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DAY AFTER 24 Giugno Giu 2016 0737 24 giugno 2016

David Cameron, il fallimento del premier britannico

Cameron ha indetto il referendum per salvare la poltrona. Ma l'ha persa. Ora la Brexit può sgretolare l'Europa. E anche la Gb rischia il caos. Scozia: noi in Ue.

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Qualcuno - certamente tra i britannici - se lo ricorderà ancora, nel 2010, parlare del multiculturalismo e della Big Society, della costruzione di una nuovo Regno Unito, aperto all’Europa, al cambiamento, all’inclusione.
Doveva ancora essere eletto per il primo mandato, allora, David Cameron, e da bravo giovane, da politico consapevole, voleva servire alla nazione una nuova versione dei Tory, rivoluzionando il conservatorismo associato al pugno di ferro e alle battaglie feroci di Margaret Thatcher.
VOLEVA SALVARE LA PROPRIA POLTRONA. Sei anni dopo, il 24 giugno che segna l’alba della Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, quelle promesse e quel David Cameron sono spariti nel nulla, consegnando alla storia l’immagine di un leader debole e fallimentare, disposto a giocarsi il futuro dell’Europa per sedare banali, ancorché furenti, beghe di partito.
Voleva mettere al sicuro la propria poltrona, Cameron, arrivando a indire un referendum sulla permanenza di Londra nella Ue; doveva essere il modo per ancorare se stesso alla guida del Paese e dei Tory a fronte dell’insofferenza crescente dei falchi conservatori (che pure proprio lui aveva almeno in parte scelto) e del peso di nuovi movimenti alla sua destra: Theresa May, già ministro dell’Interno; Boris Johnson, ex sindaco di Londra e, a questo punto, probabile futuro primo ministro; e, soprattutto, Nigel Farage, leader dell’Ukip, il partito indipendentista.
IL SOGNO DISTRUTTO DI UNA GENERAZIONE. Ha scommesso, Cameron, e nel farlo dobbiamo supporre che avesse messo in conto di perdere. Forse, però, non aveva pensato che oltre a perdere il proprio posto avrebbe fatto fallire i sogni anche di una generazione di britannici, che nella permanenza europea avevano creduto e sperato: per ragioni economiche (vedi i grafici sulle conseguenze possibili della Brexit) e di orizzonte culturale, anti-isolazionista, inclusivo, coerente col cambiamento mondiale.
POSSIBILI NUOVI REFERENDUM. E non è il solo prezzo che David Cameron, ex astro che ha annunciato le proprie dimissioni entro ottobre, farà pagare alla nazione. Ci sono almeno tre conseguenze altrettanto gravi, oltre al peso economico e culturale di una scommessa diventata ricatto. Il primo è il rischio che la Brexit galvanizzi gli animi di quegli euroscettici – da Marine Le Pen a Matteo Salvini, passando per i Paesi dell’Europa orientale – che non attendavano altro di un segno lampante per avviare procedimenti simili a casa propria: un effetto domino che potrebbe sgretolare per sempre la costruzione europea, acciaccata, ma ancora importante nel pensare a un futuro di pace e integrazione.
LASCIA UN PAESE DIVISO E FERITO. La seconda conseguenza è lasciare il Regno Unito - fortemente ferito e diviso, come dimostrano i risultati del referendum - in mano a politici fortemente “radicalizzati” quando non xenofobi, con una tendenza all’isolazionismo che inverte la rotta faticosamente tenuta in 60 anni di storia post bellica. Il New York Times segnalava ieri che proprio Boris Johnson è responsabile di aver influenzato un certo modo di raccontare l’Europa nel Regno Unito, evidenzianone unicamente proibizioni e costi, con un accento assurdo e grottesco che è diventato però uno standard di toni per molta stampa britannica.
PROBABILE INDIPENDENZA SCOZZESE. Infine, e non meno grave, dopo aver contribuito a disgregare l’Europa Cameron potrebbe anche distruggere il Regno Unito stesso. Non è difficile infatti immaginare che la Scozia, fortemente europeista, riaccenda a questo punto le proprie pulsioni indipendentiste, per restare ancorata alla Ue staccandosi da Londra. Nel 2014, il referendum sull’indipendenza scozzese è fallito. Ma il 2014, politicamente, è un’era geologica fa.

@geascanca

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