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SPIRITO ASPRO 11 Giugno Giu 2016 0800 11 giugno 2016

Qualcuno ci salvi dalla retorica sul corpo del Cav

L'immortalità. La sfida alla decadenza. Ora il fisico cede. Ma la vera nemesi è... Trump.

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Silvio Berlusconi.

Già qualcuno dubitava se valesse la pena morire per Danzica nel 1940.
Figuriamoci se valeva la pena morire per Alfio Marchini nel 2016, con tutto che è un bell'uomo e al Campidoglio avrebbe fatto una bella figura.
Ma, a quanto sostiene il suo medico, Silvio Berlusconi pur di non far mancare il suo voto domenica 5 giugno 2016 al sosia di Warren Beatty candidato di Forza Italia ha affrontato il rischio di lasciarci le penne, allungando così la lista dei potenti deceduti per futili motivi, dal vichingo Sigurd il Possente, ucciso dal morso infertogli dai denti di un nemico ucciso la cui testa teneva appesa alla sella come trofeo, a Federico Barbarossa, annegato in un fiume in cui si era immerso per rinfrescarsi, senza togliersi l'armatura.
SEGNI DI DEBOLEZZA. Il Cav si era già trovato in una situazione simile nel 1997, quando partecipò a un comizio di Gabriele Albertini a Milano il giorno prima di operarsi per un cancro alla prostata.
Lo rivelò solo molto tempo dopo: «Un leader politico ha degli avversari e molti sono pronti ad approfittare di ogni debolezza. Per questo non l'ho fatto vedere a nessuno».
Ecco la chiave dell'improvvisa glasnost di oggi sulle vere condizioni di salute di Berlusconi: la debolezza c'è ancora - un problema cardiaco a 80 anni lo è quanto un tumore a 60 -, ma non ci sono più gli avversari pronti ad approfittarne.
O meglio: non c'è più il profitto. Nel suo entourage i ricoveri ormai non spostano un voto né tantomeno una poltrona.
LA SOLITA SOLFA. E sembrano un po' patetici gli opinionisti che tirano ancora fuori le vecchie teorie sul corpo berlusconiano usato come «instrumentum regni», corrette, ma che circolano dall'epoca del suo primo trapianto di capelli, o i fervorini moralistici e un filino compiaciuti sul «corpo reale che chiede il conto al corpo mediatico», come ha scritto Marco Belpoliti su la Repubblica.
Come se non si ammalassero di cuore anche gli ottantenni che non si sono mai truccati in vita loro.
Come se i corpi di chi comanda non fossero sempre stati mediatici ben prima dell'avvento della tivù, dai tempi dei faraoni egizi che si mettevano parrucca e kajal e di Giulio Cesare che copriva la pelata con la corona d'alloro perché non poteva mettersi in testa l'«idea meravigliosa» del suo futuro parzialmente omonimo Cesare Ragazzi.

Quei conti aperti con la giustizia e il Paese

Silvio Berlusconi nel giorno della decadenza.

«Il corpo reale che chiede il conto»: c'è qualcosa del tono ipocrita e falsamente compunto con cui i romanzieri dell'800 descrivono le sofferenze della cortigiana impenitente colpita dal vaiolo, con le pustole che «chiedono il conto» al bel viso che aveva fatto dannare tanti uomini perbene.
Qualcosa che risuona nell'acida replica delle suore che assistono (si fa per dire) le donne in travaglio: «ti sei divertita, adesso paghi il conto».
I conti più grossi che Silvio ha da pagare non sono quelli con il suo corpo, che in ultima analisi sono fatti suoi, ma quelli con il Paese e con la giustizia, anche se la sbalorditiva entità di quei debiti dipende tanto da lui quanto dalla pochezza e dalla superficialità di chi avrebbe dovuto riscuoterli.
LOTTA DURA ALLA DECADENZA. Eppure quel che i benpensanti si sono legati al dito come il massimo dell'immoralità berlusconiana è la sua sfida alla decadenza fisica, una lotta testarda, e alla fin fine perfino autolesionistica.
Perché quel mascherone gommoso con gli occhi a fessura non può essere meno gradevole di ciò che sarebbe il suo volto se l'avesse lasciato invecchiare naturalmente, e il ruolo di playboy ostinatamente recitato quando di boy ormai ha solo i suoi nipoti mette tristezza, anche se non quanto l'attuale compagna giovane e arcigna che lo ha obbligato a rimpiazzare le Olgettine con i barboncini.
E ORA CE NE TOCCA UN ALTRO. Vabbè, quando noi giornalisti che da ragazzi abbiamo fatto il classico possiamo tirar fuori i concetti di hybris e nemesi siamo tutti contenti.
E non ci accorgiamo che la vera nemesi berlusconiana non è l'operazione all'aorta, ma un altro miliardario arricchitosi con gli immobili, imparrucchinato, donnaiolo ed esibizionista, sceso in campo sull'altra sponda dell'Atlantico, e rispetto al quale il nostro Berlusconi sembra Churchill.
E ciò che è peggio, la nemesi-Trump non la sconterà Silvio, ma dovremmo pagarla anche noi.


Twitter @LiaCeli

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