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DIPLOMATICAMENTE 19 Giugno Giu 2016 1357 19 giugno 2016

L'Isis vive dell'ambiguità dei suoi (presunti) nemici

L'opacità di Paesi partner fa il gioco del Califfo. Come anche il troppo ottimismo.

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L’Isis perde territorio in Siria, in Iraq e in Libia: tra il 30 e il 40% rispetto alla situazione dell’anno scorso secondo alcuni, oltre il 40% secondo altri.
Si citano le città riconquistate, si evidenzia il ridotto afflusso dei cosiddetti foreign fighter, si adombrano difficoltà di auto-finanziamento.
Sono notizie che ci confortano e alimentano in noi l’aspettativa di una non lontana parola fine su questa funesta piaga, ma sarebbe improvvido cedere a questa suggestione.
Intanto perché l’Isis ha dimostrato anche in queste settimane che è ancora in grado di contrattaccare, sebbene con modalità tipiche della guerra tribale o comunque asimmetrica.
Da oltre un anno e mezzo ha mostrato pure che è capace di penetrare anche le aree più protette, in Siria, in Iraq e in Libia.
E soprattutto in questo lasso di tempo è riuscito a disseminare la paura della sua minaccia in mezzo mondo, a renderla davvero globale, grazie alla diffusione incredibilmente vasta dei principi attivi della “sua” guerra, e a trasformarli in altrettanti punti di affiliazione, di rappresentanza attiva, di reclutamento, di promozione del terrore.
Si tratta di una disseminazione inquietante, se si pensa che al momento interessa oltre 30 Paesi diversi ed è in fase di crescita.
IL MARCHIO DEL TERRORISMO. L’orrenda strage a Orlando, negli Usa, e l’ultima esecuzione di Parigi appartengono a questo fenomeno: tanto più pericoloso in quanto avvolto in una nebulosità di incubazione che ne rende problematica la riconoscibilità prima che si manifesti in tutta la sua ferocia. Legittimando l’Isis a intestarsene la paternità e a rilanciare il suo messaggio, minaccioso da un lato e attraente dall’altro.
Diciamo pure che, in questa ottica, l’Isis sta riuscendo a presentarsi al nostro immaginario collettivo come il marchio, la bandiera stessa del terrorismo, anche se in realtà le “sigle” sono diverse, a cominciare da Al Qaeda, dalle cui costole peraltro lo Stato Islamico è nato.
E ciò rende ancor più forte la percezione della globalità della sua minaccia, più di quanto non lo sia già diventata.
Se questo è lo scenario che abbiamo di fronte sul piano internazionale e, per quanto più ci interessa, nella nostra Europa e nella nostra prossimità euro-mediterranea, appare fin troppo banale ribadire due concetti.

L'urgenza di politiche attive sul territorio

Un gruppo di miliziani dell'Isis.

Il primo è che la collaborazione militare e di intelligence non dovrebbe tollerare ambiguità e opacità come invece sta avvenendo anche tra partner ufficialmente associati contro l’Isis (quella militare essendo inquinato dall’incrocio delle loro agende, diverse e non di rado contrastanti con quelle ufficialmente dichiarate; quella a livello intelligence, indebolita dalla refrattarietà delle centrali dei singoli paesi a identificare quel minimo denominatore comune di informazioni suscettibili di consentire la tessitura di un’efficiente maglia di azioni preventive e di controllo a vantaggio della sicurezza collettiva).
Il secondo è che si fatica a far crescere la consapevolezza della indilazionabilità di politiche attive sul territorio. Politiche puntate sia al superamento effettivo e non retorico dei fattori di disagio sociale e identitario che fanno fermentare il brodo di coltura della radicalizzazione, sia al contrasto delle politiche xenofobe e islamofobe che aggiungono veleno a quel brodo, al netto delle esitazioni e furbizie di marca elettorale che ci stanno davanti agli occhi. Da Trump a Salvini.
CONFUSIONE TRA CAUSA ED EFFETTO. Questo spiega del resto perché, a due anni dalla sua proclamazione, il Califfato non sia stato ancora sconfitto militarmente e rappresenti ancora una minaccia terroristica di primaria grandezza.
Altro aspetto sul quale mi sembra importante tornare è la persistente percezione che l’Isis sia all’origine del disordine, della conflittualità che ha attraversato e sta attraversando il Medio Oriente.
In realtà ne è stato il prodotto e ne è divenuto una concausa, con tutte le funeste derive che vi si sono innestate, tra le quali la gigantesca catasta di morti e di sfollati e dunque la tragedia migratoria che ha investito l’Europa.
LE COLPE AMERICANE. La nascita dell’Isis, non dimentichiamolo mai, in Iraq, chiama in causa la devastante guerra americana anti-Saddam e l’altrettanto devastante gestione, americana e irachena, del post dittatura, con il suo corredo di scontro settario sunnita-sciita. Chiama in causa al Qaeda, da cui si è staccata, come si è detto, e che ci rimanda all’Afghanistan. Chiama in causa la disattenzione occidentale, americana in particolare, di fronte all’impressionante avanzata dell’Isis che, celebrata con la nascita del Califfato del giugno 2014, ha messo in moto una strategia di contrasto solo dal successivo settembre e con modalità claudicanti, per usare un eufemismo, almeno fino all’intervento russo (fine settembre 2015).
E oggi l’Isis è componente di un garbuglio di criticità in cui entrano la crisi di credibilità del premier Abadi, la grave crepa sunnita-sciita scavata dall’azione perversa delle milizie iraniane, un nascente contrasto inter-sciita, l’agenda americana e dei suoi alleati che si incrociano con le ambizioni turche avversate da Mosca, la sfida dei curdi, eccetera.
Uno scenario comunque inquietante.

Il richiamo della spirale stragista di Assad

Bashar al-Assad, presidente della Siria.

L’Isis è entrato in Siria al pari delle altre, numerose formazioni jihadiste che vi si sono affollate nel tempo, richiamato dalla criminale quanto settaria spirale stragista condotta da Bashar al Assad contro le rivendicazioni riformiste portate avanti per mesi e mesi, a mani nude, da una parte importante della sua stessa popolazione.
Non vi è intervenuto invece l’Occidente, che non avendo saputo/potuto approfittare del momento di maggiore debolezza di Bashar si è reso di fatto complice della sua deriva bellica sempre più marcatamente settaria.
NEGOZIATO IN STALLO. Deriva che ha trovato propulsione nella rinuncia di Obama a “punire” Bashar per l’uso dell’arma chimica ed è andata degenerando nella misura in cui si è gradualmente attribuito allo stesso dittatore la caratura di “male minore” rispetto al terrorismo Isis e Al Qaeda.
Intanto il “negoziato di pace” è di nuovo in stallo mentre proseguono le tante battaglie di sempre, ben al di là del dichiarato bersaglio comune dell’Isis, che in realtà comune è solo in parte. Per questo forse sfugge che, fino a quando Bashar resterà al suo posto, il Paese non troverà le condizioni di partenza per un serio tentativo di stabilizzazione.
La possibile perdita di Raqqa, la roccaforte siriana dell’Isis, può rappresentare un contributo in quella direzione, ma a poco servirà se Mosca e Teheran non si decideranno a far fare ad Assad un passo indietro.

Il caos tra Tripoli e Tobruk fa il gioco del Califfato

Un miliziano libico combatte alle porte di Sirte, la roccaforte dell'Isis sulla costa nordafricana.

In Libia l’Isis si è innestato su un nucleo estremista locale per poi prenderne la guida e sfruttare il caotico vuoto di potere creatosi nel corso del 2014 con la spaccatura tra Tripoli e Tobruk.
Avamposto relativamente modesto – tra i 3 e i 6 mila effettivi – avrebbe potuto essere spazzato via da tempo se solo Tobruk e Tripoli avessero messo assieme anche solo una parte della loro rispettiva forza militare.
Ma, a dispetto dell’adagio per il quale il nemico del mio nemico è mio amico, questa alleanza non si è materializzata neppure in termini tattici, perché Tobruk continua a essere ostaggio di un signore della guerra, il generale Haftar, che vuole essere parte decisiva nel governo di unità nazionale guidato da Serraj, ovvero dominus di una Cirenaica a sé stante, complici le ambizioni degli alleati che lo sostengono (Cairo e Francia, in primis).
L'INERZIA DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE. Conclusione? I principi attivi del terrorismo e le crepe in cui sta franando il Medio Oriente continuano ad alimentarsi reciprocamente e stentano a trovare nella comunità internazionale una capacità di risposta proporzionale alla sfida che ne deriva.
E l’Isis, ancorchè indebolito, ne trae profitto con una minaccia di tributo di sangue cui è difficile riuscire a sottrarci.
Il contesto resta dunque critico anche se qualche risultato positivo lo si sta raggiungendo.

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