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VERSO IL VOTO 22 Giugno Giu 2016 0937 22 giugno 2016

Brexit, il referendum mette i figli contro i padri

Gli under 34 legano il loro futuro alla libera circolazione di merci e persone. Quarantenni e 50enni difendono i privilegi. Il voto spacca in due il Paese.

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Figli contro i padri. Imprese innovatrici contro hard economy. Futuro contro tradizione.
La Brexit si sta tramutando anche in una guerra generazionale che, indipendentemente dall’esito del voto sull’uscita dall’Europa, ha già spaccato in due il Regno Unito.
I fautori del remain sono tornati a sperare perché, dopo il barbaro omicidio della deputata Jo Cox, gli under34 sono corsi in massa a registrarsi al voto.
I sondaggi su questo fronte sono abbastanza netti: più del 50% tra i giovani vuole mantenere intatto il rapporto con l’Europa, anche se non sa ancora se si recherà alle urne.
IL FRONTE DEI YOUNGERS. Sono due le motivazioni che spingono le fasce più giovani a schierarsi contro la Brexit. Innanzitutto sono stati formati in un Regno Unito che ha abbandonato via via l’industria manifatturiera per sviluppare servizi all’avanguardia.
L’Inghilterra di oggi è, soprattutto a Londra, finanza, high tech, logistica, ricerca per farmaci miracolosi. Tutto questo può essere rivenduto a caro prezzo in quella stessa Europa (Germania in testa) che negli anni della crisi non ha scalfito il suo patrimonio e ha continuato ad alzare i suoi livelli di vita.
In fondo è quello che sta mettendo in pratica David Cameron dall’inizio del suo mandato: spingere la Ue a liberalizzare i mercati nazionali, sapendo di poter offrire ai suoi vicini un prodotto migliore dei concorrenti.
Il che non sarebbe più possibile se passasse la Brexit. Al di là delle scaramucce elettorali, la Germania ha già minacciato una chiusura completa in caso di uscita dalla Ue.
IL PREZZO DELLA STERLINA DEBOLE. Gli under 34, che già oggi scontano condizioni di welfare peggiori dei loro padri, poi guardano con terrore all’indebolimento della moneta.
Con la Brexit è facile ipotizzare che il grosso degli investitori e delle aziende porterà fuori dai confini inglesi i soldi investiti nel Paese.
La sterlina s’indebolirà e tutto, iniziando dal petrolio, sarà più caro.
Non è un caso che gli europeisti più accesi facciano notare ai più anziani che una spirale inflazionistica causata da un pound debole eroderebbe gli alti stipendi o le pensioni e, nel contempo, farebbe crollare il valore delle loro abitazioni.
Ma il discorso ha scarso effetto su questa fascia di popolazione, che secondo gli ultimi sondaggi è schierata per oltre il 60% in favore dell’uscita.

Il nemico è il welfare garantito ai cittadini comunitari

Il nemico è il benefit tourist: il welfare garantito ai cittadini comunitari che (in oltre 1,6 milioni) hanno superato la Manica negli ultimi 10 anni, portando quel know how indispensabile per fare del Paese il regno della soft economy.
Proprio nell’ultimo decennio gli inglesi hanno iniziato a fare i conti con problemi noti nel Continente e sconosciuti a loro: le liste d’attesa agli ospedali, il costo della vita sempre più alto, affitti che erodono i salari.
Quanto questo sia da imputare alla corsa a vivere a Londra e quanto alla crisi è difficile da dire. Resta il fatto che la middle class inglese sembra lontana dalla swinging Uk degli ultimi anni.
UN PAESE DIVERSO. Non ci sono nella voglia di staccarsi dalla Ue soltanto l’antieuropeismo e la difesa delle proprie rendite: c’è una diversa concezione del Paese.
Agli inglesi non piace pensare che il loro diritto – totalmente diverso da quello di ispirazione romana che vige nel Vecchio continente – debba sottostare alle decisioni di istituzioni e corti comunitarie.
Vedono le normative su ambiente, pari opportunità tra uomo e donna e ore lavorative come un freno allo sviluppo.
Sperano, soprattutto, che cambi il modello economico troppo schiacciato sui servizi.
L’AZZARDO DEGLI ESPORTATORI. Lo scorso anno l’industria automobilistica locale (quasi interamente in mano straniera) ha venduto oltre un milione e mezzo di veicoli.
Il Paese è saldamente leader nella chimica, nella farmaceutica, nella difesa e nell’aerospazio.
Il Footsie1000, dove sono molti forti i petroliferi, ha una capitalizzazione superiore alla media.
Questo perché – nonostante il ministero del Tesoro britannico abbia paventato un calo di Pil di 3,6 punti soltanto nel prossimo biennio o le minacce di dazi tedeschi – si scommette su un boom delle esportazioni legato a un indebolimento della sterlina.
CHI RESTA, CHI VA. Se il Regno Unito votasse a favore dell’opzione leave, sarebbe facile immaginare una fuga di cervelli verso l’Europa o l’America. C’è chi come il ministro francese dell’Economia Macron ha già annunciato ponti d’oro per chi in questi anni ha fatto di Londra un colosso della finanza o dei servizi professionali.
Resteranno i manager 40enni o 50enni che hanno saputo indirizzare il loro know how verso la produzione di beni più innovativi e che adesso possono far valere sul mercato del lavoro la loro esperienza.
Partiranno i figli, mettendo a frutto quello che hanno imparato. Resteranno i padri, garantiti dai ricchi stipendi e convinti che il loro benessere li possa proteggere dall’ondata di carovita che potrebbe sommergere il Regno Unito in caso di Brexit.

Twitter @FrrrrrPacifico

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