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SPIRITO ASPRO 25 Giugno Giu 2016 0900 25 giugno 2016

Brexit, la Gran Bretagna è un Paese sempre più piccolo

La vittoria del leave ci restituisce l'immagine di un Paese diviso e litigioso.

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Il leader del fronte Leave Boris Johnson mentre va al seggio.

«Il fascismo non arriva mai in abiti pittoreschi. Il fascismo arriva come un amico. Vuole ridarti il tuo onore, farti sentire fiero, proteggere la tua casa, darti un lavoro, ripulire il tuo quartiere, ricordarti il tuo glorioso passato, spazzare via gli affaristi e i corrotti, eliminare tutto ciò che avverti come diverso da te… Non entra in scena dicendo: 'Il nostro programma prevede milizie, detenzione di massa, deportazioni, guerra e persecuzioni'».
Parola di Michael Rosen, romanziere e poeta inglese nato da genitori ebrei e comunisti, quindi esperto in materia. È una delle tante citazioni postate su Twitter in queste ore da molti e spaventatissimi inglesi anti-Brexit (scrittori, artisti, gente dei media, incolpevoli giovani under-24).
COME IN ITALIA CON IL CAV. Emanano un senso di choc, di stupore doloroso, di disgusto per i propri connazionali che ricorda, si parva licet, l'umore di una parte degli italiani dopo la vittoria di Berlusconi nel 1994.
L'impressione rabbiosa e avvilente di non aver mai capito il proprio Paese, di essere vissuti in una bolla dove la percezione della realtà, la visione del futuro, i valori su cui impostare la vita sono diversi, se non antitetici, rispetto a quelli di chi sta fuori.
Ma in realtà non è davvero un fuori, è solo un'altra bolla piena di illusioni, solo un po' più grande di qualche punto: 52 contro 48. Una bolla piena di baby-boomers invecchiati e impauriti, non troppo istruiti, attaccati alle proprie abitudini, residenti in provincia, l'equivalente inglese dei nostri «umarells», com'è stato osservato.
E OGNUNO FA QUELLO CHE GLI PARE. E mentre noi continentali stiamo ancora elaborando il lutto per la Brexit, dobbiamo assistere anche a uno spettacolo inaspettato e sconvolgente: la Gran Bretagna che diventa sempre più piccola, divisa, litigiosa, un posto «dove ognuno fa il cazzo che gli pare», come nel vecchio sketch di Guzzanti sulla Casa della Libertà.
La premier scozzese annuncia che Edimburgo non si farà strappare dall'Europa contro la sua volontà. Il vicepremier dell'Irlanda del Nord proclama che i risultati del referendum non hanno «nulla a che fare con ciò che è meglio per noi».
Trump, di passaggio in Scozia, dice la sua stronzata («Qui tutti pazzi per il voto! Si riprendono il loro Paese come abbiamo fatto noi americani!») causando un mezzo incidente diplomatico.
Cameron si dimette esattamente un'ora dopo che il suo ministro degli Esteri Hammond ha assicurato: «Non si dimetterà e resterà al suo posto».
JOHNSON SOGNA DA PREMIER E SI IMPROVVISA POMPIERE. Boris Johnson, dopo essere stato un ultrà della Brexit, sente odore di Downing Street e nell'intervallo fra il mestiere di sindaco e quello di premier si improvvisa pompiere: «Ce ne andremo senza fretta e non volteremo le spalle all'Europa».
Mentre nei laburisti scatta il riflesso-Pd, «ogni occasione è buona per un sanguinoso regolamento di conti», Farage straparla e propone il 23 giugno come Independence Day, una versione estiva della Bonfire Night che il 5 novembre ricorda il fallimento della Congiura delle Polveri. Una festa uguale e contraria: la Bonfire Night ricorda una mancata esplosione, il 23 giugno commemorerà l'implosione del Regno Unito.
SULLO SFONDO LA TRAGICA MORTE DI JO COX. Sullo sfondo di un pandemonio politico che in Inghilterra non si vedeva da fine Seicento, la tomba ancora fresca della povera parlamentare Jo Cox, trucidata per strada per le sue idee, una cosa che si credeva potesse succedere solo in Turchia o nella Russia di Putin.
Paesi che, in effetti, già godono della fortunata condizione desiderata dalla maggioranza degli inglesi: non fanno parte dell'Unione europea. Chissà se a Pas de Calais hanno già approntato una tendopoli per chi fuggirà dalla Piccola Bretagna.

Twitter @LiaCeli

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