Espressione Genocidio Armeno 160627001548
TENSIONE 27 Giugno Giu 2016 0004 27 giugno 2016

Armenia, si riaccende lo scontro papa-Turchia

Il pontefice parla di genocidio. L'ira di Ankara: «Mentalità da Crociate».

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Con l'espressione genocidio armeno si indicano le deportazioni ed eliminazioni perpetrate dall'Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, che causarono circa 1,5 milioni di morti.

Il papa invita alla riconciliazione ma la Turchia lo attacca sul genocidio.
Le parole di Bergoglio sul massacro degli armeni non sono piaciute ad Ankara tanto che il vice premier turco Nurettin Canikli le ha definite «molto spiacevoli» e frutto di «una mentalità da Crociate». Immediata è arrivata la risposta di padre Lombardi che, prima di lasciare Erevan, ultima tappa del viaggio di papa Francesco in Armenia, ha replicato: «Sbaglia chi nelle parole del papa vede uno spirito di Crociata. Il papa non parla per la guerra ma per la pace».
Ai giornalisti, durante il volo di ritorno a Roma, il papa ha chiarito: «In Argentina quando si parla di sterminio degli armeni sempre si usava la parola genocidio. Non ne conoscevo un'altra. Solo quando sono venuto a Roma ho sentito un'altra parola, il 'grande male', la tragedia terribile... E mi hanno detto che l'altra era offensiva. Per il mio passato con questa parola, per averla già usata pubblicamente, sarebbe suonato molto strano se non l'avessi usata in Armenia. Ma non l'ho mai detta con animo offensivo».
LO SCONTRO CON ANKARA. Il pontefice ha spiegato comunque che lui voleva «dire anche un'altra cosa: in questo genocidio, come negli altri due di Hitler e di Stalin, le grandi potenze internazionali hanno guardato dall'altra parte».
Proprio in segno di pace, insieme al capo della Chiesa apostolica armena, il supremo patriarca e catholicos Karekin II, a conclusione della sua visita di tre giorni in Armenia, Bergoglio, con un gesto simbolico, ha liberato due colombe verso il biblico Monte Ararat, approdo dell'Arca di Noè dopo il diluvio universale, e in direzione del confine con la Turchia.
La cornice è il monastero di Khor Virap, uno dei luoghi più sacri alla Chiesa armena - proprio vicino alla frontiera turca e ai piedi dell'Ararat -, l'ex fortezza-prigione dove fu tenuto prigioniero per 13 anni San Gregorio l'Illuminatore, prima che il re Tiridate III si convertisse al cristianesimo e poi, adottandolo come religione di Stato nel 301 d.C., facesse dell'Armenia la «prima nazione cristiana».
SULLE ORME DI GIOVANNI PAOLO II. Oltre che un viaggio alle radici della fede, questa di papa Francesco è stata anche una missione di pace e di riconciliazione, che con il lancio delle colombe ha simbolicamente materializzato il forte richiamo alla distensione tra l'Armenia e la Turchia, che passa attraverso il riconoscimento da parte di tutti della piaga storica del 'genocidio' armeno, su cui Francesco ha posto coraggiosamente l'accento contro il negazionismo di Ankara. E anche alla fine del conflitto con l'Azerbaigian con al centro l'enclave armena del Nagorno-Karabakh.
Un invito implicito alla fine del blocco turco, alla riapertura proprio di quella frontiera turco-armena che resta tuttora chiusa a causa delle tensioni in campo.
Nella dichiarazione congiunta firmata a Etchmiadzin con Karekin II, il pontefice riprende ancora il passaggio del testo comune del 2001, sottoscritto da Giovanni Paolo II, sullo stermino degli Armeni come «primo genocidio del XX secolo».
UN'ALTRA CRISI, UN ANNO DOPO. Si profila quindi un nuovo scontro con la Turchia di Erdogan, dopo la grave crisi diplomatica di un anno fa sullo stesso tema.
La dichiarazione congiunta firmata il 26 giugno, in cui si richiama all'unità dei cristiani sulla base dell'«ecumenismo del sangue» per le persecuzioni in atto, si fa appello alla fine dell'odio e della violenza e all'inaccettabilità dei fondamentalismi, si esortano i cristiani ad aprire le porte e aiutare i rifugiati, è pure il suggello della fraternità con la Chiesa apostolica armena (qui i cattolici sono minoranza), visibilmente sancita dal fatto che il papa nei tre giorni è stato ospite e ha alloggiato nella sede del supremo patriarca Karekin II.
Alla divina liturgia di quest'ultimo, presente il capo dello Stato Serzh Sargsyan, Francesco ha partecipato stamane a Etchmiadzin, pronunciandosi con forza per l'unità ecumenica. «In questi giorni, mi ha aperto le porte della sua casa», ha detto rivolto a Karekin, «e abbiamo sperimentato 'come è bello e com'è dolce che i fratelli vivano insieme'. Ci siamo incontrati, ci siamo abbracciati fraternamente, abbiamo pregato insieme, abbiamo condiviso i doni, le speranze e le preoccupazioni della Chiesa di Cristo, che crediamo e sentiamo 'una'».

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