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ANALISI 20 Giugno Giu 2016 1636 20 giugno 2016

Serracchiani, il tramonto della rottamatrice

Ha perso come numero 2 del Pd. E come governatrice del Friuli-Venezia Giulia. La parabola del vicesegretario dem. Stretta tra difesa del governo e interessi locali.

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Non c'è verso - cambiato o meno. Che la si veda come una competizione locale o nazionale, Debora Serracchiani alle Amministrative ha perso.
Ha perso come vicesegretario del Pd e, doppiamente, come governatore della regione Friuli Venezia Giulia, dove Pordenone e Trieste hanno voltato le spalle ai sindaci uscenti del centrosinistra.
E la si può immaginare a guardare con invidia Lorenzo Guerini, che con lei condivide il ruolo di numero due, ma ha la fortuna di essere lumbàrd e di poter brindare all'espugnazione di Varese e alla tenuta di Milano, argine del Piave.
A chi le chiede se, dopo i risultati dei ballottaggi, si profili uno scossone in segreteria, Serracchiani risponde: «Ho sempre detto che non sono attaccata a nessuna poltrona», anticipando le malignità implicite, per cui se una poltrona deve saltare è la sua.
Ma nell'attesa della resa dei conti in direzione, sposa la linea del premier: «Il partito è cambiato troppo poco».
Poco, certamente, rispetto a lei, passata dall'Amelie rottamatrice del 2009, che con parole nette rompeva l'atmosfera affettata dell'assemblea dei circoli Pd, al megafono governativo di questi giorni.

  • Il discorso del 2009.

PARABOLA DI UNA ROTTAMATRICE. Allora diceva: «Dobbiamo superare protagonismi e personalismi». Oggi si ritrova a difendere Renzi da chi gli imputa l'eccesso di personalizzazione.
Allora accusava i dirigenti Pd di protagonismo, di parlare sempre con l'io e non con il noi. Ma protagonismo e correntismo ci sono ancora, ridotti a una ditta ammaccata e a 50 sfumature di renzismo.
Di quella orazione in faccia a Dario Franceschini, l'unico che Serracchiani salvava prima che lo salvasse anche Renzi affidandogli la poltrona del Mibact, resta il principio delle scelte chiare: «Il partito deve decidere a maggioranza», spiegava Serracchiani, «anche a costo di mandare a casa qualcuno».
Il resto – i circoli da consultare nella selezione dei candidati alle Europee, il referendum consultivo per far scegliere la base sui temi etici e, per qualcuno, anche quel «non possiamo riconoscerci in chi affronta la crisi economica solo prendendola più allegramente» - si è perso per strada.
E che dire dell'ormai celebre intervista a Repubblica? «Il governo con Alfano è un incubo, ma era l'ultima fermata. Per fortuna non devo votare la fiducia».
Era il 2013, governo Letta, e la Serracchiani di quell'esecutivo diceva: «Dispiace non sia esteso ai 5 stelle». E, aggiungeva, serve a fare le riforme, ma poi si va a elezioni anticipate.

Debora Serracchiani.

La scomoda posizione di dover difendere governo, partito e interessi locali

Tre anni fa poteva permettersi un eloquio ben più diretto di quello che le concede il ruolo istituzionale.
In più la governatrice del Friuli si trova nella scomoda - anche se volontaria - posizione di doversi dividere tra scena nazionale e responsabilità regionale, di dover difendere il governo, il partito e gli interessi locali.
E, sotto il paravento dello storytelling, il dialogo con le amministrazioni locali dell'esecutivo non è certo idilliaco. Basta ascoltare le parole di Virginio Merola - «Bisogna ripartire dalle città» - o di Leoluca Orlando, all'attacco del governo che taglia fondi e non rispetta l'«autonomia dei primi cittadini».
A livello locale, il Pd ha incassato una sonora sconfitta. Ancora più cocente perché dietro ai candidati di Pordenone e Trieste c'erano Serracchiani ed Ettore Rosato, il capogruppo alla Camera, con cui il premier ha sostituito Roberto Speranza, il nemico in casa, che oggi la minoranza candida a segretario.
IL CASO TRIESTE. Capita, si dirà. Eppure l'allarme era stato lanciato. A sfidare alle primarie triestine Roberto Cosolini, infatti, si era presentato all'improvviso il senatore Francesco Russo. Sosteneva che, secondo i sondaggi commissionati dal partito, il sindaco uscente non avrebbe vinto. «Avevo chiesto», ha dichiarato al Messaggero del Veneto, «di discutere quel documento in assemblea provinciale». Nessuna risposta.
Russo diceva anche che «l'establishment del mio partito ha completamente perso il contatto con la realtà».
L'establishment, costretto alle primarie, ha vinto prima e perso poi. Abbiamo preso decisioni buone 'per' la città, ma spesso non 'con' la città, è stata la spiegazione. Che non spiega granché.
E si è persa, dopo 15 anni, anche Pordenone, la città che fu governata dal vice della Serracchiani, Sergio Bolzonello.
CONTRADDIZIONI SU TRIVELLE E LAVORO. Se Renzi si sdoppia, premier e segretario, la Serracchiani è una e trina. E per difendere l'esecutivo, cioè la segreteria, spesso si smentisce.
Il referendum sulle trivelle? Nel 2012 manifestava con i No Triv e nel 2016 dice che le problemacità sono state superate grazie alle nuove norme del governo.
Nel 2011 difendeva l'articolo 18, nel 2015 il Jobs Act.
Da sempre, però, è una sostenitrice della Leopolda, che ha battezzato con Renzi e Civati. Anche se è la Leopolda a non essere più la stessa.
Renziana di governo, la più autentica fuori dal Giglio Magico, è diventata anche renziana di lotta, scivolando sul nuovo corso della propaganda democratica.
Quando le si fa presente «Avete imbarcato Verdini», replica: «Non abbiamo imbarcato Verdini», versione politica del cinematografico «Gobba? Quale gobba?».
L'ATTACCO SCOMPOSTO ALLA RAGGI. Ma l'uscita che ha fatto più rumore è stata la scomposta reazione dell'ultimo giorno di campagna elettorale.
Mentre Trieste stava per cadere, Serracchiani era concentrata a dare della bugiarda a Virginia Raggi.
È stata tra i primi, infatti, a postare un video (grossolano) contro la candidata a 5 Stelle.
Metodi, seppure sempre più utilizzati dal nuovo apparato della comunicazione dem, che non le erano mai appartenuti.
Ma sarà la Serracchiani quater, quella che forse pagherà la sconfitta nella direzione Pd.

  • Il video contro Virginia Raggi.

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