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ANALISI 27 Giugno Giu 2016 0010 27 giugno 2016

Elezioni Spagna, la sconfitta dei partiti del cambiamento

La Spagna resta nella palude. Podemos manca il sorpasso sul partito socialista. Mai così in crisi di consensi. Mentre il flop di Ciudadanos rafforza il Pp di Rajoy.

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Il leader di Podemos Pablo Iglesias.

La Spagna non riesce a uscire dal pantano in cui si trova dalle elezioni del dicembre 2015.
Il 26 giugno, i cittadini hanno sostanzialmente confermato il loro voto e, in una fase di generale incertezza politica, a perdere sono le forze che si presentano come le più innovatrici.
IL SORPASSO MANCATO. A sinistra, Podemos non è riuscito nella rimonta sul Psoe socialista: il movimento anti-establishment, dopo aver 'inglobato' i comunisti di Izquierda Unida (che alla scorsa tornata avevano messo insieme il 3,67%), ha ottenuto solo due seggi in più rispetto a dicembre.
Con il 21,11% dei voti, ha così mancato lo «storico sorpasso» - sbandierato sull'onda degli exit poll - sul partito di Pedro Sánchez, che ha fatto registrare il risultato peggiore della sua storia e perso cinque seggi in sei mesi (85 contro 90).
A dicembre, il movimento degli indignados aveva ottenuto il 20,66% dei voti, correndo però in solitaria.
IGLESIAS AMMETTE LA SCONFITTA. Il leader Pablo Iglesias, abile stratega e comunicatore, rappresentante di una nuova generazione di giovani politici di sinistra, non ha usato mezzi termini, parlando di risultato «non soddisfacente» e dicendosi preoccupato per la «perdita di consenso del blocco progressista».

Ciudadanos perde otto seggi e rafforza il Pp

Il leader di Ciudadanos Albert Rivera.

Guardando al centrodestra, non sta meglio il partito del giovane Albert Rivera, Ciudadanos, che arrivato sulla ribalta nazionale nel 2015 voleva offrire una fresca alternativa al Pp - scalfito dagli scandali - del premier Mariano Rajoy.
Ma, rispetto alle elezioni di dicembre, ha perso otto seggi, fermandosi a 32 con il 13,04% dei voti.
Voti confluiti proprio nella forza politica alla quale Ciudadanos sperava di rubare consensi: il partito di governo del premier, che si rafforza ulteriormente rispetto a dicembre.
RAJOY UNICO VINCITORE. I popolari - pur rimanendo lontani dalla maggioranza assoluta - guadagnano 14 deputati, arrivando a quota 137 seggi su 350, con il 33% delle preferenze.
In favore di Rajoy, secondo alcuni analisti, ha giocato l'effetto Brexit, che avrebbe spinto una parte consistente degli elettori a preferire l'usato sicuro ai partiti di cambiamento.

Ripartono le (difficili) trattative per il governo

Da sinistra: il premier e leader del Pp Mariano Rajoy, Pedro Sanchez (Psoe), Albert Rivera (Ciudadanos) e Pablo Iglesias(Podemos).

La palla torna ora alle forze politiche, che avranno il compito (arduo) di rispondere alla prima necessità della Spagna e dei suoi cittadini: creare un nuovo governo.
Rajoy ha continuato a proporre durante la campagna elettorale quanto ha sostenuto negli ultimi sei mesi, cioè una grande coalizione con socialisti e Ciudadanos che garantisca per quattro anni la stabilità del Paese in un quadro 'europeo'.
Sánchez, però, ha finora risposto picche.
PP E CIUDADANOS NON ARRIVANO ALLA MAGGIORANZA. Da soli, popolari e Ciudadanos (169 seggi) non arrivano alla maggioranza assoluta di 176 seggi del Congresso.
Il premier uscente, però, si presenta ora alle trattative con gli altri partiti forte di una maggiore autorevolezza: quella dell'unico leader che ha guadagnato terreno, e non poco, in queste politiche.
Rajoy - come a dicembre - rivendica il diritto per il partito più votato di governare, se non altro in minoranza, con l'appoggio esterno delle altre forze.
Scenario che, tuttavia, rischia di rivelarsi estremamente instabile.
I SEGGI DI PSOE E PODEMOS NON BASTANO. Il deludente risultato della sinistra rende invece quasi impossibile una maggioranza progressista Psoe-Podemos, che potrebbe però tentare di allargarsi ai nazionalisti baschi del Pnv (5 seggi) o ricercare l'astensione degli indipendentisti catalani di Cdc e Erc (17).
I quattro leader in campagna hanno detto di essere determinati a evitare nuove elezioni.
Le trattative però si annunciano difficili. E una terza chiamata alle urne, fra tre o quattro mesi, non è da escludere.

Twitter @apradabianchi

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