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DIPLOMATICAMENTE 12 Giugno Giu 2016 1400 12 giugno 2016

Tante parole e pochi fatti: è lo stesso Iran di sempre

Un anno fa l'intesa sul programma nucleare. La svolta promessa da Rohani? Non si vede.

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Il presidente dell'Iran, Hassan Rohani.

Nel suo ultimo intervento pubblico, l'ayatollah Khamenei, decisore finale dell'Iran, ha fatto ancora sfoggio di una narrazione dogmaticamente antica e di segno opposto alle aspettative che gran parte del mondo democratico aveva nutrito in merito al potenziale delle ricadute 'costruttive', per usare le parole di Rohani, che sarebbero potute derivare dall’accordo sul programma nucleare.
Sono tornati a risuonare espressioni quali 'il Grande Satana americano', i moniti a resistere ai modelli politici, culturali ed economici dell’Occidente; il rifiuto a cooperare sulle questioni regionali con i suoi maggiori nemici, Usa e Gran Bretagna in testa; il richiamo ai principi della rivoluzione islamica del ’79.
Vi si è aggiunta l’accusa a Washington di non rispettare gli impegni assunti con l’accordo sul programma nucleare.
POCHI SEGNALI INCORAGGIANTI. Si dirà che questa è retorica obbligata dall’esigenza di tenere a freno l’animosità dell’ancora poderosa area conservatrice del Paese; che dall’accordo sul nucleare è passato meno di un anno, troppo poco per aspettarsi segnali sostanzialmente innovativi da quel vertice politico-religioso a fronte del quale fermenta comunque un rilevante movimento riformista che trova nel presidente Rouhani un utile punto di riferimento.
Giusto, ma non è meno vero che in questo lasso di tempo poco di veramente incoraggiante è affiorato sul piano politico e in materia di diritti della persona, mentre è andata crescendo, questo sì, la corsa agli affari del mercato, dall’Occidente all’Oriente.
NESSUNA MAGGIORANZA. Si dirà che non si deve sottovalutare il duplice fatto che le elezioni politiche hanno fatto emergere una crescita molto sensibile del fronte moderato e riformista e che essa è stata significativamente accompagnata da un’ancor più sensibile contrazione della componente religiosa di quel consesso.
Resta però che i riformisti e i moderati non hanno raggiunto la maggioranza (133 voti su un totale di 290 seggi) a fronte dei 125 dei conservatori, cosa che rende decisivi gli indipendenti, per cui saranno solo i fatti, cioè le votazioni, a far capire l’orientamento.

L'elezione dell'ultraconservatore Jannati

Ahmad Jannati.

Resta che è stato confermato alla presidenza del parlamento il conservatore Ali Larijani (con 173 voti contro i 103 del riformista Mohammad Reza Aref); conservatore moderato, si dirà, si dirà anche che ha appoggiato l’accordo sul nucleare di luglio, ma è pur sempre un conservatore.
Resta soprattutto che l’ultraconservatore Ahmad Jannati - da sempre avversario dichiarato di Rohani e già leader del Consiglio dei guardiani che ha, tra l’altro, il potere di setacciare i candidati al parlamento - è stato eletto presidente dell’Assemblea degli esperti, l’organo religioso che nomina l'ayatollah supremo.
Jannati è molto avanti negli anni (ne ha 90), ma è ben magra soddisfazione.
IL SOSTEGNO AD ASSAD. Il giudizio critico si fa forse ancor più motivato se si sposta l’attenzione su un altro versante, quello militare, per il quale solleva interrogativi il fatto che pochi mesi dopo la firma dell’accordo sul nucleare, Teheran abbia dato spazio ai test sui missili balistici di medio e lungo raggio, difesi da Rohani e sanzionati da Washington.
E che dire in merito alla continuità della linea di condotta sul più nevralgico teatro regionale?
C'è continuità nel sostegno politico e militare assicurato a Bashar al Assad, nel cui contesto spicca il ruolo della Brigata al Quds (Guardie della Rivoluzione Iraniana) agli ordini del famoso comandante Qassem Soleiman, nonchè l’apporto di Hezbollah libanese plasticamente enfatizzato dal pubblico cordoglio manifestato in Iran per l’uccisione di Mustafa Badreddine, capo delle sue operazioni speciali.
UNA CONTINUITÀ PREOCCUPANTE. C'è continuità nel coinvolgimento delle milizie sciite iraniane in Iraq dove al proclamato bersaglio dell’Isis si accoppia il meno reclamizzato - ma non meno preso di mira - bersaglio delle tribù sunnite, che aggiunge veleno al già tormentato rapporto tra quelle due componenti.
Ne è una drammatica rappresentazione la dinamica di Falluja, città dove non si sono spenti i fari della memoria sulle terrificanti vicende del 2003 e 2004 di cui parecchi abitanti portano ancora i segni (fosforo bianco).

Un bilancio avaro di prospettive costruttive

Il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo americano Barack Obama.

Non solo. C'è continuità nella sostanziale mancanza di partecipazione attiva agli sforzi regionali e internazionali in atto per cercare di trovare uno sbocco alla guerra in Yemen.
Guerra civile è guerra per procura allo stesso tempo, che ha visto di fronte da un lato le milizie degli Houthi e quelle dell’ex presidente Saleh, sostenute da Teheran, e dall'altro quelle del deposto presidente Hadi, appoggiate da una coalizione araba a guida saudita, che ha già provocato oltre 6 mila morti, un numero impressionante di sfollati e una drammatica situazione umanitaria.
QUELLE AZIONI DI DISTURBO. C'è continuità nelle azioni “di disturbo”, se non vogliamo definirle intenzionalmente destabilizzanti, che Teheran porta avanti nei Paesi dell’area dove vivono componenti sciite, a cominciare dal Bahrein per terminare in Arabia saudita.
Intendiamoci: con queste annotazioni non voglio certo sostenere che l’Arabia Saudita sia la parte che subisce, tutt'altro, giacchè le responsabilità di Riad e di Teheran sono proporzionali alle rispettive e contrapposte ambizioni, regionali e non solo.
Voglio però sostenere che in questo anno scarso non si sono evidenziati comportamenti riconducibili a quel ruolo costruttivo di cui Rohani si è fatto portabandiera. Ed è illusorio pensare che possa affiorare, fin tanto che non si riescano a identificare modi e mezzi per costruire un ponte di confronto dialogante e non belligerante tra i due grandi antagonisti della regione.
RUSSIA E USA NON AIUTANO. Non vi ha contribuito il Ramadan e la prospettiva del grande pellegrinaggio come ha evidenziato il fallimento del negoziato.
Non vi ha contribuito finora Mosca, impegnata a giocare una sua partita che certo non punta a riavvicinare Riad e Teheran, e ancor meno Washington, in evidente crisi di credibilità col contraddittorio e comunque confuso pentagramma su cui sta praticando la sua pax mediorientale.
Del resto, è proprio di questi giorni l'Indicazione dell'Iran come protagonista nella sponsorizzazione del terrorismo in Libano, Siria e Iraq contenuta nell'annuale rapporto del Dipartimento di Stato.
Ho l'impressione che, in rapporto a questo scenario, la bandiera di Rohani, che tanta aspettativa aveva suscitato, stia perdendo il vento in poppa dei primi mesi.
Il bilancio del primo anniversario dell'accordo sul programma nucleare, ormai imminente, sembra piuttosto avaro di prospettive costruttive.

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