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OPINIONE 23 Giugno Giu 2016 0828 23 giugno 2016

Grillo e Trump, figli dello stesso imbarbarimento

Entrambi rispondono all'abbassamento dello spirito critico collettivo. Lo specchio? Il web.

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Beppe Grillo e Donal Trump.

È così difficile capire che Beppe Grillo è identico a Donald Trump?
Pare di sì, tanto che nel dibattito politico sui media dopo la clamorosa vittoria dei 5 Stelle a Roma e Torino nessuno ha ragionato su una similitudine assai feconda per l’analisi.
Questo non perché siano dei guitti, l’uno e l’altro. Non perché usino termini volgari, ma per una ben diversa ragione: segnalano la sostituzione delle tradizionali forme di organizzazione del consenso popolare con un radicale, totale abbassamento dello spirito critico collettivo, con parole d’ordine primordiali.
Con sentimenti, invece che con ragionamenti.
L'IMBARBARIMENTO DEI PROGRAMMI. In altre parole, corrispondono perfettamente al mood della Rete che ha imposto l’ultimo, definitivo, allargamento della democrazia verso il basso. Ben più di quanto non abbia fatto la televisione.
La Rete, infatti, possiede un elemento di novità dirompente: è interattiva. Simula, più che garantire un ritorno, una circolazione nei due sensi delle idee e dei concetti.
Ma manca di un elemento fondamentale: non ha, non può avere filtro.
È discorso, logos puro, senza ragion critica. Con conseguente imbarbarimento non tanto e non solo del linguaggio, quanto dei concetti e dei programmi.
L’uno e l’altro, Grillo e Trump, sono per di più, e non a caso, paladini di una politica che nega le alleanze, la tattica, la mediazione con altre forze (Trump, in questo, è ineguagliabile: non riesce ad allearsi neanche con il suo partito).
PARTITI SVUOTATI E ANNICHILITI. I due ci spiegano insomma che, 25 anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e 27 dopo la caduta del Muro di Berlino, la fine, l’usura, il superamento delle ideologie otto-novecentesche sommato all’irrompere nella quotidianità di ogni civis della Rete hanno prodotto lo svuotamento, l’annichilimento delle forme storiche che supportavano quelle ideologie: i partiti.
Questa è la novità epocale che contagia tutto l’Occidente democratico e che si è manifestata nell’intreccio tra la rivoluzione del processo di formazione delle idee e delle scelte prodotto dalla Rete e dai miliardi di siti di Facebook con il fuoco devastante della crisi economica iniziata nel 2008.
Non a caso, il primo Paese in cui si sono dissolte le “forme partito” storiche, è stata la Grecia con Syriza, poi è stata la volta dell’Inghilterra con l’Ukip di Nigel Farage (sponsorizzato dal M5s) che ha minato il più antico bipartitismo democratico e ora rischia di fare lo stesso con l’Unione Europea; e ancora la Spagna di Podemos, l’Ungheria, una serie di altri Paesi (unico a resistere, a stento, la Germania) e infine l’Italia.
L'EMERGERE DELLA FIGURA DEL GURU. Certo, è difficile correggere il tiro di un inerziale dibattito interno al Pd, inquinato dalle posizioni di chi pretende di discutere di questa crisi epocale imponendo a Renzi di dismettere la doppia carica di premier e di segretario del partito. Logica da Politburo.
Ma se solo si guarda a Trump, si capisce che la dinamica di questo passaggio è radicale e deve essere compresa nella sua complessità.
L’emergere egemonico della figura del guru, non del leader, non dell’uomo solo al comando, ma del profeta apocalittico che travolge un plurisecolare sistema di rappresentanza come quello degli Stati Uniti (Paese capace come pochi di radicali riforme costituzionali, peraltro) non è episodica.
È intrinseca alla logica della nuova “piazza”, che elimina l’intermediazione dei media e vede direttamente i cittadini confrontarsi con uno strumento dalle magnifiche caratteristiche, ma dalla nulla capacità critica (come ben spiega Massimo Cacciari).
UNA NUOVA SFIDA. L’intermediazione, la delega politica, il principio stesso della rappresentanza e della delega democratica, su cui si regge tutto l’assetto costituzionale dell’Occidente, sono minati alle radici dalla logica dell’“uno vale uno” che, in apparenza, viene garantita dalla Rete.
Questa è la sfida che hanno di fronte il Pd e tutte le “forme partito” dell’Occidente.
Trovare il modo di coniugare la propria storia, la propria eredità, con l'introduzione della capacità critica nel mondo della Rete è oggi passaggio obbligato.
Anche perché dopo il più che prevedibile fallimento amministrativo della gestione del reale e degli apparati di governo da parte delle affascinanti sindache del M5s, non vi sarà un ritorno al passato, ai partiti e agli schieramenti tradizionali. Ma solo un travolgente assenteismo.

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