Farage,Italia benvenuta anche con Brexit
BASSA MAREA 15 Giugno Giu 2016 0826 15 giugno 2016

I fanatici della Brexit si rileggano George Orwell

Già nel 1941 lo scrittore ammoniva contro i rischi di un isolazionismo esasperato. E gli inglesi, oggi, stanno dimostrando il perché.

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L’ex sindaco di Londra Boris Johnson è il portabandiera del sì per l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue al referendum del prossimo 23 giugno e spera, con una vittoria, di scalzare David Cameron alla guida dei conservatori.
Johnson proclama che un'uscita (exit) della Gran Bretagna aprirà per le isole una nuova prospera stagione all’insegna della libertà: un brevetto britannico, nella nostra era, che Bruxelles dicono stia snaturando.
Allievo di Eton e Oxford, Johnson vola più alto del leader anti-Ue Nigel Farage, inevitabilmente marchiato lower middleclass e portavoce di chi in provincia non si ritrova nell’Inghilterra di oggi e dà la colpa all’Europa.
IL VECCHIO NAZIONALISMO INGLESE. In realtà, pochi dei guai che il fronte del sì attribuisce all’Europa sono davvero made in Brussels. Il voto pro o contro la Brexit è l’ultima battaglia del vecchio nazionalismo inglese (non britannico, inglese) deciso a superare la sfida dei tempi.
Se ci riuscirà, verrà rovesciato un antico motto del pragmatismo anglosassone: if you cannot beat them, join them (se non puoi batterli, unisciti a loro), cosa che Londra - con i vicini europei - fece nel 1973, dopo 15 anni di anticamera imposta dal veto di Charles De Gaulle.

Un percorso di adesione iniziato a fine Anni 50

Ad avviare l’adesione era stato a fine Anni 50 il premier conservatore Harold Macmillan, convinto che la fine dell’Impero non lasciasse altra valida alternativa.
Winston Churchill teneva il progetto di una partecipazione britannica a una Europa unita come un secondo passo, se l’Impero (come temeva) non avesse retto. Ma nel maggio del 47 parlava alla Albert Hall di Londra come presidente e fondatore dello United Europe Movement «per presentare l’idea di un’Europa Unita nella quale il nostro Paese giocherà un ruolo decisivo».
Sarà il negoziatore di Macmillan, Edward Heath, a concludere come premier l’adesione.
I laburisti, poco dopo al potere, e allora a differenza di oggi più anti-Bruxelles dei conservatori, temendo spinte al ribasso dei salari e aumenti alimentari, rinegoziarono e tennero un referendum, a forte affluenza, che premiò nel 75 l’adesione con due voti a favore per ogni voto contrario.
UN SÌ SAREBBE SORPRENDENTE. Difficile immaginare ora per chi vuole restare nella Ue un successo di quelle dimensioni. Ma nonostante i sondaggi, e tutte le ansie di questi giorni, se davvero ci sarà la vittoria del sì, e quindi la Brexit, sarà lecito dichiararsi un poco sorpresi.
A maggioranza la classe dirigente, la City, l’industria e il grande commercio che temono per l’export senza tariffe, i giovani e certamente gli scozzesi, forse i gallesi e i nord-irlandesi, sono per restare, pur senza entusiasmi. Gli anziani, inglesi d’Inghilterra, più in provincia che a Londra, sono per l’addio, sperando così di ritrovare la loro old England.
La vecchia Inghilterra è una società a due classi che non si amano ma si rispettano, legate da antichi patti non scritti, dove la grande maggioranza del 95% “inferiore” della popolazione non abita molto bene, non si veste molto bene, non pranza molto bene, ma è molto fiera di essere inglese e questo gli riempie a sufficienza la vita.
QUESTIONE DI FIDUCIA. L’esatto opposto di quanto accade in Italia dove, grazie anche al clima che allevia le pene di una amministrazione pubblica decisamente inferiore a quella britannica, si sta secondo vari parametri (non tutti) meglio che in Gran Bretagna, ma con ben meno soddisfazione nazionalistica.
Lo schema (due classi litigiose ma alleate, e soddisfatte) si ripete, ma più sfumato, nel Galles, in Irlanda del Nord e in Scozia, dove però gli inglesi non sono particolarmente amati. Se l’Inghilterra vuole uscire dalla Ue perché non si fida di Bruxelles (e dei tedeschi), Edimburgo preferisce stare con Bruxelles perché non si fida degli inglesi.
Come sempre, dai tempi di Enrico VIII, la Manica è un braccio di mare a larghezza variabile. Strettissimo quando Londra decide di partecipare alle vicende europee, larghissimo quando Londra decide di ritrarsi.
In realtà la Manica è sempre la stessa, un braccio di mare che giustamente gli inglesi chiamano Channel, cioè canale, e che qualcuno ogni tanto attraversa nel tratto più stretto a nuoto.

Quando Churchill guardava agli Stati Uniti d'Europa

Winston Churchill.

Più che su punti concreti, che possono andare dall’immigrazione alle regole finanziarie al welfare, la voglia di Brexit poggia su un’antica diversità che George Orwell, il più grande scrittore inglese del 900, ritrasse al meglio nel suo The Lion and the Unicorn.
Esiste un English way of life che va dal parlamento di Westminster alla nice cup of tea alla parrucca dei giudici ed è retta da consuetudini antiche e in parte notevole peculiari, e fra le cui braccia inevitabilmente un inglese si sente a casa.
MOLTO DA CAMBIARE. Pagato un lungo omaggio a questo mondo, il suo, Orwell ricordava che molto tuttavia andava cambiato, e ammoniva contro «l’insularità degli inglesi, il loro rifiuto a prendere gli stranieri sul serio, una follia che occorre pagare a caro prezzo di tanto in tanto».
Oggi si dimentica anche quanto Churchill scrisse nell’ottobre 1942, poco dopo El Alamein, ad Anthony Eden, suo ministro degli Esteri: «Per quanto possa oggi sembrare difficile….io guardo agli Stati Uniti d’Europa, quando le barriere fra le nazioni saranno molti minimizzate e viaggi senza limitazioni saranno possibili».
Oggi una parte dei deputati conservatori chiederebbe per questo la sua espulsione.
ERA UN ALTRO MONDO. Johnson, Farage, i membri brexisti del governo Cameron, e milioni di inglesi (vedremo quanti nel Galles e, soprattutto, in Scozia) son convinti di fare un grosso favore all’intera Europa mettendo a nudo le follie di Bruxelles e tracciando una via di fuga.
Dimenticano che i loro padri erano ugualmente contro l’Europa di Bruxelles anche quando questa era solo in fasce, 60 anni fa. E lo erano perché, come diceva Alexis de Tocqueville, a differenza dei francesi che guardano sempre ansiosamente in alto nel timore che qualcuno sia loro superiore, gli inglesi si limitano ad abbassare lo sguardo, con soddisfazione.
Ma questo raccontato da de Tocqueville era il mondo di oltre 150 anni fa.
LE PAROLE DI ORWELL. Comunque, se vogliono andare, vadano.
Sarà un vero peccato anche per noi, e per più versi.
E soprattutto per loro, come diceva Orwell, che scriveva nel 1941 e non sapeva nulla di Ue, Brexit e referendum, ma era ugualmente preveggente in una sua visione fra vecchio e nuovo: «Nulla rimane fermo. Dobbiamo aggiungere cose nuove alla nostra tradizione o perderla, dobbiamo crescere meglio o sminuirci, dobbiamo andare avanti o indietro. Credo nell’Inghilterra, e credo che andremo avanti».

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