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INTERVISTA 23 Giugno Giu 2016 1209 23 giugno 2016

Brexit, il Leave può destabilizzare il Regno Unito

Scozzesi pro-Ue. Gallesi divisi. Nordirlandesi spaccati tra cattolici e protestanti. Il sociologo Luther-Davies: «L’uscita dall’Europa creerebbe una crisi di coesione».

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La mattina del 24 giugno il Regno Unito conoscerà l'esito del referendum sulla Brexit, l'uscita dall'Unione europea.
La vittoria del Leave potrebbe innescare una pericolosa reazione a catena in un continente più che mai assediato da pulsioni populiste e xenofobe, ma anche un violento scossone all'interno del Regno stesso.
Infatti, le altre nazioni sotto la Corona, Scozia in primis, non condividerebbero in toto l'uscita club europeo.
«Gli scozzesi sono in maggioranza favorevoli a rimanere», spiega a Lettera43.it Philip Luther-Davies dell’Università di Cambridge, esperto di sociologia e nazionalismi, «i gallesi sono spaccati e l’Irlanda del Nord si divide tra cattolici pro-Remain e protestanti pro-Leave».
Ecco allora che la Brexit «porterebbe molta instabilità». Con conseguenze imprevedibili.

La prima pagina del Sun pro-Brexit. Nel riquadro, Philip Luther-Davies.

DOMANDA. Lei per cosa ha votato?
RISPOSTA. Per rimanere nell’Unione europea.
D. Se dovesse convincere qualcuno a fare lo stesso, quali argomenti adotterebbe?
R.
Fondamentalmente ne userei tre. Il primo è che non mi sento a mio agio a decidere all’improvviso sui diritti degli europei che vivono nel Regno Unito e degli inglesi che vivono in Europa. La loro situazione cambierebbe drasticamente.
D. La seconda argomentazione?
R. Si basa sul nazionalismo inglese. Il fronte favorevole all’uscita è mosso da una posizione nazionalistica, un rimasuglio della mentalità da vecchio impero britannico.
D. Il Regno Unito, però, comprende anche scozzesi, gallesi, nordirlandesi: come si pongono loro?
R. Gli scozzesi sono in maggioranza favorevoli a rimanere, i gallesi sono spaccati e, fatto interessante, secondo un recente studio, l’Irlanda del Nord si divide tra cattolici pro-Remain e protestanti pro-Leave.
D. Un’uscita dall’Ue potrebbe creare una crisi di coesione del Regno Unito?
R.
Sì, non immediata, ma nel medio o lungo termine. Una cosa è certa: porterebbe molta instabilità.
D. Parlava di tre argomentazioni a favore della permanenza in Ue. Qual è la terza?
R. È un semplice ragionamento di realpolitik. La reazione dell’Europa, e in particolare della Germania, a un’uscita del Regno Unito si prospetta feroce. Quello che è successo in Grecia l’anno scorso dovrebbe insegnarci qualcosa.
D. La sinistra inglese sembra essere divisa sulla Brexit, un po’ come la sua controparte conservatrice.
R.
Sì, ma per gli indecisi di sinistra dovrebbe suonare come un campanello d’allarme il fatto che i nazionalisti xenofobi sono favorevoli all’uscita.
D. Lo stesso leader del Labour, Jeremy Corbyn, però non è mai stato un grande sostenitore dell'Unione.
R. Certo, ma sempre partendo dalla critica di un’Europa dominata dal neoliberalismo. Ora è riuscito a creare un fronte nel suo partito favorevole a rimanere, ma con posizioni progressiste.
D. L’idea di indire un referendum nasce dal premier David Cameron: come mai?
R.
Nasce dal suo bisogno di risolvere il problema di unità tra i Tory, che come ben sappiamo sono molto divisi sulla Brexit. La sua è stata una mossa gratuita, spericolata e ne pagherà le conseguenze.
D. Cameron, ora paladino del Remain, è stato sempre molto critico nei confronti dell’Ue e rigido sul tema dell’immigrazione.
R.
Sì, sono lui e i suoi alleati ad avere seminato il morbo della divisione nel Paese e ora ne stanno raccogliendo i frutti. Penso che il premier dovrebbe dare le dimissioni subito dopo il referendum.
D. Lui però ha già detto che non lo farà. E poi, nel caso vincesse il Leave, chi arriverebbe al suo posto?
R. È prematuro. Si dovrebbero indire nuove elezioni. Non bisogna dimenticare anche che il risultato del referendum non ha uno status legale.
D. In che senso?
R. Anche se vincesse la Brexit, poi ci vorrebbe un voto ufficiale in parlamento, quindi sarebbe cruciale valutare la forza dei due distinti fronti a livello parlamentare.
D. Uno dei 'no' più fermi all'uscita dall'Ue arriva dalla City, culla della finanza.
R.
Questo è fisiologico. Ma sostenere l’uscita solo perché certi interessi oligarchici si schierano contro è un po’ superficiale.
D. Il referendum sta rafforzando la posizione di Nigel Farage, leader dell'Ukip?
R. Nelle elezioni politiche aveva raccolto 4 milioni di voti, ma il sistema elettorale inglese non gli aveva concesso una grossa fetta di membri nel parlamento. Ora ha ottenuto una grande esposizione mediatica.
D. Che opinione ha di lui?
R. A parte le ovvie stonature xenofobe, devo ammettere che non tutto quel che dice è sbagliato.
D. Per esempio?
R. Mi piace una sua specifica proposta: la possibilità di richiamare un membro del parlamento.
D. Nei casi di corruzione?
R. Certo, ma non solo. Anche nel caso, grave e frequente, in cui non si rimane fedeli al programma per cui si è stati eletti. Passare cinque anni in parlamento a spese degli elettori per poi tradire le loro aspettative è inaccettabile.

Twitter @AttilioWhite

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