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CONSEGUENZE 24 Giugno Giu 2016 1116 24 giugno 2016

Brexit, come cambiano gli equilibri nell'Ue

Si spezza il triangolo tra Berlino, Londra e Parigi sull'economia. Usa più lontani, corsa a una nuova leadership e Pse indebolito: così mutano i rapporti di forza.

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Jean Claude Juncker.

Nei corridoi della Commissione europea da giorni non si sa letteralmente che fare.
Erik Jones, direttore dell'istituto di ricerca politica della John Hopkins University di Bruxelles, studioso e frequentatore delle istituzioni europee, racconta un clima di disorientamento assoluto di fronte a uno strappo che nesseuno sa come gestire.
La Gran Bretagna e i suoi 61,5 milioni di cittadini escono dall'Unione europea, lascia il terzo Paese più popoloso dell'Unione, uno dei più liberali, l'alleato più forte degli Stati Uniti.
POSIZIONAMENTO GLOBALE ED EQUILIBRI INTERNI. E se è vero che le analisi dicono concordi che sarà il Regno Unito a pagare il prezzo economico e politico più alto della Brexit, gli equilibri interni di Bruxelles e l'identità dell'Unione sono destinati a cambiare profondamente.
Con conseguenze dirette sui rapporti di forza tra i leader d'Europa, in primis Germania e Francia, ma anche sulle nostre relazioni con Washington e sugli equilibri politici continentali, con la decimazione dei membri del Partito socialista europeo.

Finisce il triangolo tra Berlino, Londra e Parigi: una nuova stanza dei bottoni

David Cameron, François Hollande e Angela Merkel.

La Gran Bretagna per anni ha fatto da contrappeso alla guida a due di Germania e Francia.
La sua presenza ha influenzato le scelte prese dal direttorio europeo, per alcuni nascondendo i contrasti tra le due rive del Reno, per altri limitando il peso specifico della Francia di fronte a quello più rivelante della Germania.
Con la Brexit, dunque, finisce anche la triangolazione tra Berlino, Londra e Parigi sui dossier economici dell'Unione e per i primi due Stati Ue non c'è più possibilità di nascondersi.
LA PARTITA TRA GERMANIA E FRANCIA. I contrasti in seno al direttorio franco-tedesco potrebbero diventare espliciti. D'altra parte Parigi potrebbe rafforzarsi e Berlino diminuire le tentazioni di leadership solitaria. E potrebbero aprirsi anche nuovi spazi per l'Italia. Non a caso il premier italiano Matteo Renzi ha parlato della necessità di esercitare una «forza tranquilla», citando lo slogan di François Mitterrand, il presidente francese che ha scommesso sull'integrazione Ue. Ma l'accelerazione europeista, anche nell'ipotesi più quotata che coinvolge solo i Paesi fondatori, è tutt'altro che un orizzonte condiviso tra gli attuali leader Ue.
Secondo l'Handelsblatt, la cancelliera Angela Merkel e il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble temono che Roma e Parigi «sfruttino l'incertezza per avanzare nella condivisione dei rischi». In Francia persiste la storica opposizione a ulteriori cessioni di sovranità politica. Nicolas Sarkozy, riferimento del centrodestra transalpino, dato in vantaggio alle prossime elezioni, nel giorno della Brexit ha proposto di creare «un governo economico unico», ma di riportare «tutte le altre competenze» sotto la sovranità dei Paesi membri. Non aiuta, inoltre, che entrambe le capitali siano di fatto in campagna elettorale.
NECESSITÀ DI RIVEDERE I TRATTATI. Sul piano strettamente numerico, poi, la Brexit cambia profondamente anche i rapporti di forza all'interno del Consiglio Ue.
Le nuove regole introdotte nel novembre 2014, infatti, prevedono che il diritto di veto possa essere esercitato da almeno quattro Stati membri che rappresentino almeno il 35% della popolazione.
Regno Unito, Olanda e Repubblica Ceca creavano spesso un blocco assieme alla Germania per stoppare le misure più restrittive per il mercato. Ora questo schema non potrà ripetersi.
«In ogni caso», spiega Jones, «l'Ue ha cambiato i suoi regolamenti ogni qualvolta accettava un nuovo gruppo di Paesi membri, ora che per la prima volta una nazione lascia, bisognerà con tutta probabilità fare lo stesso».

Europa meno liberale, stop al Ttip, più difficili i rapporti con gli Stati Uniti

L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione cambia anche il posizionamento dell'Europa a livello globale.
In caso di Brexit, scriveva pochi giorni fa il Global Council, l'Ue perderà un «influente membro liberale». Il think tank Usa lanciava l'allarme sull'attrattività della nuova Europa a livello globale in un mondo che ha già spostato il suo asse nel continente asiatico.
L'Ue di certo perde il suo ponte storico sull'Atlantico, vantaggioso per certi aspetti ma anche fortemente problematico per l'autonomia di Bruxelles.
«Senza Regno Unito, sarà un'Europa più protezionista», spiega Jones. «Ma anche che farà più difficoltà a negoziare con gli Stati Uniti d'America».
UN NUOVO RUOLO PER ROMA? L'effetto, secondo lo studioso, si sentirà subito sul trattato di libero scambio con gli Usa (Ttip), dossier già complesso, su cui frenano soprattutto Paesi come Germania e Francia e sul quale il parlamento europeo denuncia la mancanza di trasparenza: «I negoziati si interromperanno. Barack Obama che ha già problemi di imposizione della sua linea al Congresso, di fronte allo strappo inglese, deciderà di non proseguire nelle trattative».
Le distanze con Washington rischiano di aumentare. E le elezioni presidenziali del 2017 potrebbero allargare il divario.
L'Italia potrebbe candidarsi a diventare l'interlocutore più favorevole agli Stati Uniti, come già sembra aver fatto sul Ttip, ma non è pensabile rimpiazzare il rapporto tra Londra e Washington.

I socialisti europei si indeboliscono, il centrodestra popolare si rafforza

Da sinistra Achim Post, Diederik Samsom, Pedro Sanchez, Matteo Renzi e Manuel Valls.

C'è infine un aspetto che sembra collaterale, ma che collaterale non è.
L'uscita dei parlamentari britannici dal Parlamento Ue cambia anche gli equilibri di Strasburgo, indebolendo fortemente il partito socialista europeo. «Più che l'assemblea, esce indebolito il suo presidente, Martin Schulz», dice Jones, «che del partito socialista è espressione».
Sembrerà un dettaglio, nello tsunami della Brexit. Eppure, dal voto del 2014, la politicizzazione delle nomine europee è decisamente aumentata, il presidente della Commissione per la prima volta è stato presentato e votato in quanto candidato di partito.
I VERDI PERDONO SEI DEPUTATI. L'uscita della Gran Bretagna significa 20 deputati laburisti in meno sui 188 socialisti eletti e nessun effetto sul Partito popolare europeo, visto che i 21 Tory inglesi eletti tra gli europarlamentari siedono tra i Conservatori e riformisti.
Anche i Verdi perdono sei dei loro membri e l'Edf, il gruppo dell'Europa per la democrazia e la libertà, resta orfano dei 22 eletti dell'Ukip: un'occasione per il M5s di Beppe Grillo di rivedere le sue alleanze già incerte e traballanti.
Ma è la partita tra Ppe e Pse che conta, anche per Palazzo Chigi: oggi per i leader della socialdemocrazia europea arrivare a contare nel Vecchio continente sarà ancora più difficile di ieri.

Twitter @GioFaggionato

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