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CONTRORDINE COMPAGNI 24 Giugno Giu 2016 1214 24 giugno 2016

Non c'è da piangere per il crollo di questa Europa

Foraggia Erdogan, non gestisce i migranti, ha affamato Atene. Questa è un'Ue senz'anima.

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Il leader dell'Ukip Nigel Farage esulta alla notizia della Brexit.

All’alba della Brexit, mentre il ghigno di Nigel Farage diventa materiale buono per incubi notturni e Donald Trump salta sul carro dei vincitori tra l’inaugurazione di un campo da golf e qualche selfie ben distribuito («Una grande notizia, i britannici si sono ripresi il loro Paese!»), ci si rammarica, noi giornalisti, del rischio di disgregazione dell’Europa.
NON PIANGIAMO PER QUESTA UE. Si scrive diligenti del possibile effetto domino, si valutano le conseguenze economico-finanziarie, si misura l’indebolimento dell’Unione europea e delle sue istituzioni.
Ma per quale Europa ci stiamo dispiacendo, esattamente? Qual è l’Europa che non vogliamo vedere indebolita: quella che foraggia miliardi al despota Erdogan perché tenga i migranti lontano dai nostri giardinetti o quella che ha messo in ginocchio la Grecia portandone la popolazione alla fame? Quella che ha rifiutato l’unione fiscale o quella che ha fatto l’ex presidente di un paradiso fiscale (il Lussemburgo) presidente del proprio governo, a imporre trasparenza ad altri?
BUONE RAGIONI PER USCIRE. Fuor di retorica, bisogna essere chiari: il crollo di questa Europa non può essere così triste e disarmante. Questa Europa, insieme con molti egoismi e bugie diffuse ad arte, è una delle ragioni per cui il 54% dei britannici (anche se sarebbe meglio dire degli inglesi, considerati i flussi elettorali) ha scelto di andarsene. Lo scriveva – magnificamente – Jack Shenker qualche giorno fa su Medium: «Ci sono serie e fondamentali obiezioni all’Unione europea come attualmente è, […] e la sensazione è che molti possano votare Remain solo perché sembra la cosa più progressista da fare, e perché sono scioccati dal tasso di razzismo tossico della campagna del Leave». Touché.

Maastricht, euro, crisi del debito: le origini della disfatta Ue

Dopo le dittature, la guerra mondiale e il rischio che l’Italia finisse nella metà comunista del mondo, il patto europeo sembrava l’unico modo per garantire un futuro di pace e prosperità. L’Ue doveva essere la versione al di qua dell’Oceano degli Stati Uniti: un continente vario e immenso, ricco tanto di paesaggi quanto di opportunità, capace di mettere insieme il meglio e lavorare congiuntamente per eliminare il peggio. Il mercato unico, Schengen, l’Erasmus. Il tunnel sotto alla Manica, il ponte di Oresund, il Corridoio Cinque.
L'EURO TROPPO A MISURA TEDESCA. La frana, probabilmente, ha iniziato a staccarsi a Maastricht, con la firma di quei parametri che sono diventati paletti troppo stretti, e troppo inadatti a tempi e diversità tra nazioni. Si è acuita con l’euro, una moneta tagliata su un Paese – la Germania – e subìta dagli altri (ironia della sorte: si voleva l’euro per togliere a Berlino il supermarco; abbiamo finito con dar loro il super euro).
TANTI ERRORI CON LA GRECIA. L'idea di Europa ha cominciato a rotolare irrimediabilmente con la crisi del debito e con il disastro della Grecia. La slavina ha investito tutto, perché nel frattempo tutto peggiorava.
La crisi di Atene – colpevole di molte cose, incluso di aver truccato i conti – poteva essere risolta nel 2010, se la Bce si fosse comprata il debito greco: in sei anni ha speso molto di più della cifra iniziale. Ma – certo – c’erano da salvare le banche. E c’era da dare una lezione a un popolo di cicale, sul modello di un calvinismo dei “compiti a casa” che è diventato insopportabile lessico quotidiano per un popolo di adulti intelligenti.

Un'Europa senza umanità né strategia

Non vale la pena qui di mettersi a parlare dell’Europa delle banche e degli sciocchi provvedimenti sulla frutta e sulla pesca (pur mantenendo viva la consapevolezza che molte cose raccontate dai cronisti sono frutto di ricostruzioni troppo colorite ed enfatizzate): quel ruolo lo possiamo lasciare a Salvini, che peraltro dall’Europa si fa pagare profumatamente per spararle addosso costantemente (e anche questo dovrebbe farci pensare).
DISASTRO CON SIRIA E MIGRANTI. Ci importa però parlare di umanità, intelligenza e strategia: tutte cose che questa Europa non ha e non ha avuto. Non le ha avute quando si è trattato di intervenire negli scenari bellici e di crisi - avessimo preso una posizione sulla Siria, forse oggi non combatteremo contro l’Isis in casa -; sull’affamare il popolo greco e l’insorgere di nuovi nazisti; sulla capacità di accogliere e ridistribuire qualche milione di disperati, in fuga anche per colpa nostra, cercando magari di trasformarli in risorse.
L’elenco degli errori è talmente lungo che rischia di diventare noioso, ammesso che non lo sia già diventato. Ma il punto cruciale è che certamente non ci si può rammaricare per il crollo di questo modus operandi e vivendi.
L'EGEMONIA DI BERLINO DA DISINNESCARE. Si può, e si deve, preoccuparsi invece che la Brexit scalfisca oltre alle dinamiche attuali la speranza e la volontà di rinnovarle. Che si dia tutto per perso. Non è certamente detto che lo sia, ammesso che a Bruxelles siano in grado di svegliarsi.
Raccontava qualche settimana fa Paolo Valentino sul Corriere di come, sottotraccia, la Germania abbia occupato tutte le posizioni di potere nei centri di comando Ue.
Si potrebbe partire da lì per rifare l'Europa: un rimescolamento sarà comunque necessario, con la dipartita dei funzionari britannici.

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