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EDITORIALE 21 Giugno Giu 2016 1143 21 giugno 2016

Illusione finita: Renzi è il vecchio che avanza

Lo storytelling del politico innovatore alla fine s’è rivelato per quello che è: una finzione.

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Matteo Renzi.

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, dopo il risultato dei ballottaggi s’è capito perfettamente. Matteo Renzi è innanzitutto una vittima di se stesso. Più nello specifico, di una schizofrenia che lo rende incendiario di giorno e pompiere di notte.
Vittima, anche, del suo ambizioso (ma ormai meglio definirlo pretenzioso) racconto del mondo di cui si è invano attesa la necessaria ricaduta nella realtà. Forma e contenuto, prima o poi, devono trovare un punto di incontro. Se questo non avviene, si resta eternamente prigionieri di un’illusione. Ed è quello che è successo al premier.
La rêverie renziana, secondo lui misconosciuta da gufi e detrattori, è così rimasta un paradigma estetico senza mai diventare politico.
UN PREMIER SCOLLATO DALLA REALTÀ. A un certo punto lo scollamento tra reale e virtuale è diventato insostenibile. Fossimo nel presidente del Consiglio, di questo ci preoccuperemo, più che dello stato del partito, della sua crisi di rappresentanza e presenza nel territorio. La minoranza dem che si appresta a chiedergli conto della sconfitta è condannata dalla inconsistenza della sua proposta a restare fuorigioco, non costituisce dunque per lui un perciolo se mai un estemporaneo intralcio.
Lo storytelling del politico innovatore che vuole rivoltare come un calzino il Paese alla fine s’è rivelato per quello che è veramente: una finzione.
Peggio, alla lunga Renzi ha mostrato di essere ben altro da quello che prometteva: non un visionario che brandendo merito e innovazione vuole cambiare le cose, ma uno spregiudicato gestore del potere che mira a sostituire il vecchio con un nuovo ordine che però risponde alle stesse logiche.
Così lo spoil system nelle istituzioni e società pubbliche si è tradotto in una semplice ricambio dell’establishment con uomini la cui fedeltà faceva premio sulla competenza. Obbedendo in più a un criterio di genius loci teso a privilegiare la fiorentinità di amici e sodali.
L’obiezione che i sostenitori della prima ora continuano a fare è che comunque Renzi ha rappresentato una soluzione di continuità nell’asfittico e immobile scenario della politica italiana.
LA FORZA DEL CAMBIAMENTO SI È SGONFIATA. Mettiamola così: fin che nella somma algebrica di pensiero e azione prevaleva il segno più, il renzismo aveva una sua ragion d’essere. Nessuno si illudeva che la mediazione talvolta al ribasso, in un quadro di atavica difficile governabilità dell’intero sistema, di colpo avesse perso senso nell’agone politico. Ma il tasso di innovazione faceva di gran lunga premio sugli elementi di compromesso inevitabili nelle fasi di transizione.
Nel momento in cui la somma è diventata negativa, la forza del cambiamento si è inevitabilmente sgonfiata e il suo appeal presso chi l’aveva convintamente sostenuta è venuto meno.
Il premier oggi sconta più di tutto questo: l’averci dato di sé un’immagine che alla prova dei fatti non corrisponde al vero, l’aver spacciato per alterità ciò che invece, magari celato dietro la seducente affabulazione, non era altro che prosecuzione del vecchio ordine.
Sconta anche, ma questo è un altro discorso, una quasi insormontabile difficoltà a cambiare rotta, a modificare un’indole che fa dell’autostima un valore assoluto.
Solo che la società si è fatta molto più smaliziata, e di certe cose si accorge prima: questo spiega perché l’illusione berlusconiana sia durata per più di un decennio - per la gran parte con alle spalle il vento di un'economia espansiva - prima di evidenziare le sue incrinature, e perché invece per Renzi siano bastati due anni a smascherare l’inganno.


Twitter @paolomadron

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