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MAMBO 20 Giugno Giu 2016 1022 20 giugno 2016

Renzi o Di Maio? Per gli italiani non c'è differenza

La débâcle Pd dimostra che per gli elettori il premier non sembra migliore del leader M5s.

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Luigi Di Maio e Matteo Renzi.

Prima di fare l’analisi del voto (facilissima), gli esperti dovranno accettare il vero significato della vittoria grillina.
Questi - anzi queste - non vengono da Marte, moltissimi elettori li considerano come se stessi, hanno fiducia in queste facce di sconosciuti e soprattutto non credono che coloro che hanno sconfitto siano una classe dirigente in senso storico.
Non ce l’ho con alcuno. Conosco il valore di Piero Fassino e la generosità di Giachetti. Ma il senso della loro sconfitta è meno rivoluzionario di quel che si dice. Non sono stati mortificati perché esponenti di una nomenklatura, (anche se in Fassino ha giocato la testardaggine con cui cerca sempre la prima fila senza darsi mai un anno sabbatico).
DI MAIO ORMAI GIUDICATO ALLA PARI DI RENZI. Sono stati sconfitti perché Virginia Raggi e Chiara Appendino sono sembrate pari a loro.
E alle prossime politiche quello che a molti di noi pare lo sguarnito Luigi Di Maio a molti elettori apparirà culturalmente, emotivamente e tecnicamente preparato come Matteo Renzi. O Renzi già appare come lui.
Voglio dire che il “non” primato dei partiti ha portato alla fluidità della classe dirigente, largamente sostituibile perché non è classe dirgente. Solo i più timorosi, i più affezionati al proprio campo temono sfracelli da questo o da altri voti. Molti pensano che non sono stati battuti né Petroselli, né Novelli e che a capo del governo c’è uno che non appare meglio di Di Maio.
L’analisi del voto può finire qui.
Il miracolo a Milano , vantato come successo renziano, non lo è perché senza la sinistra radical non ci sarebbe stato e perché la vittoria di mister Expo è frutto di una logica di coalizione che uccide sia il Partito della nazione sia quello a vocazione maggioritaria.
HA PERSO SOPRATTUTTO IL SEGRETARIO DEI DEM. Il Pd che ha perso non è della Ditta ma di Renzi, e con il premier hanno perso anche tutti coloro che sono stati nevroticamente ingaggiati da lui in una battaglia di delegittimazione. Certo la sinistra, che ha combattuto in prima fila questa battaglia elettorale, è stata quotidianamente sospinta fuori dal recinto del partito. Alcuni se ne sono andati, senza costruire alcunché perchè fuori c’è il nulla. Ai rimasti è toccato camminare rasente i muri perché il lanciafiamme sono due anni che viene sparato, tranne che contro i poteri forti del partito, cioè i signori delle tessere.
Però ha perso soprattutto il Pd di Renzi che ha sprecato in pochi mesi quel 40% che ci aveva fatto sognare.

Il Partito democratico decida e dica chiaramente quale è la sua vera anima

Nella sconfitta di Renzi ci sono diversi elementi. Chi ha girato nelle città - ne basta una, Roma - sente che c’è odio verso di lui. Scrivo proprio il termine “odio” per promesse non mantenute, per l’arroganza del dire, per la cricca che ha portato al potere, perché non puoi umiliare chi ha storia diretta o storia ereditata di sinistra per 20 mesi giorno dopo giorno e sperare che questi ti votino. Molti nemici in politica vuol dire molto disonore.
Ora che si fa? Ci si avventa sul segretario Pd e lo si costringe alla resa? Stupidaggine in sé, poi Renzi non ha la generosità del leader che sa farsi da parte - ha un sistema di potere che ha appena insediato e che chiede la difesa estrema - piuttosto avvelena i pozzi.
GLI ELETTORI NON VOGLIONO LA GUERRA CIVILE NEL PD. Il partito chiamato Pd, a cui guardano anche tanti che non lo hanno votato più, non vuole una nuova guerra civile. Se il premier vuol fare il generalone serbo o croato, facciamolo giocare da solo. La gente di sinistra vuole una pace interna vera, fondata su poche cose: dite chi siamo, dite che cosa volete fare del Paese, dite con chi. Tutto qui.
Sono domande a cui Renzi non risponde. Il suo partito non esiste nella società italiana, è rifiutato. La sua destra-sinistra è un‘anticaglia ideologica. Bernie Sanders ha abbattuto il mito della rottamazione. Come si vede la gente è disposta, tragicamente, persino ad avventure ultra-ideologiche (i 5 stelle delle scie chimiche) perché vuole una visione.
L’equivoco che ci portiamo come sinistra, dal 1989, è che non si può essere né carne né pesce: non funziona, non ha mai funzionato.
A Napoli dicevano, mi raccontava un vecchio sindacalista, «o se fotte o se vasa, tutte e due le cose insieme non le puoi fare».
Il Pd è un partito centrista che guarda moderatamente a sinistra? Lo dicano e lo facciano. Il Pd può diventare invece il prototipo del socialismo democratico del futuro con al centro libertà e lotta alle diseguaglianze.
È il tema di un prossimo libro di Enrico Rossi.
Il partito è una comunità di persone ragionanti, non una corte dei miracoli che raccoglie futuri assessori e scambisti di voti.
DISASTRO ASSOLUTO DEL PREMIER A NAPOLI. Napoli è una vergogna. È una vergogna come è stato trattato Antonio Bassolino. Non serve il lanciafiamme, serve solo che la gente che sta attorno Renzi non si avvicini alla città partenopea. Il partito deve essere partecipato, non è un gioco di parole, deve prevedere leader in gara non uno che si è auto-proclamato Unto dal Signore. Non lo è e, insisto, molti non pensano che Di Maio possa fare più danni di Renzi, hanno fatto le stesse scuole, cioè nessuna.
Il Pd deve evitare lo scontro referendario come lo scontro di Dio. I due fronti contrapposti si facciano proposte di incontro così chi vince potrà garantire l’altro.
Sennò vincerà non il 'No' nel merito ma il 'No' politico.
Renzi si calmi, ma si calmino anche quelli della Costituzione più bella del mondo che stanno logorando il Paese come il loro avversario.
E poi, ma non ultima e meno importante cosa, il Pd deve essere il partito delle persone civili , non l’astanteria dei leader guappi.
Guapparia la cantava meglio Merola, Mario.

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