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ANALISI 24 Giugno Giu 2016 0951 24 giugno 2016

Corbyn e la Brexit: le colpe del leader laburista

Da sempre anti-Ue, ha sostenuto la campagna per il Remain in maniera tardiva. Senza riuscire a dialogare con la working class. La Brexit è anche colpa sua.

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da Bruxelles

Una vignetta sulla Brexit rappresenta il leader laburista Jeremy Corbyn come uno struzzo.

Se c'è un fantasma dietro la Brexit, quello ha il volto di Jeremy Corbyn.
Il 24 giugno il leader del partito laburista all’opposizione parla alla Bbc con voce dimessa e viso pallido, che contrasta ancora di più con il rossore euforico del capo dell'Ukip Nigel Farage, che nello stesso momento davanti alle telecamere propone di indire una nuova festa nazionale: quella per l'Independence day.
Il giorno dell'uscita del Regno Unito dall'Ue, Corbyn invita tutti a rimboccarsi le maniche per evitare il crollo economico e finanziario del Paese, esorta David Cameron ad «agire rapidamente per stabilizzare la sterlina e avviare i negoziati per un nuovo trattato commerciale con l'Ue».
«NON MI DIMETTO». Dice di rispettare la decisione degli inglesi e cerca di capire il voto, sottolineando il fatto che «molta gente è stanca dei tagli e dell'austerity». E soprattutto che «molte comunità si sono sentite isolate, emarginate». Come se l'Ue avesse privato il popolo britannico di quelle attenzioni che il Regno era abituato ad avere. Nel secolo scorso.
Una vignetta che circola in Rete rende l'idea di quello che ha fatto Corbyn in queste elezioni. O meglio di quello che non ha fatto.
Rappresentato con la testa sotto la sabbia come uno struzzo, il leader laburista viene invitato a reagire dopo un lungo sonno.
Ma nonostante la sconfitta, dice davanti alle telecamere: «Non mi dimetto».

Il Labour «non riesce più a trovare argomenti di sinistra»

Jeremy Corbyn, leader laburista.

Corbyn ha aderito alla campagna elettorale contro la Brexit in maniera tardiva e poco convinta. Solo ad aprile ha iniziato a rilasciare dichiarazioni per difendere l'adesione all'Ue: «Faccio appello a tutti, soprattutto ai giovani che vivranno più a lungo con le conseguenze di questo voto, perché scelgano di mantenere il Regno Unito in Europa. Questo è il vostro futuro».
Ma è stato il leader laburista il primo a non credere in quel futuro europeo a 12 stelle. Per quanto in questa campagna elettorale fosse dalla parte dell'Ue, non ha rinunciato a ribadire più volte di essere d’accordo con il suo oppositore, il premier conservatore Cameron, sul fatto che «l’Europa deve cambiare».
Il sostegno del Labour all’Ue era di importanza fondamentale, ma Corbyn è sceso in campo troppo tardi. E con un fardello visibile a tutti: il suo euroscetticismo, che lo accompagna sin dal 1975, quando disse no all’idea di un’Europa unita.
TUTTI I NO DI CORBYN ALL'UE. Ha votato contro l'adesione alla Cee nel 1975, contro il Trattato di Maastricht nel 1992 e contro il Trattato di Lisbona nel 2008.
Anche se non ha mai sostenuto il ritiro del Regno Unito dall'Ue, la sua posizione sulla Brexit è stata definita «agnostica» sino alla scorsa estate. Poi la conversione.
Tra gli argomenti usati per convincere i britannici a votare per il Remain, Corbyn ha ripetuto più volte che l’Ue garantisce «protezione dei diritti dei lavoratori, dell’ambiente e dei consumatori».
Ma, come ha scritto l'editorialista James Forsyth dello Spectator, uno dei motivi della Brexit è stato proprio il fatto che nessun politico di prima grandezza schierato con il Remain sia riuscito a parlare alla working class. Nemmeno Corbyn.
WORKING CLASS ABBANDONATA. Ed è proprio il vuoto lasciato da lui in questa campagna referendaria la prima ragione della sconfitta, che coinvolge anche i laburisti, per quanto questa volta favorevoli all’Europa. A parole.
Paul Mason, economista ed editorialista del Guardian, ha spiegato che il Labour Party non ha più le parole per «spiegare come oggi va il mondo, guardandolo non dalla City ma dai quartieri dell’abbandono, perché non ha più la volontà di pensare e agire secondo altre logiche». E, di conseguenza, «non riesce più a trovare argomenti di sinistra per restare nell’Ue».
Da un lato c'è ancora l’appartenenza politica rivendicata dai leader del partito, dall'altra un Paese sempre più spaccato a metà, con una crescente differenza tra le classi sociali che il Labour Party non è riuscito a intercettare, lasciando anche in questo referendum il suo elettorato di riferimento in balia della demagogia xenofoba di Farage.
Demagogia che sembra aver già conquistato Piers Corbyn, il fratello del leader laburista, acceso sostenitore del Leave, è stato fotografato a un party londinese del capo dell'Ukip.

Twitter @antodem

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