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FACCIAMOCI SENTIRE 27 Giugno Giu 2016 1323 27 giugno 2016

Meloni e la gaffe Dublino, in che mani siamo finiti?

La leader di Fdi non conosce la geografia. Eppure pretende di parlare di Brexit. Sono questi i politici che si candidano a governarci?

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Giorgia Meloni.

Gente di Dublino (Dubliners) è una raccolta di 15 racconti scritta da James Joyce che ha sicuramente fatto parte delle letture in gioventù di moltissimi della mia generazione.
I protagonisti del libro sono persone di Dublino di cui vengono narrate storie di vita quotidiana.
Semplificando al massimo, tratta sostanzialmente di due aspetti: il primo è la paralisi morale causata dalla politica e dalla religione dell’epoca.
Il secondo è la fuga come conseguenza di tale paralisi.
Quando Joyce scrisse il libro voleva mostrare la caduta dei valori morali legati alla politica, alla religione e alla cultura di Dublino all’inizio del ‘900.
FIGURACCIA SECOLARE. Non poteva certo immaginare che, esattamente un secolo dopo, la sua opera fosse ancora di attualità in Italia in una trasmissione su La7 chiamata Otto e mezzo condotta da una giornalista di nome Lilly Gruber e con ospiti un altro giornalista, Beppe Severgnini, e l’onorevole Giorgia Meloni, leader del partito Fratelli d’Italia.
Durante la trasmissione, a una domanda di Severgnini alla Meloni - «Lei quando è stata in Inghilterra, ma non a Londra?» - l’interessata ha subito mostrato attraverso il proprio body language un certo disagio, ma poi ha risposto: «A Londra molto spesso».
Quando poi Severgnini ha ricordato alla politica che le aveva chiesto di escludere la capitale inglese, lei ha aggiunto: «Ultimamente sono stata a Dublino e in Scozia».
Be', niente male come test sul livello culturale della signora, che - almeno in geografia - non eccelle.

Dublino, come un politico del suo livello dovrebbe sapere, è la capitale della Repubblica d’Irlanda e la Scozia fa parte del Regno Unito insieme all’Inghilterra, all’Irlanda del Nord e al Galles, oltre ad alcune isole minori.
La signora Meloni, come noto, è una assidua frequentatrice dei talk show televisivi.
Avendo deciso di partecipare a una trasmissione che, guarda caso, trattava i temi della Brexit, credo che avrebbe potuto arrivarci un po’ più preparata magari leggendosi qualche libricino di “bignamesca” memoria.
Peraltro, come tutti sanno, la stessa era candidata sindaco alle recenti elezioni comunali 2016 a Roma e al di là delle sue ambizioni personali relative alla politica nazionale “anche” come sindaco della Capitale avrebbe avuto una visibilità internazionale notevole.
ROMA, ALTRO CHE CAPUT MUNDI. Pur malconcia e nel degrado della situazione attuale Roma all'estero rappresenta ancora la «culla della civiltà» e ricordo che l’espressione Roma caput mundi veniva utilizzata per indicare la città di Roma quale capitale del mondo noto, considerando la grande estensione raggiunta dall’impero romano e tale da fare della città capitolina il crocevia di ogni attività politica, economica e culturale mondiale.
Certo, erano altri tempi, non c’è alcun dubbio. Ma immaginare che qualora la Meloni fosse stata eletta sindaca al posto della grillina Virginia Raggi, incontrando il sindaco di Dublino avesse potuto dirgli: «Io conosco bene Dublino perché vengo spesso in Inghilterra», altro che Roma caput mundi quale capitale di ogni attività culturale mondiale!
E non credo che avremmo fatto figura migliore se, incontrando il capo della Scozia, avesse detto: «Io amo molto l’Inghilterra, per questo ogni tanto visito la Scozia».
PIÙ CULTURA, MENO TALK. Credo che i nostri politici, e quindi sicuramente non solo la Meloni, dovrebbero spendere più tempo per la loro cultura personale anziché garantire la loro (ormai ossessiva) presenza nei talk show.
Capisco che per alcuni sia più facile, con la complicità dei vari conduttori televisivi, “buttarla in caciara” con risse verbali piuttosto che mostrare realmente la loro preparazione e la loro capacità di interpretare gli avvenimenti al fine di fornire poi risposte (politiche) adeguate.
Ma, nel caso specifico, è stata sufficiente una domanda dell’acuto Severgnini a riportarci alla (per certi versi drammatica) realtà.
Ricordo che la trasmissione Le iene qualche tempo fa piazzava un giornalista di fronte al palazzo di Montecitorio, sede della Camera dei deputati della Repubblica italiana, il quale faceva poi ai deputati incontrati delle domande di “cultura generale” alle quali avrebbero risposto non un liceale, ma chiunque leggesse un quotidiano tutti i giorni.
Definire imbarazzanti le risposte è un eufemismo.
HANNO LE REDINI DEL PAESE... La cosa è preoccupante poiché queste persone hanno in mano (sia pur legittimamente, in quanto hanno ottenuto il voto degli elettori) le sorti del nostro Paese.
I politici dovrebbero essere capaci di interpretare non solo i bisogni attuali della collettività, ma anche quelli emergenti al fine di offrire, anche e soprattutto alle nuove generazioni, un futuro adeguato.
Senza una cultura adeguata, comunque acquisita, mi domando su che basi possano prendere le loro decisioni nel rispetto dei superiori interessi del Paese.
Il mondo, e quindi non solo l’Italia, è alla ricerca di un nuovo equilibrio che stenta terribilmente a trovare.
Se in una situazione che è quindi più difficile e più complessa e da affrontare con risorse sempre più limitate viene dato spazio a chi emerge solo perché in televisione sa gestire una rissa verbale meglio degli altri non ho idea di come andremo a finire.
CROLLO DEI VALORI. Quando Joyce scrisse Gente di Dublino voleva mostrare la caduta dei valori all’inizio del ‘900.
Siamo nel 2016 e mi sembra che questo intento sia ancora di grande attualità e sia diventato un problema transnazionale.
Forse la Chiesa, con l’elezione di papa Francesco, ha capito prima degli altri che era arrivato il momento di cambiare. Ma per il resto non vedo chi potrebbe assumersi la leadership per mettere le cose a posto.
E, naturalmente nel piccolo e per il tema trattato nella circostanza, non basta atteggiarsi alla “Marine Le Pen de' noantri” per proporsi come alternativa credibile e vincere le sfide del futuro.
Prima, almeno, studiarsi un po’ di geografia. Altrimenti occorrerà prendere in esame il secondo punto che affronta Joyce nel suo libro: «La fuga conseguenza di tale paralisi».


Twitter @FrancoMoscetti

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