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MEDIA 12 Giugno Giu 2016 1200 12 giugno 2016

Cina, i segreti dei propagandisti del web

In un anno pubblicano circa 448 milioni di post. Pagati 50 centesimi per ognuno. Obiettivo: fare pubblicità al governo e oscurare le critiche. Ma scovarli è difficile.

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Il presidente della Cina, Xi Jinping.

Sono molti, agguerriti e, secondo la vulgata, pagati 50 centesimi per post. Si tratta dei propagandisti che fanno pubblicità al governo cinese sui social media.
Agiscono in un contesto succube del Partito comunista, dove le autorità filtrano le notizie sgradevoli tramite il cosiddetto Great Firewall, un sistema informatico che individua ed elimina le informazioni reputate pericolose, e gonfiano quelle positive sfruttando il controllo sui mezzi tradizionali.
Se è vero che molti cittadini sono spesso patriottici e inclini ad assecondare alcune teorie del partito – soprattutto in politica estera – è anche un dato di fatto che pochi si fidano di giornali e televisioni.
UTENTI IN APPARENZA NORMALI. I giovani membri delle nuove classi urbane di Pechino, Shanghai e delle altre megalopoli preferiscono affidarsi al web: basti pensare che secondo i ricercatori di Harvard sono circa 1.300 le compagnie e i siti social in Cina, mentre WeChat, la più popolare app di messaggi istantanei del Paese, conta fra le sue fila 650 milioni di iscritti attivi.
È qui che entrano in gioco i wu mao, utenti in apparenza normali.
Distinguerli è talmente difficile che perfino la ricerca condotta dalla Harvard University è scaturita da un evento fortuito.
OLTRE 200 AGENZIE GOVERNATIVE. Nel 2014, un archivio di email conservate presso l’Ufficio per la Propaganda su Internet del distretto di Zhanggong, a Guangzhou, venne fatto trapelare al pubblico. Analizzando i dati – che si riferiscono al periodo 2013/2014 – i ricercatori Gary King, Jennifer Pan e Margaret Roberts sono risaliti a oltre 43 mila post fabbricati dalle autorità.
«Su 43.797 post solo 291 sono stati pubblicati da individui o gruppi che non ci è stato possibile identificare. Il restante 99,3% proveniva da una delle oltre 200 agenzie governative che fanno parte della struttura del regime», scrivono gli studiosi. Dato che non esistono prove di eventuali pagamenti e che quasi tutti i post vengono scritti da persone già impiegate dallo Stato, il rapporto conclude che si tratti di dipendenti pubblici.

I wu mao scrivono circa 448 milioni di post all'anno

Sui wu mao ha condotto uno studio la Harvard University.

Questo non impedisce loro di essere estremamente attivi: ogni anno il “partito dei 50 centesimi” scrive più o meno 448 milioni di post. Circa il 52,7% compare su siti governativi, il resto su siti commerciali.
I commenti non sono distribuiti in modo costante nel tempo: il carico di lavoro dei wu mao impenna nelle occasioni che le autorità ritengono significative.
È questo il caso del Qingming, l’equivalente del nostro Giorno dei morti, quando il numero di post relativo ai veterani della guerra contro il Giappone, al loro eroismo e ai martiri che si sono sacrificati per la Repubblica Popolare esplode fino a toccare quota 18 mila.
TRA LEALTÀ E PATRIOTTISMO. Alcuni sono patriottici: «L'ascesa della Cina è ormai inevitabile. Da un lato, gli Stati Uniti affermano pubblicamente che se la Cina non perisce l'Occidente deperirà; dall'altro, dicono al popolo cinese che il loro governo è problematico: dovete liberarvene per vivere una vita migliore. Ci potrebbe essere una logica più ridicola e contraddittoria di questa?».
Altri si rifanno alla storia: «Molti martiri rivoluzionari hanno combattuto con coraggio per creare questa vita fortunata che abbiamo oggi! Rispettiamo questi eroi».
Altri ancora sono semplici affermazioni di lealtà al governo: «Porterò la bandiera rossa macchiata del sangue dei nostri avi e seguirò senza esitazioni la via del Partito Comunista Cinese!».
OBIETTIVO: DISTRARRE L'OPINIONE PUBBLICA. La quasi totalità dei wu mao, tuttavia, non si cimenta in discussioni per difendere le autorità, limitandosi a sviare l’attenzione dei cittadini.
«L’opinione quasi unanime di coloro che hanno scritto di questo argomento è che la propaganda dei 50 centesimi discuta e dibatta contro chi critica il governo, i suoi leader e le loro politiche», affermano gli studiosi. «Noi dimostriamo che quasi nessuno dei post del partito dei 50 centesimi discute o dibatte alcunché. Al contrario, la maggior parte di questi post si concentra su discussioni positive di principio, il che, concludiamo, è una strategia studiata per distrarre e dirottare l’attenzione pubblica da critiche, torti subiti o azioni collettive [contro le autorità]».
LA REAZIONE DEL GLOBAL TIMES. Ad argomentare la posizione del partito, del resto, si dedica già una schiera di media statali.
Proprio come ha fatto il Global Times, un quotidiano notoriamente nazionalista che ha commentato la ricerca di Harvard con parole dure. Oltre a definire i ricercatori arroganti, scrive: «Il sistema politico della Cina è diverso da quello dell’Occidente, naturalmente l’opinione pubblica della Cina è diversa. Hanno fatto esempi individuali dei quali non si può verificare l’attendibilità. Hanno fornito una fotografia che differisce molto da quella della reale situazione del web cinese».

Twitter @Mick887

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