Mohammad Salman 160622192400
DIPLOMATICAMENTE 26 Giugno Giu 2016 1400 26 giugno 2016

Riad è in ottime mani: Mohammad strega tutti

Il principe si fa valere negli Usa come all'Onu. È lui il nuovo che avanza.

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Mohammad bin Salman.

L’Arabia Saudita non è più sinonimo di gerontocrazia e di immobilismo.
Non lo è più da quando è salito al trono, un anno e mezzo fa, il re Salman che - come spesso succede con le personalità considerate “di transizione” - si sta rivelando promotore di una mutazione che sta investendo tutti i principali aspetti della vita del Paese: dalla tradizionale riservatezza, per non dire opacità, della gestione del potere, al rapporto tra società civile e membri della Casa reale, alla dipendenza dal petrolio di cui resta saldamente in testa nella graduatoria mondiale delle riserve accertate.
Sta cambiando, seppure più lentamente, anche la condizione della donna.
Rappresentante emblematico di questo processo di cambiamento è Mohammad, figlio del sovrano, che assieme a una squadra di governo dominata da 50enni, sta dimostrando di saper disimpegnare con sorprendente disinvoltura e ancor più sorprendente determinazione le responsabilità di governo e istituzionali di cui è stato investito, trentenne: vice principe ereditario, ministro della Difesa, presidente del Consiglio per gli Affari Economici e di Sviluppo, vice primo ministro.
UN APPROCCIO LUNGIMIRANTE. Ebbene, a questo giovane e rampante esponente della Casa reale e del governo saudita sono bastati pochi mesi per emergere quale personalità capace di esprimere un proprio significativo valore aggiunto nel processo riformistico inaugurato dal padre, seguendo un approccio decisamente assertivo, innovativo e lungimirante.
Sul versante interno, prevalente, ma anche su quello internazionale, dove è parso estraneo a qualsivoglia soggezione psicologica nei riguardi di ben più sperimentate personalità politiche come è avvenuto, ad esempio, con il presidente Putin.
Non ne ha mostrato alcuna neppure nella visita in terra americana dove certo non si è risparmiato, riuscendo a farsi ricevere dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama e dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, all’interno di un’impressionante agenda di incontri, a cominciare dai ministri degli Esteri e della Difesa, Kerry e Carter, per proseguire con i rappresentanti del Congresso, gli esponenti del mondo scientifico, intellettuale e degli affari.
Due grandi tematiche sono state al centro della visita: la crisi medio orientale e i rapporti economici.

L'ambizioso progetto 'Visione saudita 2030'

Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon.

Su quest’ultimo versante Mohammad bin Salman ha ricevuto plauso e incoraggiamenti per la cosiddetta “Visione saudita 2030”, un progetto che porta il suo nome e che definire ambizioso significa usare un eufemismo, visto che è finalizzato niente meno che all’emancipazione del Paese dal petrolio attraverso un processo di radicale diversificazione dei fondamentali attuali del sistema economico, fiscale, tecnologico, commerciale e finanziario.
Un processo cifrato in 2 trilioni di dollari che sembra aver sollecitato l’attenzione di oltre 500 tra imprese e società finanziarie americane.
Mohammad ha ribadito la linea di assertività inaugurata dal nuovo vertice saudita dove si conferma la valenza strategica dello storico partenariato e la volontà di alimentarlo nella costante ricerca del miglior equilibrio possibile tra i rispettivi interessi, ma anche le ragioni di dissenso.
IL RICONOSCIMENTO AMERICANO. Due tra queste: il credito accordato da Washington al ruolo “costruttivo” di Teheran sul piano regionale sulla scia dell’accordo sul programma nucleare del luglio 2015, palesemente contradditorio; la titubanza degli Usa nei confronti di Bashar al Assad all’origine dell’insorgenza del cancro terroristico in Siria, giudizio quest’ultimo che il tributo americano per il proficuo ruolo di Riad nel negoziato di Ginevra non è valso ad attenuare.
Mohammad ha comunque incassato il significativo riconoscimento americano per la collaborazione in materia di antiterrorismo: «...tra i nostri migliori partner negli ultimi 15 anni...» ha dichiarato il Capo della Cia, con evidente riferimento alla polemica in corso sulle famigerate 22 pagine di omissis del rapporto sull’attacco terroristico alle torri gemelle che Riad, ha ripetuto Mohammad, ha chiesto di de-secretare fin dal 2012, ritenendo di non aver nulla da temere.

Nessuna subalternità a Usa ed Europa

Barack Obama.

In questo contesto il principe saudita ha buon gioco nel valorizzare il ruolo guida di una coalizione di 34 Stati arabi e islamici assunto da Riad in materia di lotta al terrorismo che, in realtà, rappresenta anche uno schieramento virtuale di confronto con l’Iran.
Egli ha anche ribadito, nella stessa logica, la legittimità della mano “benedicente” dell’Arabia e delle consorelle monarchie sugli equilibri complessivi del Golfo, nel cui contesto rientrano anche l’intervento militare in Yemen a sostegno del deposto presidente Hadi e ora la ricerca, in Kuwait, di un negoziato di pace che si sta rivelando estenuante.
Nel corso della visita il principe ha voluto dare anche un segnale sul fronte dei rapporti culturali tra i due Paesi, annunciando la decisione di ampliare di oltre 2,628 unità il programma delle borse di studio straniere da offrire a giovani sauditi.
ASCESA INARRESTABILE. Dunque, una visita a tutto campo che, iniziata all’ombra infausta della strage di Orlando, della prevedibile invettiva di Trump e delle improvvide dichiarazioni di Hillary Clinton, si è chiusa con un bilancio di tutto rispetto per quello che era l’obiettivo di fondo di Mohammad bin Salman: accreditarsi come un interlocutore che - già importante adesso per la trasversalità delle sue competenze, la sua posizione nella successione al trono e la sua ambizione - è destinato a divenire decisivo in un domani verosimilmente vicino, data la sempre più precaria salute del padre.
La visita alle Nazioni Unite e l’incontro con Ban Ki-moon, a chiusura della visita in terra americana, costituiscono il suggello nello scenario del massimo organo della Comunità internazionale.
Sentiremo parlare ancora molto di questo giovane visionario di rango, che in sinergia con governo e Casa reale si sta facendo porta bandiera di una sfida che è nazionale ma anche araba e islamica, esclude qualsivoglia apparenza di subalternità, agli Stati Uniti e a maggior ragione all’Europa, e - fatto cruciale - sta sollecitando creativamente la gioventù saudita, maggioranza nel Paese.

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