventista e deciso a concludere vittoriosamente la Guerra fredda, frontiere aperte in economia, e tagli a quelli che definiva gli eccessi del welfare, con le sue famose e più o meno inventate welfare queens, virtuose e virtuosi della vita a sbafo.
Trump dice che lo stato sociale è utile, è stato in passato favorevole a una sanità davvero pubblica (meno chiaro adesso), vuole risparmiare su difesa e politica estera e difendere il mercato americano dalla concorrenza.
BASE ELETTORALE BIANCA. Ma agisce esattamente sugli stessi timori della stessa base elettorale (bianca, essenzialmente) che come 40 anni fa nel dopo Vietnam e dopo la rivoluzione culturale degli Anni 60, l’incerto Jimmy Carter e l’inflazione vede anche oggi un Paese non più pienamente suo e cerca certezze.
Esattamente come fece con Reagan, definito da Richard Nixon e Gerald Ford «un peso piuma» come ricorda sul New York Magazine un ampio confronto Reagan-Trump scritto da Frank Rich.
Come Reagan, Trump è stato ampiamente sottovalutato. Invece di fermarsi sui suoi aspetti folcloristici o impresentabili, occorreva riconoscere la consistenza dell’elettorato al quale si rivolgeva e si rivolge.
La sorpresa, più ancora della sua candidatura e del suo successo, è stata la sottovalutazione che di lui è stata data dai commentatori e dall’intero establishment.
Come fu fatto con Reagan, sostiene Rich, già firma di punta del New York Times.
SOTTOTONI RAZZISTI. Di Reagan si ricorda l’apoteosi di fine mandato e si dimentica lo scetticismo degli inizi, da attore di serie B passato alla politica.
Alcuni esempi: come Trump, anche Reagan usava sottotoni razzisti per identificarsi meglio con una base che non amava le minoranze, confondeva Pakistan con Afghanistan, e si asteneva dal citare cifre e concetti precisi come suggerito da Wirthlin per poter meglio abborracciare.
Henry Kissinger disprezzava Reagan, l’unico candidato repubblicano con il quale diceva non avrebbe mai lavorato, salvo definirlo poi «depositario di tutte le nostre speranze» e cercare con lui di tornare allo State Department. Reagan davvero razzista? Barack Obama lo ha sempre posto fra i propri modelli e ispiratori, non per tutto naturalmente, ma certo come stile presidenziale.
Il guaio per Trump - e forse la fortuna per molti - è che l’elettorato bianco era l’84% del totale nel 1980 ed è il 70% oggi.
VECCHIA AMERICA, ULTIMA CHANCE. Quindi per la vecchia America è forse l’ultima occasione di far vedere chi ha in mano il gioco, nel Grande Paese.
Digerendo le stranezze e lo stile clownesco e l’infinita autostima - ma fu detto anche di Reagan - di Donald Trump.
A oltre quattro mesi dal voto è azzardato fare previsioni.
Hillary Clinton può benissimo vincere. Ma in salita, perché il clima generale pende sul cambiamento e lei è la continuità.
Un vecchio titolo di copertina dell’Economist diceva, nel 1980 inoltrato, presentando Reagan: It’s time to think the unthinkable. È ora di pensare (anche) all’impensabile.

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